Il cinema

L’esordio come attore cinematografico di un giovanissimo Luciano Salce corrisponde con il primo film girato nel dopoguerra da Luigi Zampa, Un americano in vacanza (1946).

I primi due film da regista (Uma pulga na balança e Floradas na serra) li girò in Brasile, dov’era andato nel 1950, seguendo l’amico Adolfo Celi. L’esordio italiano avvenne invece nel 1960, sotto il segno del produttore De Laurentiis e di una pochade di derivazione teatrale: Le pillole di Ercole.

Luciano Salce è stato, come regista cinematografico, il maestro nascosto, e misconosciuto, della commedia italiana. La sua filmografia, tutta di genere comico-satirico, è ricca di invenzioni stilistiche e poggia su un linguaggio espressivo caustico, spigliato, moderno che, nonostante la pratica di un genere popolare come la commedia, l’ha messo all’avanguardia rispetto alla produzione corrente: il suo Colpo di stato (1969) è ancora oggi un Ufo nel cinema italiano.

È stato il regista che, negli anni ’60 – gli anni del boom economico – ha raccontato meglio di tutti, attraverso il volto di Ugo Tognazzi, il disagio dell’uomo borghese a contatto con la società di massa ed i suoi rituali irrinunciabili (la politica, il sesso, il matrimonio); e che, negli anni ’70 è saputo tornare sull’argomento, nascondendosi dietro la maschera di Paolo Villaggio/Fantozzi.

 

Sono anni che avevo in mente due film. Il primo era: La cassa sbagliata di Stevenson, un libro che ho letto quasi solo io. L’avevo proposto ma, poi, han finito per farlo altri con Peter Sellers. Il secondo si ispirava ad un libro di Verne, pressoché sconosciuto: Keraban l’ostinato, la storia di un turco che fa il giro del Mar Nero per non pagare una tassa al Bosforo. Naturalmente lo dissi prima che fosse girata una cosa dello stesso gusto: Il giro del mondo in 80 giorni. Invece, niente. Sa come sono i produttori? Quando uno arriva con un’idea nuova obiettano: “No, il pubblico non la capisce”. E appena l’idea l’hanno realizzata gli altri: “L’hanno già fatta loro”.

Per fare un regista non ci vuole mica tanto: bastano le scarpe di feltro, il berretto di pelo o il cappuccio di paglia, il giaccone foderato di pelliccia per le riprese notturne, e un fischietto per far partire le comparse. Sono capaci tutti. Per pagare le tasse di un regista invece ci vogliono le simpatie dei produttori severi e intransigenti, ai quali è prudente e redditizio non obiettare niente.

Un regista deve essere un osservatore curioso, avere un certo amore per la gente e non andare al cinema. Sistematicamente. D’estate io non ci vado per nessuna ragione al mondo: non ho mai visto Il Gattopardo. Perfino l’aggiornamento tecnico non ha un senso. Sì, certo, si può notare che Godard ha realizzato il montaggio in un certo modo e allora si dice: ah, buono a sapersi. Oppure che, adesso, c’è l’obiettivo 9 oltre al 19. Ma tutto è affidato al proprio istinto. Fellini non è mai andato al cinema. Ha visto solo Il posto delle fragole e si è sentito. Dopo fragoleggiava tutto. Via Veneto non l’aveva mai vista e proprio per questo ha potuto fare La dolce vita più dal di dentro. La realtà va inventata e fatta diventare realtà. Guardi Visconti, che è un signore, eppure fa molto meglio i poveracci: i signori li fa come li farebbe Sacha Guitry! Crede che i signori bevano champagne proprio perché lui è nato così. Noi, con La voglia matta, credevamo di dover andare in giro col magnetofono per sentire cosa dicevano i giovani. Ma la verità è che i giovani non dicono niente. Dopo, ma solo dopo il film, si son messi a parlare come noi. “Matusa”, l’abbiamo inventato noi, non loro. (Giorgio Torelli, Il brutto con la susina in bocca, «Epoca», 1966)

UMA PULGA NA BALANCA (1952)

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Fabio Carpi, Carlos Vergueiro; dir.fot. Ugo Lombardi; mus. Enrico Simonetti; mo. Mauro Alice, Oswald Haffenrichter; scg. Italo Bianchi; ass.pr. Geraldo Faria Rodrigues; a.re. Geraldo Santos Pereira; op. Sidney Davies; ass.op. Carlo Guglielmi; tr. Valerie Fletcher; parr. Gerda Edith Ziemenns; fo. Ernest Hack, Erik Rasmussen; mic. Giovanni Zalunardo; sc.tecn. José Dreos; elettr. Sergio Warnovsky. Interpreti: Waldemar Wey (Dorival), Gilda Nery (Dora), Paulo Autran (Antenor), Geraldo José de Almeida, Vicente Leporace (direttore del carcere), Lola Brah (Bibi), Luiz Calderaro (Carlos), Mário Sérgio (Juvenal), Eva Wilma (cugina di Alberto), José Rubens, Ruy Afonso, Geraldo Ambrosi, Francisco Arisa, Tito Livio Baccarin, Jaime Barcellos, Maurício Barroso, Xandó Batista, Célia Biar, Dan Camara, Nelson Camargo, Benjamin Cattan, Benedito Corsi, João Costa, Maria Augusta Costa Leite, Armando Couto, Kleber Menezes Dória, Antônio Dourado, Marcelo Fiori, Antonio Fragoso, João Franco, Felício Fuchs, Galileu Garcia, João Batista Giotti, Wanda Hamel, John Herbert (Alberto), Artur Herculano, Roberto Lombardi, Edith Lorena, Labiby Madi, Cavagnole Neto, Lima Neto, Antonio Olinto, Geraldo Santos Pereira, João Rosa, Pilade Rossi, Jesuíno Santos, Mário Senna, Erminio Spalla, Vicente Spalla, Maria Luiza Splendore, Michael Stoll, Francisco Tamura, Francisco Taricano, Fausto Zip. Produzione: Vitorio Cusani per Società Vera Cruz; durata: 92’.

NOTE: Stabilimenti di produzione: Vera Cruz – Censura: Tutti – Prima proiezione: 15.4.1953.

TRAMA: Lo spiantato Dorival trova un modo rapido e facile per arricchirsi: si fa arrestare e dal carcere, controllando i necrologi, sceglie a caso una vittima, si fa passare per un amico del morto che sa qualcosa di compromettente sul defunto, e ricatta i parenti di lui. Il gioco riesce con i figli del banchiere Motta Frenchoz, con la vedova del ministro Rodolfo e pure con il vedovo di donna Adelaide Alves Perdigão. Dorival vive in prigione come un re, ricchissimo, servito dai suoi compagni di prigionia, ma anche dal direttore del carcere e dai poliziotti, diventa un caso nazionale quando addirittura la stampa scopre la sua condizione. Quando viene liberato ed è convinto di poter coronare il suo sogno d’amore con la dolce Dora, il suo gioco viene scoperto dalla polizia. Dorival è ricondotto in carcere, mentre Dora aspetterà invano all’uscita il suo fidanzato.

 

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «O mais completo jornal sportivo», 12.12.1952; Anonimo, «A Época», 22.2.1953; Anonimo, «A Época», 25.3.1953; Anonimo, «Noticiário Vera Cruz», 56, mar. 1953; Anonimo, «Correio Paulistano», 14.4.1953; Anonimo, «A Hora», 14.4.1953; Antonio Olinto, «O Globo», 1953; Sergio Tofani, «Fanfulla», 1953; Luiz Carlos, «O Tempo», 1953; Araujo Fonseca, «A Cena Muda», 24.2.1954; Salvyano Cavalcanti de Paiva, «Correio da Manhã», 1953?.

 

LE RECENSIONI

 

Uma pulga na balança vem revelar uma caracteristica muito particular do cinema nacional: até hoje ele tem sido mais ben sucedido no genero comico do que no dramatico. Incialmente, tivemos O comprador de fazendas, de Alberto Pieralisi, que se situava entre as melhores fitas nacionais ao lado de Caiçara e Terra è sempre terra. Depois surge Simão, o caolho, de Alberto Cavalcanti, que è ainda o melhor filme produzido nos estudios nacionais. Finalmente a Vera Cruz até agora só havia apresentado duas lamentaveis comedias interpretadas por Mazzaroppi, reabilita-se com Uma pulga na balança, realizando sua melhor produção, embora não seja a mais ambiciosa. E para alguem que se possa chocar com afirmações dessa natureza, queremos apenas lembrar que Charles Chaplin e René Clair, dois dos mais autenticos genios do cinema, alcançaram todo seu renome realizando comedias.

Uma pulga na balança è uma comedia satirica essencialmente fina, que evita todo o lugar comum e todo o pastelão. Insistindo, poerm demasiadamente nessa caracteristica de finura, e não tendo capacidade para realizar uma fita comica integral com recursos autenticos de cinema, seus realizadores não conseguiram transportar os espectadores, arrancando-lhes gargalhadas ou pelo menos um sorriso do começo ao fim da fita. O maximo que legraram foram sorrisos esparsos.

O principal responsavel por isso è Fabio Carpi, o autor da historia e do argumento. Escreveu um cenario comico, mas faltalhe verdadeiro senso de humor. Sobra-lhe, no entanto, inteligencia e é essa a caracteristica mais essencial do seu arggumento, ao qual, alem de ter dado boa unidade, desenvolvimento logico e final ironico, imprimiu excelente tom satirico. Aproveitando todas as situações, ridiculazrizou especialmente a alta sociedade paulista, con toda a sua hipocrisia e vulgaridade. Mas tambem não esqueceu dos espiritas, das irradiações radiofonicas, dos empregados interesseiris e bajuladores etc. Sua satira, porem, è quase que totalmente oral e estatica, residindo nisso a grande falha da fita. Falta-lhe dinamicitade, movimentação, ritmo acelerado, como è proprio da comedia.

Na direcão Luciano Salce quase nada poderia fazer para corrigir essa falha. Seu trabalho, porem, supreendeu, pois, embora não tenha conseguido impromir à sua fita um ritmo cinematografico autentico – o que só seria conseguido por grandes mestres – dirigiu multo bem os atores, cortou e enquadrou com bastante segurança, usou do travelling e da panoramica como se fosse velho e experimentado diretor e teve bastante inteligencia para conservar o tom sobrio do argumento. Principalmente levando-se em conta ser ele um estreante, Luciano Salce logrou direção excelente, colocando-se ao lado de Adolfo Celi, Watson Macedo, e Humberto Mauro, e só abaixo de Alberto Cavalcanti.

O elenco do filme è composto de personagens caricatos. Esse fato, em si um defeito, resultou em vantagem para a interpretação da fita, pois escolhidos os elementos caracteristicos ficou resolvida a situação. Essa escolha foi bem feita e assim tivemos um desempenho razoavelmente bom de todo o elenco, onde só destoou Gilda Nery. Devemos porem calientar os nomes de Waldemar Wey, um puco auto-suficiente, mas muito à vontade, de Jaime Barcelos, Mario Sergio e Armando Couto. A fotografia de Ugo Lombardi é regular e a musica de Simonetti, excelente, confirmando sua posição de o melhor musico do cinema nacional.

Luiz Carlos, «O Tempo», 1953

 

[…] È una hisoria de Carpi em que se reunem humor, drama, finura, com toques chaplinianos. È pena que Luciano Salce não tenha sabido aproveitar, como podia, uma historia tão bôa. […] Luciano Salce contou a história num estilo escorreito, en caminhou os fatos com clareza, mas não chegou à “finesse” que estava contida no argumento. Uma pulga na balança seria um argumento para Sacha Guitry. Ou René Clair, ou Lubisch [sic, ndr]. Para um diretor, enfim, que pudesse penetrar nas nuances da história, satirizando certos aspectosa da societade. O filme è agradável de se ver, tem um decorrer sem monotonia, uma fluência de linguagem que muito recomenda Luciano Salce. Mas, por outro lado, o argumento se sitou num piano tão superior ao da direção que se torna dificil não assinalar essa diferença. […]

Antonio Olinto, «O Globo», 1953

 

[…] Na direção dos intérprtes – um grupo jovem e inexperiente em cinema – Salce demonstrou uma segurança que confirma em tôda a linha o conceito basilar do velho Pudovquin de que um bom diretor de teatro (inteligente e capaz de superar as limitações do seu meio de expressão, adaptando-se ai set dos estudios) será sempre um bom diretor de cinema.

Salvyano Cavalcanti de Paiva, «Correio da Manhã», 1953

 

[…] Inteligente, arguta, leve, satirica, dramàtica, por vêzes; surpreendente de formas e fórmulas por outras, Uma pulga na balança é algo de novo, de interessante, de “finesse”. Luciano Salce, diretor, revelou-se um homem de recursos para o “écran”. Seus conhecimentos teatrais, são incontestáveis, e postos a prova no T.B.C. Juntamente com putro inteligente homem, Fabio Carpi, argumentista, formaram a dupla de realizadores concisos e inteiramente originais, até então, no cinema nacional pelo menos na trilha que seguiram: a comédia macabra. E não è à-toa que se diga: o valor de Uma pulga na balança está mais do que nunca no roteiro, com a conveniente participação diretorial, visivel flagrantemente na atuação dos atores. […]

Araujo Fonseca, «A Cena Muda», 24.2.1954

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FLORADAS NA SERRA (1953)

Regia Luciano Salce; sogg. dal romanzo omonimo di Dinah Silveira De Queiroz; scen. Fabio Carpi; dir.fot. Seu Chick [Chick Fowle], Ray Sturgess; mus. Enrico Simonetti; ass.mo. Sérgio Dreu; scg. Joao Maria dos Santos; ass.scg. Giuseppe Barbano; ass.pr. Lores Cavazzini, Ralpho da Cunha Mattos; s.ed. Zèlia Ianello; a.re. Galileu Garcia, Sérgio Hingts; op. Sidney Davies, Jack Lowin; ass.op. Hélio Feijó Costa, Hector Fermenia, Geraldo Gabriel; tr. Jerry Fletcher; fo. Ernest Hack, Erik Rasmussen; mic. Hans Olsson, João Ruch Filho, Michael Stoll, Konstantin Warnowski; sc.tecn. José Dreos; elettr. Sergio Warnovsky. Interpreti: Cacilda Becker (Lucília), Jardel Filho (Bruno Silveira), Célia Helena (Turquinha), John Herbert (Flavio), Ilka Soares (Elza), Jaime Barcellos (direttore dell’hotel), Lola Brah (Olga), Gilda Nery (Belinha), Rubens Costa (Moacyr), Liana Duval (Firmina), Silvia Fernanda (Olivinha), Marina Freire (Dona Sofia), Miro Cerni (dott. Celso), Luiz Carlos Becker, Camila Cardoso, Wilma Chandler, Renato Consorte, João Maria de Abreu, Rubens de Falco, Henri de Zeppelin, Bárbara Fazio, Marcello Fiori, Geraldo Gabriel, Galileu Garcia, Sérgio Hingst, Zélia Ianello, Fleury Martins, Irma da Cunha Mattos, Ralpho da Cunha Mattos, Margarida Mayer, Pedro Moacir, Maria Luiza Ourdan, Jaime Pernambuco, Sidnéia Rossi, Luciano Salce (paziente in sala d’attesa), Alfredo Simoney, Maria Luiza Splendore, José Mauro de Vasconcelos, Célia Biar (voce). Produzione: Pedro Moacir per Società Vera Cruz; durata: 99’.

NOTE: Stabilimenti di produzione: Vera Cruz – Censura: Tutti – Prima proiezione: São Paulo, 6.10.1954. Girato a Campos de Jordão.

TRAMA: Lucilia è un’elegante ed affascinante signora dell’alta società paulista che, durante una vacanza a Campos do Jordão scopre, ad una visita medica, di essere affetta da tubercolosi. Internata in un sanatorio,  non riesce a sopportare il trattamento e cerca di tornare a São Paulo. Mentre aspetta il treno alla stazione conosce Bruno, un giovane scrittore idealista che sta per entrare a sua volta in sanatorio. Per causa sua, Lucilia perde il treno e ritorna in clinica, iniziando con Bruno una bella intesa che si trasforma ben presto in una storia d’amore. Bruno, però, guarisce rapidamente e, nonostante le promesse a Lucilia, una volta uscito dalla clinica, comincia ad interessarsi di Olívia, un’altra paziente della clinica, bella e fatalona. Lucilia, disperata, cerca di recuperare terreno e, nonostante la malattia, segue Bruno nella sua casa. Bruno la respinge, Lucilia, sempre più ammalata, è riportata in clinica con un’ambulanza.

 

Ritaglio dall’archivio di Luciano Salce

Noticia-se que Caicla Becker teria sugerido a Luciano Salce o nome de Vitor Merinow para o papel de Bruno, o galã ruivo de Floradas na serra. Seu aproveitamento, porém, seria ainda duvidoso, pois julga o diretor que o artista não possui o tipo adequado ao tratamento que pretende dar àquele personagem. Quer dizer então, pergunntamos, que Luciano Salce tem um tratamento proprio, imaginado para esse personagem? Mas que tratamento seria, senão aquele mesmo que recebeu Bruno no romance da sra. Dinah Silveira de Queiroz? Haverá na intenção do sr. Luciano Salce uma linha diferente para conduzir Bruno através do drama sofrido em Floradas na serra? Por outro lado adianta-se que a figura principal do filme, naturalmente aquela que caberá a Cacilda Becker interpretar, não será a personagem central do livro, mas outra, Lucila, cuja parte terá maior desenvoivimento na adaptação cinematografica da novela. Eis duas noticias que nos deixam prevenidos quanto ao aproveitamento que venha ter no cinema a comovente historia da escritora paulista. Não que tenhamos receio pela “qualidade” propriamente do trabalho de Salce e Carpi, especialmente agora quando já vimos Uma pulga na balança. Mas receamos pela fidelidade ao espirito e à letra do livro famoso, que deveria marcar seu aproveitamento no cinema. Trata-se de uma das obras mais populares da novelistica nacional, entendida facilmente pelo sentimentalismo do nosso povo. È preciso que exigencias técnicas de sua dramatização não lhe transfigurem o sentido poetico e humano, obedecendo a configuração que lhe deu a autora. Não estamas afirmando que o livro será transfigurado, mas, picados por “suspeitas” e pelos tristes exemplos de malfadadas “adaptações”, estamos, apenas, manifestando um zelo que tem um sentido de advertencia.

LE RECENSIONI

Assistir Floradas na Serra é ter a certeza de que o cinema brasileiro tentou igualar-se ao modelo norte-americano de se fazer cinema em bases industriais. Baseado no romance de Dinah Silveira de Queirós, o filme esbanja cuidados com a fotografia (quase 90% das cenas são externas, explorando as belas paisagensde campos do Jordão), com a adaptação e com a atuação dos atores e atrizes. Cacilda Becker, impagável e saudosa atriz demonstra seu talento ao interpretar com força e maestria a personagem Lucília, fazendo par romântico com o também saudoso Jardel Filho. A música do filme compõe o cenário para uma das obras primas do cinema nacional. Pena o sonho da vera Cruz ter durado pouco… ”

José Ricardo Brighi, www.adorocinemabrasileiro.com

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LE PILLOLE DI ERCOLE (1960)

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Ettore Scola, Ruggero Maccari, Vittorio Vighi, Bruno Baratti, Luciano Salce dalla commedia omonima di Maurice Hennequin e Paul Billhaud; dir.fot. Erico Menczer; mus. Armando Trovajoli; mo. Roberto Cinquini; a.mo. Sergio Montanari; scg. Gianni Polidori; arr. Nedo Azzini; co. Lucia Mirisola; cons.co. Piero Gherardi; d.pr. Renato Jaboni; i.p. Felice Dalisera; s.p. Carlo Bartolini; ass.pr. Tony Selvaggi; s.ed. Carla Fierro; a.re. Emilio Miraglia; ass.re. Ilde Muscio; op. Luigi Kuveiller; ass.op. Sabino Tonti; c.tr. Romolo De Martino; tr. Umberto De Martino; parr. Adalgisa Favella; fo. Venanzo Lisca. Interpreti: Nino Manfredi (Nino Pasqui), Sylva Koscina (Silvia, sua moglie), Jeanne Valerie (Odette), Vittorio De Sica (col. Piero Cuocolo), Francis Blanche (Augusto), Mitchell Kowal (Jonathan Braxton), Andreina Pagnani (Carla Attard), Piera Arico (Zaira), Ljuba Bodin (Catherine Braxton), Nietta Zocchi (la signora violentata), Annie Gorassini (Elisabetta Colasanti), Franco Scandurra (il portiere dell’albergo), Leopoldo Valentini (il vetturino), Ignazio Leone (il maresciallo), Mario Pascucci (Tramontana), Lina Tartara Minora, Maria Elisabetta Franco (le due zitelle), Oreste Lionello (fattorino dell’albergo), Gianni Bonagura, Marco Tulli, Andrea Petricca, Franca Lazazzera, Tony Selvaggi, Nedo Azzini, Franco Bruno (medici al congresso di gerontologia). Produzione: Dino De Laurentiis Cin.ca, Maxima Film; durata: 99’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 6.8.1960, n. 2333 – N.O. n. 32710, del 3.9.1960 – Stabilimenti di produzione: Dino De Laurentiis – Censura: v.m. 16 anni – Lunghezza: m. 2710 – Data inizio lavorazione: 22.5.1960 – Prima proiezione: 9.9.1960, al cinema Metropolitan di Roma – Programmazione: – Incasso: £ 446.151.000 – Titolo di lavorazione: Letto a tre piazze – Titoli stranieri: Les Pilules d’Hercule (Fra), Hercule’s Pills (Usa).

TRAMA: Vittima dello scherzo di alcuni colleghi, che gli hanno fatto ingerire, a sua insaputa, alcune pillole afrodisiache, il morigerato e fedele (alla moglie Silvia) dott. Nino Pasqui, seduce una giovane americana in una camera d’albergo. Al ritorno a Roma, è raggiunto nel suo studio medico dal marito dell’americana, che promette vendetta: per contrappasso, passerà anche lui una notte d’amore con la moglie del dottore. Nino si procura così una finta moglie, trovandola tra le sue pazienti: è una giovane e bellissima cantante francese, Odette, che si offre ad ogni uomo che incontra, spinta anche dalla madre. Nino ed Odette, con la madre di lei e l’infermiere di lui al seguito, partono per Salsomaggiore, fingendosi marito e moglie: all’albergo delle terme dovrà avvenire il preteso adulterio. Ma le cose si complicano, per colpa di un colonnello dei bersaglieri che si crede il padre di Odette, per colpa di Odette stessa, che si innamora di Nino e non sopporta di essere rifiutata dall’uomo, sempre innamorato della moglie, e per l’arrivo improvviso di Silvia. Sarà Augusto, l’infermiere di Nino, a risolvere la situazione, ancora una volta con l’aiuto delle pillole afrodisiache, che però avranno effetto su tutto l’albergo…  

BIBLIOGRAFIA: Vice, «Il Tempo», 10.9.1960; Vice, «L’Unità», 10.9.1960; Leo Pestelli, «La Stampa», 11.9.1960; Anonimo, «Corriere della Sera», 16.9.1960; Giuliano Ranieri, «Settimana Incom Illustrata», 29.9.1960; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 48, 1960; Anonimo, «Nuovo spettatore cinematografico», 21, apr. 1961; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

Luciano Salce

Avrei dovuto debuttare con Il federale ma non si riusciva a chiudere la produzione e così feci un film meno impegnativo, Le pillole di Ercole, una farsa per Manfredi, grazie a Manfredi che insisté perché lo dirigessi io contro il parere di De Laurentiis. Come debutto era pieno di attori e di movimento e il canovaccio era a tutta prova. Fu un successo, e dimostrai che sapevo dirigere un film.

Goffredo Fofi, Franca Faldini, L’avventurosa storia del cinema italiano, Feltrinelli, Milano 1981

LE RECENSIONI

 

Delle Pillole d’Ercole parlò addirittura il ministro Tupini quando, tempo fa, lesse alla Camera dei Deputati alcune battute del film. E non per lodarlo ma per dimostrare l’immoralità del cinema italiano. […] Il regista Luciano Salce […] ha narrato la storiella delle pillole dal prodigioso effetto afrodisiaco conservando l’andamento farsesco che, probabilmente, lui che è attore e regista teatrale, avrebbe impresso alla rappresentazione sul palcoscenico. Ha giovato al suo intento la scelta della cornice, un grande albergo vagamente liberty di una stazione termale, e il commento musicale, fragoroso e vecchiotto. Per salvarsi dalla volgarità, e non è detto che vi sia sempre riuscito, ha sottolineato i toni posciadistici, non reali quindi, della vicenda. […] Nino Manfredi è uno spassoso protagonista, anche se, in contrasto forse con l’intenzione del regista, ha modernizzato troppo il personaggio. Il che non ha fatto, e giustamente, Andreina Pagnani. Le donnine sono Sylva Koscina, Jeanne Valerie, che non ci guadagna ad apparire bionda, Francis Blanche [sic!, ndr], Piera Aricò e altre, tutte bellissime naturalmente, e non importa se sanno o no recitare. Del resto, anche De Sica non si sforza a fare l’attore, preferendo, come suole, tratteggiare una macchietta sia pure gustosa.

Leo Pestelli, «La Stampa», 11.9.1960

[…] Apparentare Roma a Parigi, versando champagne nel vino, non è impresa facile, anche quando si tratta di mettere d’accordo la pochade e l’umorismo, così poco malizioso, di casa nostra. Tuttavia, Salce, pur non evitando un ibrido impasto, se l’è sbrigata senza infamia e ha confezionato un filmetto di sicuro successo commerciale, che, nei limiti della sua destinazione, raccoglie le risate del pubblico. […]

Vice, «L’Unità», 10.9.1960

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IL FEDERALE (1961)

 

Regia Luciano Salce; sogg. Castellano e Pipolo; scen. Castellano e Pipolo, Luciano Salce; dir.fot. Erico Menczer; mus. Ennio Morricone dir.da Pierluigi Urbini (le canzoni «Addio Juna» di Mari-Raimondi-Falpo, «Rosamunda» di Vejvoda); mo. Roberto Cinquini; scg. Alberto Boccianti; co. Giuliano Papi; arr. Arrigo Breschi, Ennio Michettoni; d.pr. Gianni Minervini; i.p. Totò Mignone, Alberto Giommarelli; s.ed. Elsa Carnevali; a.re. Emilio Miraglia; op. Gastone Di Giovanni, Luigi Kuveiller; eff.sp. Serse Urbisagli; tr. Efrade Titi; parr. Maria Miccinelli; fo. Franco Groppioni. Interpreti: Ugo Tognazzi (Primo Arcovazzi), Georges Wilson (prof. Erminio Bonafè), Gianrico Tedeschi (Arcangelo Baldacci), Elsa Vazzoler (Matilde, sua moglie), Stefania Sandrelli (Lisa), Mireille Granelli (Rita), Franco Giacobini (il matto), Renzo Palmer (partigiano romagnolo), Gianni Agus (un federale), Luciano Salce (ten. Rudolph), Gino Buzzanca, Peppino De Martino, Leonardo Severini, Salvo Libassi (partigiani in convento), Leopoldo Valentini (l’uomo con la statua), Luciano Bonanni (autista corriera), Ester Carloni (Eleonora Castaldi), Gianni Solaro (un federale), Gianni Dei (Pier Maria Castaldi), Valerio Ruggeri (un frate), Mimmo Poli, Nando Angelini, Edy Biagetti, Jimmy Il Fenomeno (il passeggero che corre). Produzione: Isidoro Broggi e Renato Libassi per D.D.L.; durata: 101’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 1.4.1961, n. 2474 – N.O. n. 35222, del 25.7.1961 – Stabilimenti di produzione: I.N.C.I.R.-De Paolis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2782 – Data inizio lavorazione: 27.2.1961 – Prima proiezione: 5.8.1961, al cinema Excelsior di Ischia Ponte (Na) – Programmazione: – Incasso: £ 832.633.000 (8°)– Titoli stranieri: Le fédéral (Fra), Zwei in einem Stiefel/(Rft), The fascist (Usa).

TRAMA: Durante l’occupazione nazista di Roma, il fascista Primo Arcovazzi è incaricato di arrestare il prof. Erminio Bonafè, filosofo liberale designato da un comitato di antifascisti come presidente della futura repubblica italiana. Col miraggio della promozione a federale, Arcovazzi parte alla ricerca di Bonafè e lo scova ben presto in un paesino dell’Abruzzo. Ma le difficoltà sono appena iniziate… Sulla strada del ritorno a Roma, Arcovazzi e Bonafè sono catturati dall’esercito tedesco, riescono a fuggire ed a rifugiarsi nella casa di un (latitante) poeta di regime, sono derubati da una ladruncola, ed infine entrano in città proprio quando Roma è liberata dai partigiani. Arcovazzi rischia di essere messo al muro, ma sarà proprio il professore a salvarlo.

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «Fiera del cinema», 5, mag. 1961; Anonimo, «Corriere della Sera», 24.8.1961; Valentino De Carlo, «La Notte», 24.8.1961; Vice, «Corriere d’informazione», 25.8.1961; Enzo Muzii, «L’Unità», 1.9.1961; Vice, «Il Messaggero», 1.9.1961; Leo Pestelli, «La Stampa», 17.9.1961; Filippo Sacchi, «Epoca», 24.9.1961; Mino Argentieri, «Vie nuove», set. 1961; Antonello Trombadori, «Vie nuove», ott. 1961; Giacinto Ciaccio, «Rivista del cinematografo», 11, nov. 1961; «Le vostre novelle», 38, 1961; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 50, 1961; Adelio Ferrero, «Cinema nuovo», 155, gen-febb. 1962; Giovanni Calendoli, «Maschere», ago. 1962 (numero monografico con sceneggiatura); Anonimo, «L’Unità», 19.6.1965; Walter Veltroni, Certi piccoli amori, Sperling & Kupfer, 1994; Aldo Viganò, Commedia italiana in 100 film, Le Mani, Recco 1995; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

Non bisogna lasciarsi invogliare dal titolo appetitoso di questo film, che promette la satira di un tipico personaggio della civiltà in orbace, e ci offre, invece, una squallida farsaccia qualunquista. […] Accanto a questo fanatico-bamboccio, gli sceneggiatori e il regista (Luciano Salce) hanno messo un democratico-bamboccio, e il film racconta appunto le incredibili peripezie di questa coppia […]. Il film […] si iscrive in quella repugnante fioritura di cinema pseudo-civile, che ha affrontato, in questi ultimi tempi, i temi della Resistenza con gli stessi modi da commedia dialettale che caratterizzarono un tempo i vari Pane, amore, e

Enzo Muzii, «L’Unità», 1.9.1961

Con questo brioso bianco e nero di Salce, Tognazzi ha preso quota, riscattandosi in parte da quel limbo di banalità commerciale in cui l’avevano confinato le sue precedenti prestazioni e disegnando, forse con qualche eccesso, un personaggio vivo e vitale, alla pari con quello impersonato (nientemeno) da Georges Wilson. […] Una storia positiva, dunque, e un quadro di costume ricco di intelligenza anche se spesso troppo accomodante e non sempre equilibrato nel rapporto satira-comicità. Salce ha diretto con gusto e vivacità ma quel che meglio sostiene il film (attenzione: più e più volte si ride di cuore) sono la sceneggiatura densa di trovate e l’interpretazione […]. E un benvenuto, per finire, merita il lavoro di Salce, come primo passo verso un umorismo di contenuto.

Vice, «Il Messaggero», 1.9.1961.

 

[…] Più che il pregio della coesione (qualche episodio è superfluo, qualche altro un po’ grossolano), il film ha quello della felice caratterizzazione dei personaggi, i quali col tempo fraternizzano, e di un umorismo intermittente ma di buona lega, che sa cogliere, pur senza confusioni qualunquistiche, quanto di commedia e persino di farsa si presenta in quella drammatica situazione di sfascio. Dalla tensione cordiale fra Tognazzi e l’occhialuto prigioniero (l’ottimo Georges Wilson) scaturiscono episodi gustosi, come il viaggio in motocicletta, l’incontro coi tedeschi, il guado del fiume e altri. Spiritosi i dialoghi, accurate le immagini.

Leo Pestelli, «La Stampa», 17.9.1961

[…] Come la materia per molti versi ancora bruciante diventi un divertimento intelligente e onesto è tutto merito della regia di Luciano Salce e della calibrata intepretazione di Ugo Tognazzi, fedelissima e aderente al personaggio in tutti gli aspetti fisici e gli atteggiamenti spirituali del fanatico puro e sprovveduto, ben coadiuvato da Georges Wilson, efficacissimo nel personaggio opposto all’aspirante federale. […]

Il racconto sta tutto nel fortunoso viaggio della coppia che nei suoi episodi avventurosi riflette il clima dei tempi, ma anche, soprattutto, rivela il fondo umano di questi personaggi travolti nella bufera di eventi storici, caotici e convulsi, ma non al punto di smarrire la coscienza di se stessi, e questo vale tanto per il perseguitato politico che alla fine salva il federale fasullo, quanto per questi che va fino in fondo con le sue illusioni, le sue sovrastrutture ben radicate, il suo semplicismo di gregario fanatico ma privo di cattiveria o di viltà. Ne risulta uno spettacolo estremamente misurato e dignitoso, sia tecnicamente, sia per quanto riguarda l’assunto, elaborato su toni e spunti di una satira bonaria, tutta soffusa di notazioni umane e di situazioni divertenti ma significative.

Giacinto Ciaccio, «Rivista del cinematografo», 11, nov. 1961

 

La critica di New York ha riservato una favorevole accoglienza al film di Ugo Salce [sic!, ndr] Il federale che ha come protagonista principale Ugo Tognazzi. Secondo la «Herald Tribune», Tognazzi in questo film ha dimostrato di possedere magnifiche doti di attore che lo pongono al livello di altri suoi colleghi famosi, come Mastroianni, Sordi e Gassman.

Anche per il «Daily News» l’interpretazione di Tognazzi è un elemento determinante per il successo del film. Il «New York Times» trova che il film è fatto estremamente bene. Il giornale ha parole di elogio anche per la regia di Salce.

Anonimo, «L’Unità», 19.6.1965

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LA VOGLIA MATTA (1962)

Regia Luciano Salce; sogg. dalla novella Una ragazza di nome Francesca di Enrico La Stella; scen. Castellano e Pipolo, Luciano Salce; dir.fot. Erico Menczer; mus. Ennio Morricone; mo. Roberto Cinquini, Gisa Radicchi Levi; scg. e arr. Nedo Azzini; co. Giuliano Papi; d.pr. Alessandro von Norman; i.p. Toto Mignone; s.ed. Carla Fierro; a.re. Emilio Miraglia; ass.re. Marcello Pandolfi, Gilberto Trampini; op. Alvaro Lanzoni; ass.op. Giovanni Modica Canfarelli, Roberto Brega; tr. Sergio Angeloni; parr. Maria Miccinelli; fo. Raffaele Del Monte. Interpreti: Ugo Tognazzi (Antonio Berlinghieri), Catherine Spaak (Francesca), Gianni Garko (Piero), Franco Giacobini (Carlo Alberghetti), Fabrizio Capucci (Enrico), Diletta D’Andrea (Maria Grazia), Jimmy Fontana (Jimmy), Beatrice Altariba (Silvana), Oliviero Prunas (Veniero), Margherita Girelli (Marina), Lylia Neyung (la cinese), Luciano Salce (Visigato), Corrado Pantanella (Flavio), Stelvio Rosi (Paolo), Salvo Libassi (il benzinaio), Jimmy il Fenomeno (soldato italiano nel ricordo), Carlo Pes, Donatella Ferrara, Maria Marchi, Edy Biagetti, Nino Fuscagni, Elisabetta Marlorota, Dory Hessan, Margherita Patti, Orfeo Bregilozzi, Carla Mancini. Produzione: Isidoro Broggi e Renato Libassi per D.D.L., Lux Film, Umbria Film; durata: 110’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 29.11.1961, n. 2635 – N.O. n. 36847, del 7.6.1962 – Stabilimenti di produzione: I.N.C.I.R.-De Paolis – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 2980 – Data inizio lavorazione: 23.10.1961 – Prima proiezione: 15.3.1962, al cinema Orfeo di Genova – Incasso: £ 608.096.000 (19°) – Titolo di lavorazione: Una ragazza di nome Francesca – Titoli stranieri: Crazy Desire (Usa).

TRAMA: In vacanza a Roma, l’ingegnere milanese Antonio Berlinghieri, trentanovenne, decide di passare a trovare il figlio, in collegio a Pisa. Durante il viaggio fa la conoscenza di un gruppo di giovani, in procinto di passare gli ultimi giorni d’estate in uno chalet sul mare. Tra i giovani c’è Francesca, una maliziosa sedicenne che attrae moltissimo Antonio. Il quale, un po’ per gioco un po’ sul serio, accetta l’invito dei ragazzi di trascorrere il giorno con loro. Tra gli scherzi dei giovani ed i tentativi di Antonio di colmare la differenza di età e di mentalità che lo separa dalla nuova generazione, l’ingegnere scopre di essersi innamorato di Francesca. Sempre sull’orlo del ridicolo, la corteggia, le fa una dichiarazione d’amore, finché la ragazza, sempre incerta tra lo scherzo e la passione, cede, di notte, sulla spiaggia. Ma alla mattina è tutto finito: i ragazzi sono partiti e con loro Francesca, Antonio riparte con la sua solitudine verso Pisa.

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «Fiera dal cinema», 12, dic. 1961, 5, mag. 1962; Pietro Bianchi, «Il Giorno», 16.3.1962; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 16.3.1962; Morando Morandini, «Stasera», 16.3.1962; Alberico Sala, «Corriere d’informazione», 16.3.1962; L. B., «L’Unità», Torino, 24.3.1962; Leo Pestelli, «La Stampa», 24.3.1962; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 30.3.1962; Maurizio Liverani, «Paese Sera», 30.3.1962; Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 30.3.1962; Aggeo Savioli, «L’Unità», 30.3.1962; Paolo Valmarana, «Il Popolo», 30.3.1962; Vice, «Avanti!», 30.3.1962; Claudio Quarantotto, «Il Borghese», 12.4.1962; L. A., «Intermezzo», 7/8, 30.4.1962; Giacomo Gambetti, «Bianco e Nero», 4, apr. 1962; Anonimo, «Nuovo spettatore cinematografico», 30/31, apr. 1962; Tullio Kezich, «Sipario», 192, apr. 1962; Anonimo, «Cinema Sessanta», 21-22, 1962; Leandro Castellani, «Rivista del cinematografo», 4/5, mag. 1962; Piero Pruzzo, «Film Selezione», 11, giu. 1962; Anonimo, «Cinemundo», 524, 6.10.1962; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 51, 1962; Anonimo, «Monthly Film Bulletin», London, 352, mag. 1963; Aldo Viganò, Commedia italiana in 100 film, Le Mani, Recco 1995; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

Il cinema italiano sta veramente attraversando una straordinaria stagione: nessun regista assomiglia all’altro, i giovani si fanno sotto, i meno giovani cercano di rinnovarsi, i produttori migliorano, i film difficili incassano, i critici, abituati a farsi rimorchiare, vanno incontro a sorprese. È successo a noi, per esempio, con La voglia matta.

Di Luciano Salce, quarantenne e romano, non sapevamo molto: lo si conosceva come attore (nel Corvo di Gozzi-Strehler al Piccolo Teatro), regista teatrale, collaboratore di Gobbi, autore di due commedie (Don Jack e Il lieto fine). Non avevamo visto né Le pillole di ErcoleIl Federale, ma in compenso, conoscevamo uno dei suoi due film brasiliani, Uma pulga na balança (1953), su scenario di Fabio Carpi.

Da La voglia matta che cosa aspettavamo? Una farsa o, tutt’al più, un gradevole film comico. Piuttosto pruriginoso inoltre, visto che la censura l’aveva messo in quarantena. È invece una commedia di costume, non priva di ambizioni e non sprovvista di significati. Date le origini teatrali e i precedenti cinematografici, pensavamo a Salce come a un teatrante che al cinema si dedica come a un’attività lucrosa, e, invece, abbiamo incontrato un regista in possesso di un linguaggio se non ancora di uno stile.

Film comico soltanto in superficie, La voglia matta è già insolito nella struttura, perché Salce e gli sceneggiatori Castellano e Pipolo, gli stessi di Il Federale, hanno rinunciato a un intrigo tradizionale. […]

La voglia matta può essere accostato a Labbra rosse di Bennati e a I nuovi angeli di Gregoretti: è un viaggio alla scoperta dei ventenni di oggi, dei loro costumi, della loro etica sessuale. L’interesse del film nasce da un conflitto, dall’opposizione di due generazioni. L’ingegnere, Francesca e i suoi compagni appartengono allo stesso ceto, la borghesia (o non bisognerebbe dire, all’americana, la «middle class»?), eppure c’è un abisso tra il primo e i secondi. Anche se espressi in modi comici, quest’opposizione e questo abisso sono reali e costituiscono il vero argomento del film.

Per farlo passare, la censura ha richiesto numerose modifiche al dialogo e qualche taglio. Tra le battute censurate, una ci sembra eloquente per illuminare il film e la gioventù che descrive: era detta nel finale da una delle ragazze: «Darei la mia verginità per un caffè». (Ora al posto di verginità, c’è «tutto»). Questi giovani rifiutano e irridono tutti i miti e la retorica delle generazioni precedenti, persino quello del gallismo più o meno romanticamente camuffato; il loro libertinaggio è, però, di forma più che di sostanza, la loro spregiudicatezza è, in fondo, soltanto verbale. Ma che cosa c’è dietro? Si può dire che il loro sia un neopaganesimo? In che misura la rappresentazione del film coincide con la realtà? A queste si potrebbero aggiungere altre domande perché, sotto la sua apparenza svagata, il film è complesso e, a modo suo, nonostante squilibri, contraddizioni e cadute, inquietante. La sua stessa modernità di struttura narrativa non si sottrae alle riserve perché, giunto a metà, il film ha già chiarito la sua situazione, senza riuscire poi a svilupparla.

Si parlava, dianzi, di linguaggio. Non avremmo fatto, infatti, un discorso così lungo, se Luciano Salce non avesse saputo suggerire un clima, guidare sapientemente i suoi interpreti (da un Tognazzi che non è mai stato così persuasivo e controllato, alla Spaak, deliziosa, sinuosa e inafferrabile donna-bambina, agli altri ragazzi esordienti o sconosciuti), e soprattutto liberare la macchina da presa.

Morando Morandini, «Stasera», 16.3.1962

Anche La voglia matta è a suo modo un’inchiesta sulla gioventù moderna, ma senza il piglio, sempre un forzato e polemico del reportage giornalistico, che è in cerca di situazioni estreme. Al contrario, questa è una ricerca dall’interno, che si muove non solo in direzione del vocabolario e del costume, ma degli stati d’animo, tentando di giustapporre i sentimenti dei sedicenni e quelli dei quarantenni. Il senso del film (un bel film) sta in questo contrappunto, dal quale nasce una novella di quasi perfetto equilibrio narrativo: un amalgama di ironia e di amarezza, tutt’altro che cinema comico. […]

Un bel film, ripetiamo, anche se un po’ troppo lungo, recitato bene non solo da Tognazzi e da una Catherine Spaak che è di una naturalezza sorprendente, ma da tutti i giovani che sdrammatizzano con la loro spregiudicatezza la voglia matta di Antonio; e diretto con finezza, spesso con poesia, da un Salce che ha dosato con precisione la tenerezza e l’humour, e talvolta, aiutato da un’ottima fotografia, soprattutto notturna, ha scritto pagine di rara efficacia figurativa. […]

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 16.3.1962

[…] Impostato come una comica di costumi, diventi nei momenti migliori vera commedia, e in qualche punto di tremore, autentico racconto. […] Un Tognazzi anche migliore di quello che ci aveva dato Il Federale diretto dallo stesso Salce, più rigorosamente chiuso nel disegno del suo personaggio, senza la minima sbavatura. (Prendiamone nota: i nostri comici stanno finalmente trovando i loro registi). […] È un film arguto e piacevole, tramato di osservazioni fini. Le reticenze, le sincopi, i patteggiamenti e i disagi dell’anziano sbalestrato fra i giovani, Salce le ha colte esatte, rappresentando l’incomunicabilità di due mondi. […] La vera riserva riguarda la misura del lavoro, che è eccedente. L’autore non ha saputo reggere quell’unica situazione in modo che verso la fine (al brutto episodio del cimitero) non gli mancasse sotto. Ci se ne accorge subito dal narcisismo da cui è improvvisamente preso: dopo tanto succo e tanto brio, s’innamora delle sue sequenze e non s’accorge di restare solo in quell’amore. Peccato, il film meritava che non facesse buca, che non finisse rasentando la noia. […].

Leo Pestelli, «La Stampa», 24.3.1962

La prima parte della pellicola è impeccabile. La descrizione del protagonista ha brio e mordente, e così pure quella del gruppo giovanile nel suo insieme e nei suoi elementi diversi. A mano a mano si instaura un’atmosfera quasi irreale che al tempo stesso diverte e angoscia lo spettatore, mentre la sceneggiatura s’irrobustisce e approfondisce in un molto ben graduato crescendo. Nella seconda parte, però, tale atmosfera viene improvvisamente lacerata da alcune inutili volgarità e resipiscenze di farsa. Il regista non scava più, divaga: crede di aggiungere e invece, sovrabbondando in notazioni, toglie coerenza e credibilità all’insieme. Preferiamo comunque un film imperfetto e illuminato a uno tanto impeccabile quanto freddo. E La voglia matta è indubbiamente opera sofferta, intensa, intelligente. Come tale piacerà anche al pubblico, che vi troverà un Tognazzi ottimamente impegnato, una Spaak davvero deliziosa, nonché una schiera di efficaci figurine […]. Tra i massimi pregi del film va infine annoveratala fotografia di Erico Menczer, che descrive quello scorcio di stagione con struggente e sottile malinconia.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 30.3.1962

 

[…] Ancora un film sui giovani d’oggi, perciò, ma non indirizzato, questa volta, alla documentazione e alla cronaca, perché Luciano Salce – un autore le cui simpatie per la satira sono note a tutti – ha preferito tenersi al clima della commedia di costume, tracciandoci dei personaggi un ritratto scopertamente caricaturale, senza forzare mai le tinte, però, con una malizia pince-sans-rire che sotto certi aspetti ricorda un po’ l’ironia a freddo dell’humour britannico. Si potrà rimproverargli, nella costruzione della vicenda, a sfondo decisamente corale, una certa fragilità narrativa e un gusto non sempre provveduto nelle situazioni più facilmente comiche e nel disegno di questo o quel carattere rimasto spesso solo allo stato di intenzione, ma in quella pittura d’ambiente gli va riconosciuta una notevole fertilità d’intuizioni e un’abilità indiscutibile nel cogliere e nell’esprimere gli aspetti più indicativi di un modo di sentire legati ad un’età e ad una società; con un piglio, oltre a tutto, che sa alternare senza squilibri le aperture sentimentali più raccolte alla più aperta parodia. […]

Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 30.3.1962

 

[…] La storia […] è priva di intenti scandalistici e comodamente erotici, non è neppure esaurita in un caso individuale che in fondo potrebbe non premerci gran che, e soprattutto si allarga a uno studio assai attento e sentito di un carattere, quello dell’uomo, e di un ambiente, quello dei giovani, che un po’ alla volta diviene simbolico, diviene indice di una allegria tanto più viva, spensierata, sfacciata, perché ormai irraggiungibile, e nei contorni sfumati della fantasia, quanto meno vuole essere didascalica e ammonitrice. Ed è tanto vero che le qualità migliori del film sono la spontaneità, la freschezza, l’intelligenza e il pudore con cui la situazione è delineata, con in più alcune singole notazioni certamente di meritevole rilievo, che queste corde si affievoliscono quando lo svolgimento prende un po’ la mano al regista, e l’avventura si ripete e si compiace eccessivamente di alcune trovate e di alcune situazioni.

Lo scioglimento, così, è infine meno naturale e facile di quanto non sia stata la partenza, il compiacersi di certi brani risponde più a delle spiegazioni momentanee che a un compiuto arco narrativo. Ma la storia rimane autentica, l’ambientazione originale, il coordinamento delle tecniche risponde ancora una volta a dei motivi non superficiali: il grande schermo, la fotografia bianca con una profondità per lo più dei piani e delle varie figure nell’inquadratura, e non sui singoli volti o sulle figure, l’assenza quasi assoluta di particolari e di primi piani, la musica con un commento spesso evidentemente a contrasto, contribuiscono a dare quell’impronta di cartolina, di avventura occasionale, eppure sentita e sofferta, trascurabile eppure incidente – sul carattere, se non altro – impronta ironica e insieme di affettuoso rammarico che è senz’altro una delle note peculiari del film.

Giacomo Gambetti, «Bianco e Nero», 4, apr. 1962

 

[…

] Luciano Salce, commediografo e regista, dopo il fallimentare debutto cinematografico italiano de Le pillole di Ercole – ma aveva già al suo attivo alcuni buoni film realizzati in Brasile – e la dignitosa prova de Il federale, ha tentato la strada della «novella moderna», raffinata fotograficamente, felice nel taglio delle immagini, costruendo una storia bislacca senza nessuna giustificazione né sul piano della comicità, che il film vorrebbe evidentemente superare, né tanto meno su quello del costume, data la mancanza di un qualsiasi orientamento critico o morale.

Dunque vi è un’unica spiegazione plausibile: il regista, che pure avrebbe le carte in regola per dire una parola originale, è rimasto vittima di un lolitismo di infimo ordine e si è divertito a descrivere con morbosa compiacenza gli «innocenti» svaghi di questi fantomatici scolari in vacanza. Catturato dai suggerimenti più vistosi e di successo che era possibile trarre dall’esile vicenda a sua disposizione, ha finito per trascurare il personaggio interpretato da Tognazzi – che dà una buona conferma delle sue capacità d’attore – e non si è curato neppure di decidere quale poteva o doveva essere il «senso» del suo film, facendosi disponibile alle più diverse suggestioni: i rapidi inserti alla Germi, la levigatezza di immagine alla «nouvelle vague» e persino il grosso episodio simbolico-grottesco alla Fellini. Ma l’unica autentica costante del film è quella erotica, che costituisce, fra l’altro, la più solenne smentita alla «tesi» che si vorrebbe dimostrare: l’innocenza dei giovani, o meglio, di questi giovani.

Tranquillamente immorali ma basati su uno slogan capace di racchiudere nell’ordine dello scherzo e della piacevolezza quanto di immorale contengono, sono proprio questi i film più pericolosi, in quanto più aperti verso ogni tipo di equivoco, da quello artistico a quello morale.

Leandro Castellani, «Rivista del cinematografo», 4/5, mag. 1962

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LA CUCCAGNA (1962)

 

Regia Luciano Salce; sogg. Luciano Vincenzoni, Alberto Bevilacqua; scen. Luciano Salce, Luciano Vincenzoni, Carlo Romano, Goffredo Parise; dial. Luciano Salce, Luciano Vincenzoni; dir.fot. Erico Menczer; mus. Ennio Morricone dir.da Pierluigi Urbini mo. Roberto Cinquini; scg. e arr. Nedo Azzini; ass.arr. Cesare Monello; co. Danilo Donati; ass.co. Pierangelo Cicoletti, Marcella Giorgi; i.p. Antonio Negri, Carlo Vassalle; s.p. Ezio Ranzini; s.ed. Rometta Pietrostefani; coll.re. Emilio Miraglia; ass.re. Giovanni Bessone; op. Silvio Fraschetti; ass.op. Enrico Fontana, Roberto Brega; fo. Adriano Taloni; tr. Andrea Riva; f.sc. Osvaldo Civirani. Interpreti: Donatella Turri (Rossella), Luigi Tenco (Giuliano), Umberto D’Orsi (Giuseppe Visonà), Luciano Salce (colonnello ai tiri), Anna Baj (signora tedesca), Ugo Tognazzi (l’uomo con la Maserati), Enzo Petito (padre di Rossella), Gianni Dei (Natalino), Consalvo Dell’Arti (il pubblicitario), Fernando Cerulli (l’avvocato), Jimmy il Fenomeno (il fotografo), Piero Gerlini (l’antiquario), Corrado Olmi (Garbolotti), Salvo Libassi (automobolista coinvolto nell’incidente), Luciano Bonanni (l’imbianchino), Jean Rougeul (prof. Cementi), Emilio Barella, Liù Bosisio, Elvira Cortese, Toni Di Mitri, Vera Drudi, Loretta Gagliardini, Cesare Gelli, Ivy Holser, Maria Marchi, Renato Montalbano, Franco Morici, Giulio Nellia, Elisa Pozzi, Giuseppe Ravenna, Anneke Sanders, Aristide Spelta, Adolfo Spesca, Angela Tartara, Livia Venturini, Ruth Von Hagen, Luigi Zerbinati. Produzione: C.I.R.A.C., Giorgio Agliani; durata: 102’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 30.5.1962, n. 2735– N.O. n. 38265, del 15.9.1962 – Stabilimenti di produzione: Titanus – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 2980 – Data inizio lavorazione: 20.4.1962 – Prima proiezione: 29.9.1962, al cinema Excelsior di Montecatini Terme (PT) –Incasso: £ 172.720.000 – Titolo di lavorazione: Una e un milione – Titoli stranieri: A Girl… and a Million (Gb). Le canzoni «Quello che conta»  (Morricone – Salce), «La ballata dell’eroe» (Petracchi – Fabrizio), «Tra la gente» (Morricone – Pilantra) sono cantate da Luigi Tenco.

TRAMA: La diciottenne Rossella, per fuggire da una famiglia rimbambita dalla televisione, cerca di trovare un posto di lavoro per affermarsi nella società italiana in pieno boom economico. Risponde ad un annuncio come dattilografa ed incontra diversi datori di lavoro: un pubblicitario che vorrebbe portarsela a letto, un fotografo di pose pornografiche che rischia di farla finire in carcere, un avvocato impazzito che aspetta la fidanzata alpinista e, soprattutto, un industriale veneto pieno di iniziativa che fa mille promesse ma non conclude nessun affare e finisce per essere arrestato. Insomma, Rossella si accorge che la “cuccagna” italiana è tutta un’illusione: quando scopre che suo fratello è diventato un omosessuale e che anche il cognato timorato e fascista tenta un approccio con lei, decide di uccidersi, in compagnia di un amico contestatore arrabbiato e musone, Giuliano, che vive in uno scantinato e fugge dal lavoro e dalla leva. Al momento del suicidio, i due giovani però scopriranno di volersi veramente bene e troveranno un nuovo motivo per tirare avanti, senza farsi più nessuna illusione.

 

BIBLIOGRAFIA: Pietro Bianchi, «Il Giorno», 4.10.1962; Ugo Casiraghi, «L’Unità», Milano, 4.10.1962; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 4.10.1962; Morando Morandini, «Stasera», 4.10.1962; Onorato Orsini, «La Notte», 4.10.1962; Alberico Sala, «Corriere d’Informazione», 4.10.1962; Filippo Sacchi, «Epoca», 8.10.1962; L. B., «L’Unità», Torino, 11.10.1962; Leo Pestelli, «La Stampa», 11.10.1962; Tommaso Chiaretti, «Il Paese», 12.10.1962; Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 12.10.1962; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 12.10.1962; Paolo Valmarana, «Il Popolo», 12.10.1962; Vice, «Avanti!», 12.10.1962; Vice, «Il Messaggero», 12.10.1962; Attilio Riccio, «Il Mondo», 30.10.1962; Filippo Sacchi, «Epoca», ott. 1962; Antonello Trombadori, «Vie nuove», ott. 1962; Anonimo, «Fiera del cinema», 11, nov. 1962; Leandro Castellani, «Rivista del cinematografo», 11, nov. 1962; Giacomo Gambetti, «Bianco e nero», 11, nov. 1962; Natal Mario Lugaro, «Terra e vita», nov. 1962; Domenico Campana, «Gente», dic. 1962; Giulio Cattivelli, «Cinema nuovo», 160, dic. 1962; Natal Maria Lugaro, «Alba», dic. 1962; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 52, 1962; Sandro Zambetti, «Cineforum», 23, mar. 1963; Walter Veltroni, Certi piccoli amori, Sperling & Kupfer, 1994; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005. Kezich

Luciano Salce

Da tempo desideravo fare un film «con la macchina a mano». Quel modo diretto di vedere la realtà, il neorealismo, io penso che sia sempre il metodo più giusto e sicuro per raccontare i fatti della nostra gente. Ma la realtà muta continuamente. Perciò il cinema si rinnova anno per anno. E bisogna stare sempre all’erta, non tenere soggetti nel cassetto: prendono odor di chiuso. Il regista, a volte, rimane attaccato alla realtà dei suoi anni fertili: allora, come dice Flaiano, «perde i clienti e bisogna pensare ad ammazzarlo».

Lo schema narrativo de La cuccagna è elementare: una ragazza del ceto medio cerca lavoro ed ha varie esperienze, gaie, grottesche o mortificanti. Consente quella purezza neorealistica nei rapporti con la realtà, ed anche un aggiornamento della topografia urbana ed umana, del contenuto dell’immagine.

La città in cui viviamo è immensa, ad essa si applicano da tempo i registi migliori, ma è ben lungi dall’essere cinematograficamente esaurita. C’è stata la Roma di Fabrizi e della Magnani; le blande caròle dei Poveri ma belli; i giovani delle borgate, idilliaci con Castellani, squallidi e duri con Pasolini; Piazza Vittorio di De Sica e Via Veneto di Fellini. È rimasta fuori tutta la grande Roma di mezzo, quella dei ceti medi, degli impiegati, dei pensionati, quella dei vecchi casermoni dei Prati e di quelli «moderni» di Monte Verde Nuovo.

Il mio film si applica a questa Roma di mezzo; non la esaurisce certo, anzi, appena sfiora le illusioni e disillusioni dell’immensa tribù dei «servi dello stato», sempre in attesa della fortuna e che oggi è frastornata ed illusa dal mito della ricchezza facile e alla portata di tutti, dalle gaie e rosee prospettive del «miracolo economico». La cuccagna è un film che ho inserito di prepotenza nella vita quotidiana della città, con attori sconosciuti e quindi non osservati dalla gente, spesso con la macchina da presa nascosta, a volte di sorpresa, prima che la gente si rendesse conto nei luoghi più difficili e proibiti nel centro della città. […]

Dopodiché, La cuccagna forse non sarà affatto un film realistico. Io credo che della realtà bisogna servirsi senza restarne prigionieri. Usarla e poi saperla abbandonare al momento giusto. La realtà, ripeto, è dinamica e imprevedibile come la vita e assume spesso gli aspetti folli e grotteschi della fantasia più sbrigliata.

LE RECENSIONI

 

«Le tribolazioni di una giovane in cerca di lavoro» avrebbe potuto essere meglio intitolato questo film di Luciano Salce, il terzo che il regista ci presenta nello spazio di pochi mesi, dopo La voglia matta e Il federale. Anche questo ha intenzioni di satira, ma a differenza dei primi due che hanno una più organica struttura di racconto, si articola in una serie di sketches, quale più quale meno riuscito, che attenuano l’efficacia e il mordente dell’amara e caustica inquisizione sul costume e sulla vita moderni per quel tanto di voluta, artificiosa e inutile forzatura che l’autore vi ha messo. […] Il film si vede però volentieri e in molte sequenze arriva anche a divertire.

Donatella Turri, graziosa e intelligente, Luigi Tenco e Umberto D’Orsi, per essere al loro primo esperimento cinematografico, sono sufficientemente sicuri e disinvolti.

Vice, «Il Messaggero», 12.10.1962

 

[…] L’intervallo che separa il film d’arte dal film tedioso è così breve, ma così fatale, che persino un regista così spregiudicato come Luciano Salce non resiste alla tentazione di misurarlo. La cuccagna dimostra in maniera anche più chiara il carattere puramente cinematografico del linguaggio adottato dall’autore, ma non conserva nessuna o quasi delle qualità, non del tutto cinematografiche forse, che rendevano La voglia matta uno spettacolo incondizionatamente piacevole. La diversità di temperatura e di pressione non dipende solo dalla diversità di recitazione, che pesa troppo sul secondo film, dipende, più ancora, dalla scelta e dallo svolgimento del tema, che sul primo film riesce a mantenersi coerente e leggero fino all’ultimo, mentre qui si spezza e divide in vari modi. Alla fine del primo tempo si ha già l’impressione che Salce abbia voluto raccontare una storia più volte raccontata con il meditato proposito di verificarne la probabilità nel clima del miracolo economico. Troppo attento alle variazioni del clima, non si è reso conto che anche la storia della ragazza, per riuscire istruttiva, doveva essere sostanzialmente ringiovanita.

Attilio Riccio, «Il Mondo», 3.10.1962

 

[…] Qualche frecciata va a segno, è pur vero, la satira si fa talvolta pungente e l’ironia ficcate, ma La cuccagna rimane un insieme di immagini in libertà. Gli nuoce soprattutto il tono caricaturale che dà una dimensione impropria all’indagine di costume, obiettivo fondamentale di Salce che non ha perso comunque occasione di ridicolizzare il «miracolo economico italiano» con una serie di frecciate, sottili ma azzeccate, che comprovano la fertile fantasia dell’autore, qui, invero, troppo sbrigliata. Il racconti, infatti, è articolato malamente, difetta di equilibrio e soprattutto nel finale, con quel tentato suicidio descritto in modo palesemente grottesco, piomba nell’assurdo.

Salce descrive e non racconta e il suo pessimismo di fondo sulla natura umana si traduce in amare considerazioni, ma si tratta di sketches a sé stanti più che di pagine di un racconto omogeneo: in definitiva, il Salce di La voglia matta era autore di idee oltre che di costume, quello di La cuccagna, no.

Leandro Castellani, «Rivista del cinematografo», 11, nov. 1962

 

[…] Non rinunciando all’umorismo, La cuccagna stempera i temi ironici o decisamente satirici sul piano di una indagine che è condotta quasi col tono dell’inchiesta e con l’impegno di una attenta documentazione. A ben guardare, anzi, è proprio questo il nocciolo del film e nello stesso tempo il suo maggiore difetto. Nel disegno affettuoso e delicato sostanzialmente «ideale» di due personaggi, Salce ha toccato una serie di motivi e di situazioni spietatamente concreti. […]

L’esemplificazione alla quale il regista si è dedicato è fin troppo minuziosa, fin troppo didascalica, rispetto alla sostanza dei suoi significati, cosicché anche il racconto soffre di eccessivo frammentarismo. Rossella è troppo emblematicamente una tipica «ragazza d’oggi», i casi che le capitano, le tentazioni che deve vincere, i nemici da affrontare non fanno mai un racconto vero e autonomo, una storia per conto proprio matura e circostanziata, legata ad una vera autonomia narrativa, in grado di pervenire ad una efficacia cosciente e degna di nota proprio perché valida innanzitutto per sé e per le proprie ragioni espressive. […] Il difetto basilare del film, in sintesi, consiste in una mancata armonizzazione fra la massa delle circostanze pratiche, delle prove che Salce ha portato a testimonianza delle sue considerazioni, delle sue amarezze e, non di rado, delle sue accuse, e il caso relativamente modesto, relativamente facile da risolvere in cui egli si è impegnato, anche se un caso di grande e odierna importanza pratica e morale.

Stando così le cose, se il film sfugge alla freddezza e alla casualità cui altrimenti andrebbe incontro è in virtù della cura psicologica che il regista ha dedicato, comunque, al personaggio di Rossella. […] A Salce, che ha fra l’altro la qualità di dirigere molto bene gli attori riscoprendone di noti e valutandone di sconosciuti, come in questo caso Donatella Turri, Luigi Tenco e Umberto D’Orsi (l’industriale arruffone), manca ancora forse il coraggio di una maturazione che è trattenuta da un continuo e spietato senso di autocritica, da un pudore che sorveglia magari più del dovuto una intelligenza viva e assai attenta al concreto. Osi maggiormente, Salce, e otterrà di più, abbia meno affetto per le macchiette (anche se lui stesso ne crea di spietate […]) e sia più vicino alle linee generali, semmai a un quadro di prospettive limitate, agli inizi (ricordiamo il bel primo tempo de La voglia matta, la stessa parte iniziale de La cuccagna), ma non per questo meno significativo e meno valido. In sostanza, quanto Salce può dare al nostro cinema, che non ha mai abbondato di spregiudicatezza, di spirito, di analisi di costume e di opere di dignitoso livello artigianale, è in potenza assai più di quanto finora egli abbia dato, anche se i risultati sono nel complesso soddisfacenti.

Giacomo Gambetti, «Bianco e nero», 11, nov. 1962

[…] È su questi aspetti contraddittori della situazione italiana che si appunta l’attenzione di Salce, nel tentativo di giungere ad una vera e propria radiografia del benessere, che metta in luce quanto di negativo o anche solo di fragile permane in un organismo sociale cresciuto, si direbbe, troppo in fretta. Gli ambienti e i personaggi con cui la protagonista viene via via a contatto dovrebbero confluire in una rappresentazione variata ma organica di tutto ciò che sta dietro il linguaggio, pur indiscutibile, delle statistiche […] e che i politici riassumono nella diagnosi secondo cui al «miracolo economico» non si è ancora accompagnato un analogo «miracolo sociale».

Ma è appunto qui, nell’esigenza di coordinare le sparse annotazioni in una analisi coerente del fenomeno, che Salce denuncia ancora i suoi limiti, inseguendo le occasioni di più immediato ed ironico divertimento anche quando non rientri funzionalmente nel discorso di fondo (si pensi all’incubo dello scrittore maleodorante per le dattilografe della copisteria, a certi particolari dell’ambiente familiare della protagonista, a tutto l’episodio dell’avvocato carico di complessi erotico-romantici più che di pratiche giudiziarie). Richiamandoci al titolo, potremmo dire che, nell’osservare questo enorme albero della cuccagna che è l’Italia del «miracolo» e lo spettacolo dei molti che ne scivolano rispetto ai pochi piazzatisi saldamente in cima, il regista si sofferma spesso sulle cadute più buffe e sui tipi che ne sono protagonisti o addirittura su chi si trova a passare di lì per caso, finendo col trascurare proprio l’albero e ciò che lo rende scivoloso, perdendo cioè i contatti fra gli effetti e le cause, fra le vicende individuali e la situazione generale che le determina.

Ad attenuare peraltro le conseguenze di dispersione e di frammentarietà derivanti da tale propensione all’appunto esaurito in se stesso, interviene, come dicevamo, la figura della protagonista. Il personaggio di Rossella riesce, infatti, ad evitare il rischio di ridursi a semplice pretesto ed assumere una sua presenza viva, concreta, non solo come filo conduttore fra i diversi episodi, ma anche e soprattutto come specchio e metro di giudizio per tutto quanto le accade attorno. Colta con freschezza e genuinità di tratti nell’età in cui non si è più ingenui e non si è ancora scettici, Rossella riflette, senza falsi stupori ma con intatta possibilità di reazione, inquietudini, incertezze, miraggi, sbandamenti di una generazione che è insieme vittima e giudice del nostro tempo. […] Il senso di precarietà e disarmonia che rode all’interno l’apparente solidità della situazione generale italiana e si manifesta in una serie di episodi slegati fra loro, viene a ricostruirsi unitariamente nella fisionomia interiore di questa ragazza, nei suoi entusiasmi e nelle sue delusioni, negli atteggiamenti candidi e in quelli smaliziati, nei moti di rassegnazione e negli scatti di rivolta, in un gioco di chiaroscuri, insomma, che riassume con indubbia efficacia la sfuggente realtà di questo albero della cuccagna su cui sembra tanto facile salire, ma dal quale si rischia di scivolare, ancor più facilmente, ad ogni momento. L’elogio alla spontaneità con cui l’esordiente Donatella Turri ha saputo dar vita a questo singolare personaggio, ed all’abilità con cui Salce ha dimostrato nel guidarla, viene da sé e completa la valutazione positiva dell’elemento che, se non basta a risolvere completamente il film dai difetti di cui si è detto, gli restituisce un suo profilo sostanziale non privo di validità e interesse.

Sandro Zambetti, «Cineforum», 23, mar. 1963

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LE ORE DELL’AMORE (1963)

 

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Castellano e Pipolo, Luciano Salce; rev.scen. Diego Fabbri; dir.fot. Erico Menczer; mus. Luiz Bonfà; mo. Roberto Cinquini; scg. e arr. Nedo Azzini; a.arr. Giuseppe Ranieri; co. Giuliano Papi; o.g. Alessandro von Normann; s.p. Giuseppe Vinci, Nico Benetti; s.ed. Carla Fierro; a.re. Emilio Miraglia; op. Silvio Fraschetti; ass.op. Sergio Martinelli, Fernando Gallante; tr. Giannetto De Rossi; parr. Maria Miccinelli, Argentina Ferri; fo. Franco Groppioni. Interpreti: Ugo Tognazzi (Gianni), Emmanuelle Riva (Maretta), Umberto D’Orsi (Ottavio), Barbara Steele (Leila), Mara Berni (Jolanda Cipriani), Brunello Rondi (Cipriani), Diletta D’Andrea (Mimma), Fabrizio Moroni (Roberto De Vitti), Mario Brega (un tifoso romanista), Luciano Bonanni (il vigile), Salvo Libassi (il portiere), Renato Speziali, Giovanni Urli, Irene Aloisi, Renato Izzo, Janine Handy, Francesco Rigamonti, Franco Morici, Elvira Tonelli, Luciano Salce (un passante che non ha tempo). Produzione: Isidoro Broggi e Renato Libassi per D.D.L. Cin.ca; durata: 105’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 28.12.1962, n. 2905 – N.O. n. 39626, del 23.2.1963 – Stabilimenti di produzione: I.N.C.I.R.-De Paolis – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 3039 – Data inizio lavorazione: 12.11.1962 – Prima proiezione: 1.3.1963, al cinema Excelsior di Milano – Incasso: £ 414.477.000 – Titoli stranieri: The Hours of Love (Usa). Canzoni eseguite alla chitarra da Luiz Bonfa: «Ilha de Coral», «Maretta», «Ao Cair do Sol», «Domingo a Noite».

TRAMA: Dopo tre anni di fidanzamento, Gianni e Maretta, quarantenni romani di estrazione borghese, annunciano agli amici il loro prossimo matrimonio. Ottavio, amico di Gianni, cerca di dissuaderlo; Mimmina, confidente di Maretta, le illustra le delizie della convivenza coniugale (che lei sogna con compagni sempre diversi…). Dopo i primi giorni di iniziale felicità, Gianni e Maretta scoprono la noia della routine: le serate passate in casa, silenziosi davanti al televisore, gli interessi artistici che non collimano, provocano una progressiva chiusura in se stessi dei due sposi. Maretta cerca di trovare un lavoro, chiedendo aiuto ad un regista che la corteggia da tempo; Gianni partecipa ad un paio di feste organizzate da Ottavio, dove fa la conoscenza di un’americana un po’ pazza, Leila. Ad un pranzo con gli amici Cipriani, durante una grigia domenica, Gianni e Maretta litigano e decidono di separarsi. Ma dopo aver partecipato ad una squallida orgia organizzata dall’amico Ottavio, Gianni decide di tornare dalla moglie. Solo che, di comune accordo, i due torneranno a vivere da amanti, incontrandosi solo di sera: perché hanno imparato che le ore dell’amore sono poche, e fuggitive.

 

BIBLIOGRAFIA: Dario Argento, «Paese Sera», nov. 1962; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 28.2.1963; Ugo Casiraghi, «L’Unità», Milano, 2.3.1963; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 2.3.1963; Paolo Valmarana, «Il Popolo», 2.3.1963; Vice [Corrado Terzi], «Avanti!», 2.3.1963; Anonimo, «Corriere della Sera», 3.3.1963; Claudio Quarantotto, «Il Borghese», 7.3.1963; Arturo Lanocita, «Domenica del Corriere», 17.3.1963; Leo Pestelli, «La Stampa», 22.3.1963; Francesco Dorigo, «Cineforum», 23, mar. 1963; Giacomo Gambetti, «Bianco e nero», 4, apr. 1963; Anonimo, «Cinema 60», a. IV, n. 33, mar. 1963; Corrado Terzi, «Nuovo spettatore cinematografico», 2, apr. 1963; «Fiera del cinema», 5, mag. 1963; Anonimo, «Cinema nuovo», 162; Vittorio Spinazzola, «Cinema nuovo», 163, mag.-giu. 1963; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 53, 1963; B. Crowter, «The New York Times», 4.9.1965; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

Kezich

LE RECENSIONI

[…] Un film che può definirsi senz’altro una commedia delicata e fine. Vicenda forse non originalissima, specie in letteratura, ma svolta dal nostro regista in modo accorto e pensoso, nonché originalmente ambientata tra una borghesia romana colta con gusto. Salce, per giunta, è un ottimo psicologo: i suoi personaggi sono ben vivi, anche se non imponenti: sceneggiatura e regia li chiaroscurano con agilità, mentre un ulteriore apporto di umanità credibilissima viene loro dall’interpretazione di attori sottili ed espressivi come gli ottimi Emmanuele Riva e Ugo Tognazzi. Colorite, nel film, anche le figure di contorno, come quelle affidate a Mara Berni, Brunello Rondi, Barbara Steele, Umberto D’Orsi. In conclusione, nonostante qualche lentezza iniziale e qualche occasione mancata qua o là, Le ore dell’amore realizza il difficile compito di descrivere la noia senza annoiare, anzi invogliando il pubblico a un divertimento pensoso, raccolto, da adulti.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 28.2.1963

 

[…] Se si toglie l’episodio del «sogno», stanco tributo alla moda, la fattura di Le ore dell’amore è scintillante: qui veramente, meglio che nella Cuccagna, Salce ha riscattato il soggetto sfilacciato e aneddotico con gli estri particolari di un satirico di costume. […]

Leo Pestelli, «La Stampa», 22.3.1963

 

La testi sostenuta da Salce, assomiglia, o per meglio dire integra quella de: La cuccagna. Se questo film, infatti, proponeva in tono dichiaratamente satirico, ma spesso serio, il problema della gioventù che vuole inserirsi onestamente nel quadro della società, senza abdicare alle proprie ragioni morali; qui, in Le ore dell’amore il regista mette il dito su una piaga, ma lo espone poi, senza lasciar traccia di una sia pur conseguente risoluzione. Non si può certo chiedere sempre «una soluzione» specie in film come questi che hanno il semplice scopo di tuffarsi nella realtà per associarvi qualche giudizio, sia pure molto blando, e del resto Salce non ha forza tale da affondare il suo bisturi, che, invece, rimane sempre a fior di pelle. Tuttavia il pericolo mostrato nel film è evidente. […]

Facile è pertanto capire che, una volta cessato lo stimolo erotico, la presenza e la normale coabitazione non hanno senso; di qui le insofferenze, le insoddisfazioni, i desideri e, infine, la rottura. Non c’è amore prima? Non si sa. Per il regista c’erano le ore dell’amore, cioè quei momenti in cui due esseri si incontrano per soddisfare i propri istinti sessuali e non di più.

Il film va, dunque, preso in considerazione per questo sfondo ideologico che finisce con il trapelare nel contesto di un’opera la quale ha la pretesa di indagare uno degli aspetti della società odierna, senza però spinger la propria indagine al di là delle pure manifestazioni fenomenologiche. Per quanto riguarda, invece, la sua costruzione interna, il film risente di quel frammentarismo conseguente alla necessità di portare alla luce aspetti così diversi e discordanti, di un eterogeneo mondo di persone le quali non hanno dietro le spalle, sembra, nessuna esperienza spirituale. Le loro attitudini morali giungono a manifestazioni corali oramai ripetutamente stanche, incapaci di suscitare un sia pur lieve ripensamento, che non sia quello del puro materialismo e dell’immediato successo economico. Questa tesi, questa spinta sempre più rivolta a guardare un solo aspetto, il più appariscente della nostra società italiana, della borghesia che oramai ha aperto tutte le possibilità per una indagine costruttiva, nel film è appena indicata. Mentre, resta avvertibile in modo evidente, come detto, quello che il regista intende per amore, e per consuetudine erotica.

Certo, la conclusione […] lascia piuttosto perplessi e, nello stesso tempo, angosciati. Il matrimonio è dissacrato, nel suo scopo primario, quello della procreazione, si è finito con l’introdurre nella mentalità di questa nostra Italia, che si proclama cattolica e che ancora ritiene di salvare l’unico istituto esistente e capace di tenere in piedi una struttura sociale in un continuo dissolvimento, un ulteriore e progressivo sfaldamento anche in ciò che fino a poco tempo fa era ritenuto vincolo sacro e duraturo. Ma, appunto perché le situazioni che si verificano hanno portato a questa delineazione del problema in un tono sommario e spesso caustico, c’è pericolo nel film. Al quale non vale soltanto la proibizione ai minori di diciotto anni, quanto la proibizione a tutti, perché, in una forma che sembra reale, spiritosa, perfino morale, contrabbanda idee e costumi stratificati e difficilmente sradicabili.

Non sappiamo quanto di buono e di positivo si possa trarre da tale insegnamento, ma sappiamo che Le ore dell’amore sono troppo brevi per giustificare un ritorno al più stupido paganesimo, al più disperato dei motivi di alienazione che la società moderna abbia messo a disposizione dell’uomo. Ma l’amore, così inteso, certamente non lascia nulla dietro a sé: e quando c’è nulla è difficile costruire qualcosa di positivo.

Francesco Dorigo, «Cineforum», 23, mar. 1963

 

È innanzitutto, evidentemente, un film molto pensato, studiato a lungo, maturato con impegno e con una problematica non casuale; è cioè un film d’autore, sentito e sofferto. È anche – e la notazione è collegata alla precedente – un film a tesi, sentito come un caso appassionato, una verità in cui credere fortemente, e da sostenere davanti a tutto. […]

Si è accennato al tono dimostrativo in cui il film è stato costruito, e alla partecipazione del regista, che contribuisce notevolmente a rallentare la tensione un po’ meccanica che di solito opprime le opere nate sotto precisi impulsi ideologici. Infatti il racconto non è mai generico, ma anzi ben caratterizzato […]. Dove il racconto cede un po’, invece, sul terreno di un qualche assolutismo è nel non avere chiarito la personalizzazione del caso, nel non avere messo in luce che in quella circostanza l’esito non poteva essere che quello, ma senza con ciò pregiudicare altre soluzioni. Vogliamo dire che la «tesi» è, con quei personaggi, accettabile, e che se fin dall’inizio del film è un po’ prevedibile quale sia la conclusione, questo non nuoce. È però altrettanto vero che le riserve possono farsi più consistenti quando il film pare andare al di là del caso individuale per una pregiudiziale più ampia: riserve che sono sia di carattere contenutistico, sul piano stesso del film, ma anche estetico, perché proprio in quei brani e in quei momenti il racconto diventa più posticcio e più esteriore: come è nel finale, ad esempio, dove la voce fuori campo è del tutto pleonastica e, ai fini del significato del film, inutile e superficiale, mentre è insufficiente o forse soltanto un po’ ingenua per dare al film un peso, come si è accennato, più ampio e più assoluto, nella chiave della sua stessa impostazione tematica.

Sotto altri aspetti, in ogni modo, Le ore dell’amore è certamente il più maturo dei film di Salce. Se infatti il tono è sempre quello di una ironia critica attenta e scrupolosa, il discorso si amplifica assai rispetto a quello svolto in altre occasioni, e soprattutto lo stile è quanto mai attento, presente a se stesso e armonico. La narrazione, abbastanza fluida, prende corpo in una parte centrale svolta con penetrante misura.

In sostanza, se si è accennato ad una «maturazione», per Le ore dell’amore, è perché confluiscono qui il sentimento e la satira, e perché la satira diviene più umana e più giustificata di fronte alle malinconie e alle amarezze che prendono personalmente Gianni, il protagonista del film, che non è lontano, stando alla nostra prospettiva, dall’essere una figurazione dello stesos Salce. […] Il suo discroso sul «quarantenne», iniziato con La voglia matta, è ripreso ora con nuovo vigore, e con un giro di orizzonte più ampio e più ragionato. […]

Si può in un certo senso avvicinare Salce e Fellini, senza togliere a questi nessuno dei suoi attributi. […] Ma in sostanza Salce – con una sua chiara personalità – può essere un Fellini meno lirico e meno sfacciato, ma altrettanto interessato ai fenomeni tipici di una «evasione» che nell’autore di muove sempre dal fantastico, dalle paure e dalle definizioni del peccato, e che in Salce è invece su un piano strettamente razionale, di continuo autocontrollo, di sorvegliato timore. L’autobiografismo […] in Salce è più sorvegliato, quasi desideroso di non rivelarsi e di non porsi come una dimensione drammatica autonoma e tale da dar vita a un fenomeno espressivo […].

È evidente che in un mondo borghese e piuttosto monotono come è quello della media società italiana, le indagini di costume di Salce hanno una loro precisa ragione d’essere, e lo spirito caustico dell’ex «Gobbo» una evidente e fondata aspirazione alla sintesi e alla definizione.

Giacomo Gambetti, «Bianco e nero», 4, apr. 1963

Luciano Salce ha il merito di voler portare il suo granello di sabbia alla edificazione di un tipo di commedia italiana attenta soprattutto agli aspetti del costume. […] Il raccontino, condotto con inconsueto garbo per il cinema italiano, si riallaccia a molti precedenti rintracciabili nella produzione hollywoodiana e “boulevardier”, ma degli esemplari, che alla lontana lo ispirano, ha l’esile spessore. Al di là delle schermaglie che coinvolgono gli insoddisfatti sposini e della superficiale ricerca di qualche motivazione di ordine psicologico, si ricavano apprezzamenti tanto ambiziosi nella postulazione quanto banali nel procedimento dimostrativo. In altre parole, Salce è accettabile finché si attiene alle regole del “divertissement”, ma scade nel più vieto luogo comune allorché azzarda insinuazioni filosofiche circa il breve corso dell’amore nell’esistenza degli individui. Castellano e Pipolo, cioè i suoi sceneggiatori, non hanno la stoffa per permettersi il lusso di rifare il verso al Bergman cosiddetto minore.

Anonimo, «Cinema 60», a. IV, n. 33, mar. 1963

 

LE MONACHINE (1963)

 

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Castellano e Pipolo; dir.fot. Erico Menczer; mus. Ennio Morricone; mo. Roberto Cinquini; ass.mo. Sergio Montanari; scg. Aurelio Crugnola; co. Giuliano Papi; arr. Franco Fumagalli; a.arr. Paolo Muschi; o.g. Gianni Minervini; i.p. Toto Mignone; s.p. Marcello Papaleo; s.ed. Anna Maria Montanari; coll.re. Castellano e Pipolo; a.re. Emilio Miraglia; cons.rip.judo Leonardo Limongelli; op. Silvio Fraschetti; ass.op. Sergio Martinelli; tr. Giannetto De Rossi; parr. Adriana Cassini; fo. Franco Groppioni; mix. Renato Cadueri. Interpreti: Catherine Spaak (suor Celeste), Didi Perego (madre Rachele), Amedeo Nazzari (Livio Bertana), Sandro Bruni (Damiano), Umberto D’Orsi (Spugna), Sylva Koscina (Elena), Alberto Bonucci (rag. Battistucchi), Lando Buzzanca (Amilcare Franzetti, vigile urbano), Annie Gorassini (segretaria), Antonio Pierfederici (presidente), Consalvo Dell’Arti (medico), Edda Ferronao (cameriera), Piero Tordi (il sindacalista), Lola Wigan (mannequin), Ugo D’Alessio (regista), Toto Mignone (aiuto regista), Giulio Calì (Antonio, il portiere), Franco Morici (Giuseppe), Laura Raggi (suor Lucia), Salvo Libassi (Carlo, altro portiere), Jimmy il Fenomeno (il capocomparse). Produzione: Ferruccio Brusarosco per Hesperia Cin.ca (Milano); pr.ass. Mario Tugnoli, Giancarlo Marchetti; durata: 102’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 11.6.1963, n. 3014 – N.O. n. 41030, del 24.8.1963 – Stabilimenti di produzione: I.N.C.I.R.-De Paolis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2728 – Data inizio lavorazione: 27.4.1963 – Prima proiezione: 29.8.1963, al cinema Altino di Padova – Incasso: £ 270.501.000 – Titoli stranieri: The little nuns (Usa).

TRAMA: Le suore del convento di Quercianello, un piccolo paese a 37 chilometri da Roma, sono in fibrillazione: il passaggio degli aerei sopra il convento provoca delle vibrazioni che stanno distruggendo l’affresco della Beata Domitilla, protettrice delle suore. Suor Celeste e madre Rachele partono per Roma, con l’intenzione di parlare con il direttore dell’Aeritalia e convincerlo a spostare le rotte aeree. Le accompagnano il giardiniere Spugna, che fa da autista, ed il piccolo Damiano, desideroso di visitare lo zoo. Riuscite a contattare ben presto il direttore generale dell’ente, Livio Bertani, le due candide suore non riescono però a venire a capo di niente. Anche perché Bertani, piuttosto nervoso, si considera perseguitato dalle due suore e, per sfuggire alle loro richieste, si rompe una gamba. La compagna di Bertani, però, l’attrice Elena, prende a cuore il problema delle monache, e cerca di risolvere la situazione. Ci riuscirà durante una riunione degli azionisti, quando lo sfiduciato Bertana sta per lasciare l’incarico al rampante ed infido Battistucchi: grazie a Spugna, che ha vinto un incontro di judo, le due suore hanno potuto acquistare alcune azioni dell’Aeritalia ed ora possono mettere all’ordine del giorno il problema di Quercianello. Bertani, finalmente convinto, le sostiene, riprende la sua posizione di direttore e si farà anche convincere a regolarizzare la posizione con Elena.

 

BIBLIOGRAFIA: Vice, «Corriere della Sera», 5.9.1963; Vice, «La Stampa», 6.9.1963; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 15.9.1963; Lino Micciché, «Avanti!», 15.9.1963; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 16.9.1963; Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 16.9.1963; Anonimo, «Fiera del cinema», 6, giu. 1963, 10, ott. 1963; Giacomo Gambetti, «Bianco e nero», 11, nov. 1963; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 53, 1963; Anonimo, «Il nuovo spettatore cinematografico», n. 5 (38), 1963; Anonimo, «Cinémonde», 1535, 7.1.1964; Anonimo «Fotogramas», 849, 22.1.1965; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

[…] Si sono riprovati in una miscela già sperimentata da alcune pellicole americane: quella dell’odor di incenso e dell’ilarità, con in più un pizzico di malizia all’italiana. È una combinazione non facile e c’è infatti, meno mordente, rispetto ai film precedenti di Salce […], ma più d’una gag è imbroccata e la trovata finale è decisamente spiritosa. […]

Vice, «Corriere della Sera», 5.9.1963

[…] Una lunga serie di avventurose coincidenze narrate con sorridente e affabile mestiere. Certo il film è un po’ prolisso, il suo candore eccessivo, i suoi limiti modesti. Ma non vi mancano gustose trovate, come quella dell’«ordine francese» o quella del cinese da salvare con la distribuzione dei santini. In complesso, il pubblico potrà divertirsi abbastanza. Degli attori ricordiamo anzitutto Amedeo Nazzari, nella parte del perseguitato pezzo grosso. Le sue serafiche persecutrici sono Didi Perego e Catherine Spaak. […]

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 15.9.1963

 

[…] Salce compie una distinzione a proposito di Le monachine, che è forse sottile ma che certamente non è capziosa. Egli sostiene che – come dicono i titoli di testa – ha compiuto, per questo film, solamente un lavoro professionale di «regia», e che non si tratta di un suo film, come invece era chiaramente indicato per le altre occasioni, nelle quali, oltretutto, aveva sempre collaborato anche al soggetto e alla sceneggiatura. Si sa, comunque, che Le monachine doveva segnare, in un primo tempo, l’esordio di due giovani sceneggiatori, Castellano e Pipolo, collaboratori abituali di Salce, autori infatti del soggetto e della sceneggiatura; Salce avrebbe dovuto essere vicino agli amici con la veste quasi del tutto onorifica di «supervisore». In un secondo tempo, e a film già iniziato, il noleggio ha mostrato di non gradire la novità dei nomi, e di non potere giustificare la propria partecipazione finanziaria sulla base di una coppia d’autori sconosciuti (siamo lontani infatti – e per fortuna – dalle mondanità e dalla fama di pastafrolla di certi «enfants-gatés» della haute cinematografica romana). Salce, allora, ha salvato la situazione, firmando totalmente la regia: ma sempre per un lavoro «su commissione». […]

Le monachine, dunque, è una piccola commedia di vecchio stampo. Il soggetto richiama alla mente il cinema americano attorno al ’40, quando si vestivano in abito talare attrici e cantanti noti, per mescolari in dosi ritenute giuste e spettacolari i richiami del sesso e della fama, con una evidente quantità di ipocrita malizia. Questa volta si è puntato sul macchiettismo di un personaggio e sulle qualità di un’attrice, Didi Perego, esperta nel «carattere»; e sul fascino un po’ morbido e seducente di un altro con le fattezze di Catherine Spaak, che il pubblico vede, per lo più, in situazioni tutt’altro che monacali. Un film di questo tipo […] può durare all’infinito, può persino non esaurirsi in un solo episodio, ma dar vita a una storia ciclica, dalle inesauribili derivazioni. […] Ma può anche esaurirsi nella prima mezz’ora. È, in sostanza, un film di sceneggiatura; è un genere di cinema indissolubilmente legato alle idee, all’inventiva dei dialoghi; non per niente, tutto il cinema americano degli anni trenta e quaranta, e particolarmente le commedie, si giovava insostituibilmente della qualità degli scrittori, alcuni dei quali hanno contribuito in maniera fondamentale alla fortuna dei registi e degli attori. Invece Le monachine funziona, sotto questo punto di vista, solo a brani, a momenti; quello che rimane, e che il film ha in più, volendo, rispetto a Le due suore o a La mia via è piuttosto una serie di battute abbastanza divertenti, applicate ad alcune reali situazioni d’oggi con una certa pregnanza, ad alcune analogie abbastanza spiritose […].

Il racconto, man mano che va verso la fine, diventa più fiacco e più spento ma, pur senza mordere, ovviamente, come negli altri suoi film – o nei suoi film veri – Salce è riuscito abbastanza a tenere in piedi la storia, e da un punto di vista artigianale e tecnico il film è diretto con più di un minimo accettabile di cura e di pudore, senza eccessi e senza difetti gravi, nell’ambito che abbiamo individuato. A questo proposito va ricordata, per conferma, anche la piacevole musica di Ennio Morricone, e va segnalata la linea di caratterizzazione che raggiungono gli interpreti – Catherine Spaak, Didi Perego, Amedeo Nazzari, Umberto D’Orsi, Sylva Koscina, Alberto Bonucci, Antonio Pierfederici – a maggior ragione trattandosi di attori che hanno appunto quasi tutti, per un verso o per l’altro, necessità di essere guidati da un regista intelligente e consapevole.

Giacomo Gambetti, «Bianco e nero», 11, nov. 1963

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ALTA INFEDELTA’ (1964)

 

LA SOSPIROSA

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Age, Scarpelli, Ruggero Maccari, Ettore Scola; dir.fot. Ennio Guarnieri; mus. Armando Trovajoli; mo. Roberto Cinquini; scg. Gianni Polidori; co. Lucia Mirisola; arr. Giovanni Checchi, Ferdinando Giovannoni; o.g. Fausto Saraceni; Marcello Pandolfi; i.p. Egidio Quarantotto; s.p. Ennio Di Meo; op. Danilo Desideri; tr. Sergio Angeloni, Otello Fava, Giuliano Laurenti; parr. Elda Magnanti; fo. Luigi Salvi. Interpreti: Monica Vitti (Gloria), Jean-Pierre Cassel (Tonino), Sergio Fantoni (Paolo, marito di Gloria). Produzione: Gianni Hecht Lucari per Documento Film (Roma), S.P.C.E. (Parigi); durata: 17’ (circa).

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 10.9.1963, n. 3088 – N.O. n. 42132, del 22.1.1964 – Stabilimenti di produzione: De Laurentiis – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 3482 – Data inizio lavorazione: 27.7.1963  – Prima proiezione: 22.1.1964, al cinema Rossi di Mentana – Incasso: £ 834.359.000 – Titoli stranieri: Haute infidelité (Fra), High infidelity (Usa). Gli altri episodi sono Scandaloso (Franco Rossi), Peccato nel pomeriggio (Elio Petri), Gente moderna (Mario Monicelli).

TRAMA: Sposata da due anni con Paolo, Gloria è gelosa del marito fino alla visionarietà: ogni gesto, ogni comportamento di lui la fa sospettare di un adulterio e provoca un’interminabile ed assillante scenata. Alla fine di un’ennesima discussione, Gloria si confiderà con un amico di Paolo, Tonino, il quale saprà come consolarla, mentre lei continuerà a dar sfogo alla sua gelosia…

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «Cinémonde», 1517, 3.9.1963; «Fiera del cinema», 9, set. 1963; Leo Pestelli, «La Stampa», 26.1.1964; Pietro Bianchi, «Il Giorno», 31.1.1964; Valentino De Carlo, «La Notte», 31.1.1964; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 31.1.1964; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 7.2.1964; Lino Micciché, «Avanti!», 7.2.1964; Gianluigi Rondi, «Il Tempo», 7.2.1964; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 7.2.1964; Vice, «Momento sera», 8.2.1964; Mario Soldati, «L’Europeo», 1.3.1964; Anonimo, «Cinema nuovo», 168, mar.-apr. 1964; Giacinto Ciaccio, «Rivista del cinematografo», 3-4, apr. 1964; Sandro Zambetti, «Cineforum», 35, mag. 1964; C.Cobast, «Saison ’64», 1964; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 55, 1964; Judith Cxhrist, «The New York Herald Tribune», 2.7.1965; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

[…] Negli episodi di mezzo la punta intellettualistica fa gravi guasti. Specialmente nel primo, Peccato nel pomeriggio […]. L’altro, La sospirosa di Luciano Salce […], è pressoché un monologo di Monica Vitti […], sostenuto con innegabile brio ma anche con quel pizzico di istrionismo accademico che induce spesso la giovane attrice a commentare essa stessa il personaggio e perciò a oscurarlo (specie nelle battute). […]

Leo Pestelli, «La Stampa», 26.1.1964

Al simpatico titolo corrisponde un filmetto ugualmente simpatico, in quattro episodi di quattro diversi registi, che con arguzia si sono divisi il compito di mostrare, attraverso spassosi casi limite, in quali e quanti modi impensati può capitare a un uomo o a una donna di venire meno al principio della fedeltà coniugale. Descrivere uno per uno gli episodi significherebbe far torto al film, i cui esilaranti effetti si basano molto anche sull’elemento sorpresa. Basterà dire che […] Luciano Salce, dirigendo La sospirosa, ha duttilmente assecondato una spiritosissima Monica Vitti […]. Il tutto, dicevamo, con brio ed agilità narrativa. Questo disco ad alta infedeltà va allegramente su di giri.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 7.2.1964

 

[…] Nella Sospirosa Salce racconta «in punta di penna» e con un po’ di cattiveria le isterie intellettuali dell’insoddisfazione da ozio. La Vitti domina la situazione da simpatica mattatrice. Ma il gioco è tutto sommato un po’ troppo scoperto.

Lino Micciché, «Avanti!», 7.2.1964

 

[…] La sospirosa, di Luciano Salce, è poco più di un barzelletta sceneggiata, anche se piccante e di onesta misura […]. Monica Vitti, Jean-Pierre Cassel e Sergio Fantoni sono gli interpreti, divertenti e divertiti. […]

Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 7.2.1964

[…] Il film a episodi ha ormai troppi predecessori nel nostro cinema, perché ci sia la possibilità di citarli. Questo di oggi firmato da quattro registi dell’età di mezzo ha scelto come filo conduttore realizzati o falliti tradimenti coniugali, argomento dei più agevoli per imbastirci su quattro brevi farse. Ma la facilità è parente stretta della banalità e quindi il terreno su cui i quattro autori si muovevano piuttosto pericoloso e facile agli scivoloni […]. La sospirosa esula addirittura nel surreale, è assai ben condotto e ottimamente interpretato da Monica Vitti, una svitata, pregevolissima, con Jean-Pierre Cassel e Sergio Fantoni […]. Uno spettacolo gustoso che sfrutta con abilità una vecchia formula.

Vice, «Momento sera», 8.2.1964

SLALOM (1965)

 

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Castellano e Pipolo; dir.fot. Alfio Contini (Technicolor); mus. Ennio Morricone dir.da Bruno Nicolai; mo. Marcello Malvestito; ass.mo. Franco Malvestito; scg. e arr. Arrigo Breschi; co. Giuliano Papi (Angelo Litrico per Vittorio Gassman); o.g. Pio Angeletti; i.p. Mario D’Alessio; s.p. Bruno Altissimi; a.re. Emilio Miraglia; op. Maurizio Scanziani; tr. Otello Sisi; c.s.m. Amerigo Casagrande; c.s.e. Domizio Ercolani. Interpreti: Vittorio Gassman (Lucio Ridolfi), Adolfo Celi (Riccardo), Daniela Bianchi (Thea, agente 503), Beba Loncar (Helen, agente F.B.I.), Loubna Abdel Aziz (Nadia), Emma Danieli (Ilde, moglie di Lucio), Robert Oliver (George), Isabella Biagini (Simonetta, moglie di Riccardo), Corrado Olmi (impiegato consolato italiano), Piero Vida (il killer), Nagua Fuad (Nabila), Fortunato Arena, Rafael Pisareff, Nello Pazzafini. Produzione: Mario Cecchi Gori per Fair Film (Roma), Les Films Cocinor (Parigi), Copro Film (Cairo); durata: 109’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 10.3.1965, n. 3467 – Stabilimenti di produzione: A.T.C. – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 3100 (2976) – Data inizio lavorazione: – Prima proiezione: 24.9.1965, al cinema Ariston di Pisa – Programmazione: 16 città capozona, 567 giorni, £ 301.425.000. – Incasso: £ 806.445.000 (20°) – Titolo di lavorazione: Le mie mogli – Titoli stranieri: Snow Job (Usa).

TRAMA: Singolare avventura di viaggio per il nevrotico Lucio Ridolfi, in vacanza a Natale sulla neve del Sestrière con la moglie Ilde e gli amici Riccardo e Simonetta. Dopo aver preparato a puntino un incontro d’amore con la bella e misteriosa Helen, conosciuta sul treno, si ritrova coinvolto in un omicidio e proiettato in un intrigo internazionale. Rapito in una slitta di Babbi Natale e cloroformizzato, si risveglia sull’aereo per il Cairo, con una nuova identità e con una nuova moglie… Inseguito da pericolosi assassini, ignorato dai diplomatici italiani del luogo, non creduto dalla polizia locale che lo prende per un visionario, scopre infine che la bella Helen è un’agente F.B.I. e che è stato utilizzato come una pedina dagli agenti americani per sventare un colossale traffico di valuta falsa volto a destabilizzare l’economia occidentale. E sarà proprio l’affannato e stralunato Lucio a risolvere il caso, prima di ritornare al Sestrière dalla moglie e dagli amici, come se nulla fosse avvenuto.

 

BIBLIOGRAFIA: Piero Virgintino, «Gazzetta del Mezzogiorno», 30.9.1965; Aldo Scagnetti, «Paese Sera», 2.10.1965; Vice, «Avanti!», 2.10.1965; Vice, «Corriere della Sera», 2.10.1965; Vice, «Il Messaggero», 2.10.1965; Vice, «L’Unità», Roma, 2.10.1965; Vice, «L’Unità», Milano, 3.10.1965; Natal Mario Lugaro, «L’Italia», 3.10.1965; Leo Pestelli, «La Stampa», 14.11.1965; Francesco Dorigo, «Cineforum», 50, dic. 1965; Giacomo Gambetti, «Bianco e Nero», 12, dic. 1965; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 58, 1965; Giacinto Ciaccio, «Rivista del cinematografo», 1, gen. 1966; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005. Kezich

Luciano Salce

Con Slalom ho fatto il tentativo di contaminare la commedia italiana con gli 007. Insomma di giocare su una situazione di questo tipo: come si comporta un italiano alla corte di Hitchcock? Il pubblico c’è stato, la critica invece si è scagliata. Valeva la pena di pensarci un momento per vedere che, alla fine, non c’era sotto un’idea volgare. È inutile, ormai si va per tentativi. Tutta la tematica tipo Voglia matta è stata spazzata via. Si tratta di scoprire un filone. Il cinema ha avuto un grosso choc con James Bond: sono dati di fatto che se anche non si apprezzano, si devono rispettare.

Giorgio Torelli, Il brutto con la susina in bocca, «Epoca»,1966

LE RECENSIONI

 

[…] Luciano Salce ha diretto la spassosa vicenda di Castellano e Pipolo, che si avvale di ampi orizzonti panoramici e di bei colori, in una ben dosata chiave umoristica, puntando tutti i riflettori sul protagonista, il quale nei momenti in cui doveva recitare si trovava completamente a suo agio, mentre in quegli altri nei quali c’era da fare l’acrobata, accusava con disinvoltura un po’ di fiato corto. Accanto al bravo Gassman si sono mossi tutti gli altri con sufficiente brio […].

Vice, «Il Messaggero», 2.10.1965

 

È giunto ormai il momento di rifare il verso ai vari film, apparsi in questi ultimi mesi, in cui appaiono gli agenti segreti derivati da 007.

Una satira in questo scorcio di tempo è stata impostata con James Tont operazione U.N.O. di Corbucci e Grimaldi in cui il protagonista era Lando Buzzanca; ma ouù diretta e con maggiore graffiante impietosità è stata quella di Slalom il cui titolo forse è inappropriato. Luciano Salce, il cui humour è incontestabilmente di sapore amarognolo, non prende direttamente e di petto l’argomento. Lo intende anzi più come uno spunto per talune sue divagazioni, che quale motivo di critica e di satira. Semmai queste due traspaiono dal contesto del film tanto che non riusciamo a capire, alla fine, se il regista abbia voluto ironizzare od abbia approfittato del momento di grande espansione commerciale del film spionistico, per costruirci uno spettacolo divertente e con un Vittorio Gassman in piena forma. […]

Le situazioni hanno dell’inverosimile d’accordo; ma questa volta sono sostenute da un ritmo che vorremmo dire logico […]

La conclusione è di quelle che fanno veramente di un film come questo qualcosa di sorprendentemente e di intelligentemente costruito […] Salce si incaricato, dunque, di smitizzare l’eroe, lo ha posto nella condizione di agire come un comune mortale, e proprio per questo ha affidato ad esso una carica di simpatia che non guasta.

Nel vasto processo di ridimensionamento del fenomeno Bond, anche Gassman, per mezzo di Salce, è riuscito a scavalcare i termini di un facile sommovimento di mezzi scientifici posti al servizio del crimine, a dare, cioè, di Sean Connery e dei suoi imitatori aspetto più verosimile che non quello dell’immarcescibile e sempre vittorioso eroe di queste nostre giornate grigie e vuote di emozioni.

Slalom di Luciano Salce può quindi essere considerato come una proposta, come un test per saggiare sul piano sociologico l’entità di un fenomeno così vasto che arrischia di diventare, fra i tanti, il più massiccio e massificante dei nostri giorni. Grazie a Salce ed alla sua intelligente prova, si è aperto un nuovo filone, forse. Ad esso potrebbero trovare ispirazione registi che intendessero non sottovalutare l’entità del fenomeno Bond, ma proporlo come uno degli esempi più complessi di un comportamento del pubblico, che pare essere propenso ad accettarlo fino al lmite dello sfruttamento.

Francesco Dorigo, «Cineforum», 50, dic. 1965

 

[…] Ora Slalom – che non a caso, conoscendo certi precedenti, Salce ha firmato soltanto come regista, e che non appare come un suo film – ha tutta la sostanza di uno spettacolo ambivalente, di un film che racconti due storie successivamente unite l’una all’altra con assai scarsi rapporti, come se gli sceneggiatori non avessero idea, scritta la prima parte del film, di cosa far succedere nella seconda: e non è da escludere che questa sia davvero l’ipotesi più attendibile. Le avventure del primo tempo sono «all’italiana», perché scarsamente… internazionalizzabili […], legate a motti di spirito, a situazioni coniugali che da noi fanno le spese delle canzoni o delle barzellette (la moglie in montagna, il marito città, o al mare, o viceversa); successivamente si va sul piano più attuale dello… spionaggio d’alto bordo, e infine sulla satira degli «007». La qualità del film segue parallelamente l’arco narrativo cui si è accennato: piacevole e disinvolto all’inizio (vividi e scattanti Gassman e Celi), statico e deludente al centro, appena più agile nel finale, anche grazie ad una vera… agilità fisica del protagonista. Ed è pur vero che tutto questo andirivieni della trama non ha un filo logico conseguenziale, e procede in modo disordinato e superficiale: «(…) gli autori di Slalom – ha scritto Filippo Sacchi – sono dei principianti che non hanno l’idea più lontana di come si struttura una suspense cinematografica. Essi credono di creare tensione infilando alla rinfusa un seguito inarticolato di casi avventurosi senza alcun aggancio tra loro, per lo più interminabili corse e inseguimenti, e invece non creano che confusione e pasticcio, per cui, quando all’ultimo dovrebbe arrivare l’acme, la spiegazione, la resa dei conti, essa arriva così tarda, forzata, appiccicaticcia che casca nel vuoto».

È ovvio che la componente sessual-latina del personaggio del protagonista è sempre in primo piano […]. Il bullo romanesco di Slalom, sbruffone e pauroso, timoroso e audace, deve assolvere però compiti più grandi di quel che possa sopportare: e il meccanismo non funziona. […]

Una vera occasione perduta, stando all’inizio, per una non vana commedia di costume, con la firma di un regista quale Luciano Salce che di questa forma di analisi e di satira è un vero maestro, anche indipendentemente dalle sue testimonianze televisive, le quali d’altronde hanno divulgato e reso più ampiamente noto il suo nome.

A Slalom, tuttavia, rimane una curiosa caratteristica, a chiave, e tuttavia non priva di interesse: il film – ancora in quella sua saporosa ma troppo breve prima parte – è l’incontro di tremi amici di venticinque anni fa, Salce, Gassman e Adolfo Celi, i quali si conobbero all’Accademia di Arte Drammatica negli anni attorno al ’40 e immediatamente successivi, e si separarono poco dopo la Liberazione: nel ’47-’48 Celi partì per il Sudamerica, per affermarsi, in particolare, nel teatro brasiliano, presso il quale in seguito lavorò anche Salce. Ritornato Celi in Italia due anni or sono, Slalom raggruppa i tre, con intesa rapida e goliardica, in un lavoro in comune: vent’anni dopo, e con molte illusioni cadute, ma col desiderio e col gusto di un loro personale divertimento.

Giacomo Gambetti, «Bianco e Nero», 12, dic. 1965

 

[…] L’intrigo dunque è di stretta marca poliziesca ma in queste avventure sarebbe vano ricercare anche la minima parvenza di credibilità. Tutto infatti gira in folle e molte cose, invero, girano a vuoto: la regia di Luciano Salce, per cominciare, assolutamente monocorde, e soprattutto la sceneggiatura la cui sconcertante banalità è riscattata, ma solo in parte, dall’eclettico dinamismo dell’interprete.

Giacinto Ciaccio, «Rivista del cinematografo», 1, gen. 1966

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OGGI, DOMANI, DOPODOMANI (1965)

 

L’ORA DI PUNTA

Regia, sogg. Eduardo De Filippo, dal suo atto unico Pericolosamente; scen. Eduardo De Filippo, Isabella Quarantotti; dir.fot. Mario Montuori (Eastmancolor); mus. Nino Rota; mo. Adriana Novelli; scg. Ferdinando Scarfiotti; arr. Gabriel D’Angelo; d.pr. Claudio Mancini; i.p. Umberto Sambuco; s.p. Giorgio Russo; op. Danilo Desideri. Interpreti: Marcello Mastroianni (Michele), Virna Lisi (Dorotea), Luciano Salce (Arturo); durata: 15’ (ca.)

LA MOGLIE BIONDA

Regia Luciano Salce; sogg. Goffredo Parise; scen. Castellano e Pipolo, Luciano Salce; dir.fot. Gianni Di Venanzo (Eastmancolor); mus. Luis Enriquez Bacalov (la canzone «Notte chiara» di E.Bacalov è cantata da Stefania); mo. Marcello Malvestito; scg. Luigi Schiaccianoce; arr. Dante Ferretti, Francesco Bronzi; co. Cesare Rovatti; d.pr. Claudio Mancini; ass.pr. Rafael Carrillo, Diego Gomez; a.re. Emilio Miraglia; op. Pasquale De Santis; fo. Ennio Sensi, Renato Cadueri. Interpreti: Marcello Mastroianni (Michele), Pamela Tiffin (Pepita), Lelio Luttazzi (amico di Michele), Luciano Bonanni (lo sceicco omosessuale), Ennio Balbo (l’emiro con lo yacht), Enzo Latorre, Antonio Ciani. Produzione: Carlo Ponti per Compagnia Cin.ca Champion (Roma), Les Filmes Concordia (Parigi); durata: 50’ (circa).

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 12.2.1964, n. 3188 – Stabilimenti di produzione: – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 2819 – Data inizio lavorazione: 3.12.1963 – Prima proiezione: 21.12.1965 al cinema Mignon di Cesate (MI) – Programmazione: 16 città capozona, 309 giorni, £ 153.605.000. – Incasso: £ 450.716.000 – Titolo di lavorazione: L’uomo dei 5 palloni – Titoli stranieri: Kiss the Other Sheik (Usa), The Man, the Woman and the Money (Usa). L’altro episodio è L’uomo dai cinque palloni (Marco Ferreri). Rieditato nel 1968, in forma di lungometraggio, con il titolo Lo smemorato.

TRAMA: L’ora di punta: celebre matematico in attesa del Nobel, Michele è reduce da una degenza in una casa di cura ed è ospite dell’amico Arturo e della moglie di lui, Dorotea. Ma in casa dell’amico troverà tutt’altro che riposo: Arturo e Dorotea litigano spesso e l’uomo conclude sempre le divergenze sparando alla moglie, senza riuscire a colpirla (o almeno sembra)… La moglie bionda: impiegato di banca con bellissima e biondissima moglie americana a carico, Michele sogna di venderla ad un emiro collezionista di bionde, anche per liberarsi del forte carico di spese in famiglia. Per questo parte con la moglie Pepita per l’Africa, ma al momento della vendita troverà diverse amare sorprese: prima un emiro che paga in cambiali, poi un emiro omosessuale. Finché, quando tutto sembrerà risolversi felicemente (per lui), scoprirà di essere stato tradito.

 

BIBLIOGRAFIA: Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 23.12.1965; Maurizio Liverani, «Momento Sera», 23.12.1965; Lino Miccichè, «Avanti!», 23.12.1965; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 23.12.1965; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 27.12.1965; Onorato Orsini, «La Notte», 27.12.1965; Leo Pestelli, «La Stampa», 29.12.1965; Enzo Natta, «Cineforum», 50, dic. 1965; Lino Cavicchioli, «Domenica del Corriere», 3, 16.1.1966; Enzo Biagi, «L’Europeo», 20.1.1966; Alberto Moravia, «L’Espresso», 30.1.1966; C. Rispoli, «Filmcritica», 163, gen. 1966; Guido Fink, «Cinema Nuovo», 179, feb. 1966; Giacomo Gambetti, «Bianco e nero», 3, mar. 1966; G. Pierallini, «Cinema 60», 59, mag. 1966; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 59, 1966; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

Si tratta in realtà di una pellicola non diremo “rimediata” ma certo assai eterogenea. E ciascuna delle sue parti va considerata separatamente. […]

Il secondo episodio, diretto, da Eduardo De Filippo, è il più completo e divertente. […] Alcune risate per il pubblico, servito a dovere da Virna Lisi e soprattutto da Luciano Salce, che del maritino armato dà una gustosissima caricatura.

Meno felicemente torna Luciano Salce come regista, nel terzo episodio […]. La caricatura […] non è sufficientemente agile. Né gli interpreti hanno modo di sfoggiare una sufficiente dose di brio. Resta, unica consolazione per lo spettatore, la bellezza di Pamela Tiffin, in vendita per quattrocento milioni. Cara? Dipende dalle borse, più che dai gusti.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 23.12.1965

[…] A un altro guaio dei nostri tempi allude L’ora di punta, il paradosso che Eduardo De Filippo […] ha tratto dal proprio atto unico Pericolosamente. […] Diretto con gusto, è divertente ma comprime in poco spazio una materia ben più ricca di risorse (sulla linea, per intendersi, proseguita da La decima vittima).

Il soggetto della Moglie bionda, uscito dalla penna asprigna di Goffredo Parise, ha trovato in Luciano Salce un regista che si è anche troppo divertito a buttarlo in farsa. […]

Oggi, domani, dopodomani è disuguale nello stile, ma visto controluce merita un po’ di attenzione. L’interpretazione è buona e la fotografia è spesso eccellente. Soprattutto nell’ultimo episodio, il colore ha soavità di pastello. Notevoli gli argomenti per lanciare Pamela Tiffin.

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 27.12.1965

[…] Annunciato eufemisticamente come «scherzo in tre atti», dove al fianco di Mastroianni, protagonista dei tre episodi, si alternano nell’ordine Catherine Spaak, Virna Lisi e Luciano Salce, Pamela Tiffin, questo trittico sconclusionato (tutt’al più potremo individuare un comune denominatore nella nevrosi, nella paranoia, nelle aberrazioni psichiche che sconvolgono la mente dell’uomo contemporaneo) accusa lontano un miglio il difetto di essere stato rimediato alla meno peggio. […] Tratto dalla farsa Pericolosamente che Eduardo De Filippo scrisse nel 1938 e diretto dallo stesso De Filippo, il secondo episodio è senz’altro il più divertente e originale dei tre, grazie soprattutto alla spassosa interpretazione di Luciano Salce, ma si dilunga un po’ troppo nel ripeter situazioni l’una analoga all’altra e alla fine risulta piuttosto debole.

Grassoccio, boccaccesco, volgare, il terzo episodio, La moglie bionda, farsetta sguaiata diretta senza convinzione da Luciano Salce, il quale, almeno, ha il coraggio dell’autocritica e in Anteprima ammette pubblicamente la crisi di idee che travaglia e avvilisce il cinema italiano… autori compresi.

Enzo Natta, «Cineforum», 50, dic. 1965

 

[…] Con tutto un Mastroianni a disposizione, al produttore è venuta l’idea sagace e originale di commissionare ad altri due registi due episodi, per confezionare un «attraente» e tipico prodotto di commercio. E ha avuto la collaborazione di Eduardo de Filippo e di Luciano Salce, entrambi lontani dalle loro prove cinematografiche più felici. Eduardo ha fornito il soggetto di un suo atto unico (Pericolosamente), trascrivendolo per lo schermo e realizzandolo, con Virna Lisi, oltre a Mastroianni, e con Luciano Salce. Lo stesso Salce è il regista dell’altro sketch, con Pamela Tiffin insieme al solito protagonista. Efficace il racconto da un punto di vista puramente tecnico, non può tuttavia esser Salce soddisfatto di una «prestazione d’opera» che mette un capace spirito d’osservazione al servizio del cattivo gusto della trama […] e di una sostanziale noia narrativa. Eduardo è capace, per parte sua, di stappare, al limite dell’assurdo, qualche significato umano e polemicamente allusivo anche a spunti deboli e occasionali come questo, con la collaborazione di un bravissimo Salce-attore; ma dalle sue qualità e dal suo ritorno al cinema si poteva sperare ben altro. […]

Giacomo Gambetti, «Bianco e nero», 3, mar. 1966

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EL GRECO (1966)

 

Regia Luciano Salce; sogg. Guy Elmes; scen. Guy Elmes, Luigi Magni, Massimo Franciosa, Luciano Salce; dial. John Francis Lane; dir.fot. Leonida Barboni (DeLuxe color); mus. Ennio Morricone dir.da Bruno Nicolai; mo. Nino Baragli, Fred Burnley (vers. Usa); scg. Luigi Scaccianoce; arr. Francesco Bronzi; co. Danilo Donati; o.g. Manolo Bolognini; d.pr. Eliseo Boschi; i.p. Toto Mignone; s.ed. Marcella Rossellini; a.re. Emilio Miraglia; op. Giuseppe Ruzzolini; tr. Mario Van Riel; fo. Renato Cadueri; mo.so. Henry Richardson; mix. Doug Turner. Interpreti: Mel Ferrer (El Greco), Rosanna Schiaffino (Jeronima de la Cuevas), Mario Feliciani (card. Nino De Guevara), Giulio Donnini (Pignatelli), Adolfo Celi (Don Miguel de la Cuevas), Renzo Giovampietro (frate Felix), Gabriella Giorgelli (Maria), Franco Giacobini (Francesco), Fernando Rey (re Filippo II), Angel Aranda (Don Luis), Rafael Rivelles (marchese De Villenna), Nino Crisman (Don Diego di Castilla), Mary Di Pietro (Isabel), Rosanna Martini (Zaida), Santiago Ontañon (Leoni), John Karlsen (l’accusatore), John Francis Lane (De Agueda), Maria Marchi (madre superiora), Franco Fantasia (il maestro d’armi), Bruno Scipioni (ufficiale). Produzione: Alfredo Bini per Arco Film (Roma), Les Films du Siècle (Parigi); durata: 94’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 6.10.1964, n. 3365 – Stabilimenti di produzione: Cinecittà – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2620 – Data inizio lavorazione: 20.8.1964 – Prima proiezione: Italia: 15.8.1966, al cinema Ritz di Alassio (SV);  Francia (9.5.1967 – 95′); Germania Occidentale (26.8.1966 – 94’); Gran Bretagna (1967 – 94′); Usa (1966 – 95′)– Programmazione: 16 città capozona, 123 giorni, £ 30.921.000 – Incasso: £ 166.089.000 – Titoli stranieri: Le Greco (Fra), El Greco (Rft, Gb, Usa). Premio speciale del Ministero del Turismo al Festival Internazionale del Film di Rio de Janeiro, 15-26.9.1966. Presentato al Festival di Taormina, il 2.8.1966.

TRAMA: Toledo, 1576. Arrivato in Spagna dall’Italia con l’amico Francesco, il pittore Dominikos Theotokopulos (meglio noto come El Greco) è chiamato ad affrescare una chiesa da Don Diego di Castilla. Nonostante la grandezza della sua arte, riesce con difficoltà a far comprendere il suo misticismo pittorico alla rigida ortodossia cattolica spagnola. Innamoratosi della nobile Jeronima de la Cuevas, promessa sposa di Don Luis, è tradito da un suo conoscente e denunciato all’Inquisizione. Riuscirà a scagionarsi, ma intanto l’amata Jeronima, entrata in convento, è morta.

 

BIBLIOGRAFIA: Paolo Meucci, «Il Giorno», 12.9.1964; Giacinto Ciaccio, «Rivista del cinematografo», n. 11-12, nov.-dic. 1965; Anonimo, «Cinérevue», 23, 9.6.1966; Vice, «Corriere della Sera», 26.8.1966; Vice, «Paese Sera», 27.8.1966; Vice, «Il Popolo», 27.8.1966; Vice, «L’Unità», Roma, 27.8.1966; Vice, «Avanti!», 28.8.1966; Vice, «Il Messaggero», 29.8.1966; Leo Pestelli, «La Stampa», 2.9.1966; Alessandro Garbarino, «Rivista del cinematografo», 11, nov. 1966; Giacomo Gambetti, «Bianco e Nero», 12, dic. 1966; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 60, 1966; M. M., «Cahiers du cinéma», n. 190, mag. 1967; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

Mel Ferrer

Ho sempre ammirato i quadri di El Greco […] e un anno fa mi sono deciso a scrivere un soggetto originale sulla vita del pittore, poi sceneggiato da Guy Elmes. Non che si apprenda molto dalla storia; forse El Greco è una delle figure più misteriose. Ma da quel poco che abbiamo potuto attingere ai testi storici, abbiamo cercato di restare il più vicino possibile al personaggio. […] Ho visto tre film di Salce e mi sono piaciuti tutti, particolarmente Il federale. È un regista moderno, progressista, proprio quello che serviva a noi. El Greco è stato al centro di un grande dramma sociale, ha vissuto e lottato fino alla morte in uno dei periodi più cupi della Spagna: quello della Controriforma.

Paolo Meucci, «Il Giorno», 12.9.1964

 

Luciano Salce

L’ho girato, come dice Mosca, con coscienza e serietà. È tutto.

LE RECENSIONI

 

[…] Diretto non senza dignità formale, ma non sostenuto da dialoghi adeguati, sullo sfondo di una Toledo più cartolinesca che suggestiva, ad eccezione delle sequenze davanti alla cattedrale, il film è un compromesso fra l’omaggio al grande artista e lo spettacolo di non volgari, ma fin troppo facili risvolti melodrammatici, in parte riscattato dalle tonalità cromatiche della buona fotografia.

Vice, «Corriere della Sera», 26.8.1966

[…] Un film che, nel ricostruire liberamente la vita di Domenico Theotokopoulos ha saputo vincere la tentazione di riempire arbitrariamente i grandi spazi vuoti delle biografie di El Greco. Non che tutti i trabocchetti siano stati evitati e superati dall’attenta regia di Luciano Salce; qualcosa è stato concesso che forse era più giusto evitare, qualche forzatura, come la caratterizzazione quasi grottesca dell’accusatore al rapido processo per stregoneria, ha recato danno (non grave) all’armonia complessiva del lavoro. Ma gli appunti non sono importanti, i pregi di questo film, che si avvale della sobria, efficacissima maschera di Mel Ferrer, e della diligente interpretazione di Rosanna Schiaffino, superano di gran lunga le poche manchevolezze. […] Tra le cose pregevoli, oltre naturalmente alla splendida esibizione di quadri del pittore […], devono essere ricordare alcune ricostruzioni d’ambiente, la processione, la caratterizzazione dei personaggi […], e il ritmo serrato, senza pause, del racconto.

Vice, «Il Messaggero», 29.8.1966

 

[…] Il regista Luciano Salce ha saputo armonizzare, in un racconto scorrevole ed equilibrato nonostante le ripetute lentezze, gli eterogenei elementi della vicenda che nella parte dei sortilegi  e dell’avventura cavalleresca non trascende in toni melodrammatici alla Zevaco, e in quella sentimentale poggia con discrezione sul patetico. Gli interpreti sono efficaci […].

Leo Pestelli, «La Stampa», 2.9.1966

 

Con un lavoro di puro mestiere, di sola tecnica, Luciano Salce diresse circa due anni fa El Greco, per il produttore Bini e per l’attrice Schiaffino, con Mel Ferrer. […]

La vita del Greco si prestava a un racconto cinematografico approfondito per mettere in evidenza il disegno di un’epoca, di un ambiente, di una mentalità; Domenico Théotokopoulos è un po’ il rappresentante di un’epoca, travagliata e felice nello stesso tempo, di pittori di corte strumenti ed eroi della grandezza propria e di quella altrui; i temi della libertà dell’artista, della indipendenza e della grandezza della ispirazione, dei suoi limiti, i confini fra genio e follia, fra la debolezza e le qualità dell’uomo, la religione – e l’Inquisizione – e la vita spagnola del Seicento: tutto questo avrebbe potuto rappresentare il nocciolo del film, tale e tanta materia avrebbe potuto costituire il centro nervoso di un’opera solida e drammaticamente tesa… se la sceneggiatura (Franciosa, Magni, lo stesso Salce), prima ancora della regia, non l’avesse indirizzata verso un superficiale anonimato.

Se si vuole, così, un film di occasioni perdute, questo sul Greco, malgrado l’impegno e il nome degli attori […] e la bella fotografia di Leonida Barboni, lo è del tutto: ma in realtà manca soprattutto, in Salce, qualsiasi convinzione, qualsiasi impegno creativo, alle prese con l’iniziativa malriuscita di un  produttore per altro avveduto quale Alfredo Bini.

Il fatto è che la routine, il mestiere, l’abitudine, il commercio, i successi più facili e più superficiali stanno pian piano deteriorando – ma neppure molto piano – le qualità indubbie e l’indubbio spirito d’osservazione di molti, e in particolare di un uomo di spettacolo così ricco di interessi e così vario di attitudini e di esperienze quale Salce è, superiore ai suoi stessi risultati recenti. […]

Giacomo Gambetti, «Bianco e Nero», 12, dic. 1966

 

Ho sempre pensato che i dipinti di El Greco fossero anamorfizzati in previsione della proiezione in Cinemascope. Sfortunatamente, essendo il film di Salce fotografato in Cinemascope, questo è un pleonasma. I quadri restano disperatamente anamorfizzati. Da ricordare: 1) Che la vita dei grandi pittori non è divertente; 2) Che sono degli imbecilli; 3) Che gli inquisitori erano degli uomini di sinistra. Salce, ridotto all’umorismo involontario, s’è lasciato divorare dalle pretenziose velleità meloferreriane.

  1. M., «Cahiers du cinéma», n. 190, mag. 1967

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COME IMPARAI AD AMARE LE DONNE (1966)

 

Regia Luciano Salce; sogg. Willibald Eser; scen. Castellano e Pipolo; dir.fot. Erico Menczer (Eastmancolor); mus. Ennio Morricone; mo. Marcello Malvestito; ass.mo. Germana Lanni; scg. Walter Haag; amb. Franco Bottari; arr. Rosa Cristina; co. Luca Sabatelli; a.co. Silvano Giusti, Claudio Giambanco; o.g. Nicolò Pomilia; d.pr. Gianni Minervini, Hans Fried; i.p. Marcello Papaleo, Dieter Pauker; s.p. Vittorio Noia; s.ed. Jenny Botti; a.re. Emilio Miraglia; ass.re. Claude Vital, Livia Fries; op. Silvio Fraschetti; ass.op. Gerd Erhardt; tr. Euclide Santoli, Ilke Bottcher; parr. Adriana Cassini; fo. Leopoldo Rosi, Aldo Zanni; mix. Franco Bassi; f.sc. Giorgio Baldi Schwarze, Gabriele Duvinage. Interpreti: Robert Hoffmann (Roberto Monti), Michèle Mercier (dott.ssa Francesca Marcos), Nadja Tiller (baronessa Laura), Elsa Martinelli (Monica), Anita Ekberg (Margaret Joyce), Sandra Milo (Ilde), Zarah Leander (Olga), Vittorio Caprioli (Renzino), Romina Power (Irene), Gianrico Tedeschi (il direttore del collegio), Orchidea De Santis (Agnese), Gigi Ballista (Archie), Mariangela Giordano (proprietaria stazione di benzina), Mita Medici (nipote di Olga), Carlo Croccolo (direttore autosalone), Margherita Horowitz (una suora), Sonia Romanoff (amica di Monica), Erica Schramm (Betty), Bernadette Kell (Violetta), Franco Morici, Heinz Erhardt (Schluessel), Chantal Cachin (Wilma). Produzione: Alfonso Sansone ed Enrico Chroscicki per Sancro Film (Roma), Nordeutscher Film (Monaco), Transister Film (Parigi); pr.ass. Gottfried Wegeleden; durata: 110’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 15.9.1966, n. 3841 – Stabilimenti di produzione: A.T.C. di Grottaferrata, Studio Hamburg di Amburgo – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 3200 (2989) – Data inizio lavorazione: 7.4.1966 – Prima proiezione: 2.10.1966, al cinema Adriano di Montecatini Terme (PT)– Programmazione: 16 città capozona, 264 giorni, £ 126.192.000. – Incasso: £ 493.161.000 – Titoli stranieri: Comment j’appris à aimer les femmes (Fra), Das Gewisse Etwas der Frauen (Rft), How I Learned to Love Women (Usa). Musiche dirette da Bruno Nicolai con I cantori moderni di A. Alessandroni. La canzone Pioggia sul tuo viso (Morricone-Nistri-Pilantra) è eseguita dai Sorrows. Dialoghi francesi di René Barjavel. Girato a Frascati, sul lago di Como.

 

TRAMA: Orfano di entrambi i genitori, Roberto ha ventun’anni ed è ancora ospite del collegio che ha ereditato dal padre. È appassionato di motori ma è bellissimo ed è concupito da donne di tutte le età. Sorpreso dalla cameriera Agnese mentre amoreggia con la moglie del direttore del collegio, è cacciato e costretto a guadagnarsi da vivere. Finalmente libero vive un’avventura erotica dietro l’altra con le donne più stralunate: una fanatica pilota da corsa che fa lo spogliarello in gara, una diva del cinema che gioca a carte durante la notte d’amore, una baronessa stilista che lo aggredisce in un fienile, una scienziata che riesce a far l’amore solo tornando indietro ai tempi della rivoluzione francese. Ogni volta Roberto scappa, finché crede di trovare l’amore puro in Irene, la nipote quindicenne di un’industriale tardona con l’hobby del piano. Rapisce la ragazza dal collegio di suore dove è chiusa, se la sposa, ma anche stavolta avrà una sorpresa…

BIBLIOGRAFIA: Leo Pestelli, «La Stampa», 14.10.1966; Pietro Bianchi, «Il Giorno», 27.10.1966; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 27.10.1966; Onorato Orsini, «La Notte», 27.10.1966; Filippo Sacchi, «Epoca», ott. 1966; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 12.11.1966; Maurizio Liverani, «Momento Sera», 12.11.1966; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 12.11.1966; Aldo Scagnetti, «Paese Sera», 12.11.1966; Vice, «Avanti!», 12.11.1966; Vice, «Il Popolo», 13.11.1966; Enzo Biagi, «L’Europeo», nov. 1966; Francesco Dorigo, «Cineforum», 58/59, nov. 1966; Anonimo, «Nuovo spettatore cinematografico», nov. 1966; Giacomo Gambetti, «Bianco e Nero», 12, dic. 1966; Giacinto Ciaccio, «Rivista del cinematografo», XXXIX, 12, dic. 1966; Mino Argentieri, «Cinema ’60», 61, 1967; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 62, 1967; Anonimo, «Monthly Film Bulletin», n. 410, vol. 35, mar. 1968; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

[…] A mezza strada fra la pochade, la commedia brillante e la satira di certi miti del nostro tempo, il film non aggiunge granché alla sorridente notorietà di Salce regista. Il ritmo è disuguale, le attrici si svestono con troppo facile disinvoltura: la misoginia di Salce vuol farci credere che sono le donne, e non gli uomini, a non pensare ad altro. Ma di qualche ghiotta situazione si ride, e l’itinerario erotico del protagonista offre spesso al regista il pretesto di esercitare il suo gusto, non sempre elegante, per tipi ed ambienti bizzarri, sottolineati da composite scenografie multicolori e da estrose toilettes.

Il film è molto aiutato dalla interpretazione. […]

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 27.10.1966

Mai visti tanti spogliarelli in un solo film. Naturalmente sono spogliarelli nei limiti di una decente malizia: stuzzicanti quel tanto che è possibile essere senza attirare le folgori della censura. […]

Il film, diretto da Luciano Salce, non si può dire, tutto sommato, molto vario: il troppo stroppia, dice un popolaresco proverbio: e, nonostante la straordinaria collezione di beltà muliebri che vi si esibiscono, i molti episodi in cui il racconto si articola finiscono col parere uno uguale all’altro. Anche se in realtà uguali essi non sono come riuscita, poiché da un tono garbatamente sofisticato si passa spesso alla pesantezza di cattivo gusto, e viceversa, tra dialoghi ora briosi ora smorti e trovate ora originali ora trite. Costantemente belle le immagini […].

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 12.11.1966

 

La pretesa del titolo, giudicato nella sua struttura didascalica, dovrebbe indurre lo spettatore ad assistere ad una specie di trattato sull’arte di amare, o di condurre in porto un’avventura galante. Una sorta di «segretario galante» degli anni sessanta, o giù di lì. Ma come gli anni sessanta, in fatto di rapporti amorosi sono, a dir poco, spregiudicati, così il film avrebbe dovuto mantenersi sullo stesso piano di spregiudicatezza. Ormai, finiti i tabù, decaduti per atrofia i sentimenti, l’arte di amare le donne si riduce piuttosto ad un artigianato, una prova in «serie» degli strumenti adatti a conquistar la donna.

Da un regista come Salce, pregevole per Il sorpasso [sic!], una deviazione di tal fatta non c’era certamente da aspettarsela. Sapevamo che era riuscito a riesumare, dal museo dei ricordi, una vecchia attrice come Zarah Leander (la conturbante Marlene Dietriche degli anni trenta) e in un certo senso non c’era dispiaciuto; sapevamo che al film doveva partecipare la debuttante quattordicenne figlia di Tyrone Power, la acerba e dispettosa Romina, allieva solerte di una Linda Christian ormai «fuori dal giro», e questo ci dispiaceva un pochino di più; infine avevamo la speranza che Salce, nonostante certi suoi atteggiamenti anticonformisti da Studio uno, potesse rimediare un’opera d’impegno specialmente là dove si fosse trattato di metter il dito sulla piaga del «gallismo» o che so altro. Viceversa il totale disimpegno di Salce, la sua improvvisa caduta di gusto, hanno reso il film uno di quei prodotti, ahimé frequenti, della cinematografia italiana. Scadente non tanto nel tono e nella ambientazione, quanto nella frammentarietà e nella insicurezza di impianto narrativo.

Si è offerto un pretesto e lo si è sciupato. Il pretesto poteva senza dubbio costituire la base per un discorso, sempre in chiave satirica, sul costume nostro, specie nei riguardi dei rapporti fra maschio e femmina (rapporti puramente fisici), ma tale pretesto è rimasto soltanto il motivo di inizio, mentre poi il film è andato per suo conto puntando per lo più sulle appetibili presenze di attrici quali Sandra Milo, Anita Ekberg, e della schiera di attricette sul tipo di Romina Power, disposte sempre a denudarsi pur di conseguire quell’immediato successo cui ardentemente anelano.

Che altro dire del film? Di Salce c’è poco, dei suoi precedenti film, anche, per cui si potrebbe concludere, parafrasando una nota frase di Amleto: «Tutto il resto è silenzio…». Ci dispiace questa clamorosa caduta di Salce e il cattivo gusto di avere usato dei ragazzini per scene e sequenze erotiche fine a sé [sic] stesse.

Francesco Dorigo, «Cineforum», 58/59, nov. 1966

 

[…] Come imparai ad amare le donne […] in qualche modo rientra nella linea di quelle notazioni ironiche sulla vita di ogni giorno che hanno visto impegnati i momenti migliori di Salce. […] In qual modo si impoveriscano spirito e interessi lo rivela direttamente Come imparai ad amare le donne, su una specie di «educazione sentimentale» di un giovane, inseguito e bramato dalle donne, e in primo luogo da una giovanissima Irene la quale finirà per essere sua moglie. Cambiano gli sceneggiatori – qui sono Castellano e Pipolo – ma non la povertà del racconto, che Salce tenta senza convinzione di portare sul piano di una certa «cattiveria» (il personaggio di Zarah Leander), ma che soprattutto rimane legato a una evasione paraboccaccesca di seconda mano. E sono queste le tendenze più pericolose, quelle che danneggiano la qualità di una industria, indirizzandola verso successi apparentemente facili, senza l’impegno, la ricerca, il valore delle idee. Questi gli «scandali» veri.

Giacomo Gambetti, «Bianco e Nero», 12, dic. 1966

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LE FATE (ep. Fata Sabina, 1966)

 

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Ruggero Maccari, Luigi Magni; dir.fot. Carlo Di Palma (Eastmancolor); mus. Armando Trovajoli; mo. Sergio Montanari; scg.e co. Luca Sabatelli; arr. Vittorio Ansalone, Antonio Marini; d.pr. Renato Jaboni; i.p. Gianni Di Stolfo, Dino Di Salvo; a.re. Mariano Laurenti; op. Claudio Cirillo; s.ed. Franca Carotenuto, Massimo Castellani, Carla Fierro; ass.op. Roberto D’Ettorre Piazzoli; ediz. Mario Milani; cass. Rolando Garbuglia; fo. Fausto Ancillai; tr. Giuseppe Banchelli; parr. Jole Cecchini. Interpreti: Monica Vitti (Sabina), Enrico Maria Salerno (Gianni), Renzo Giovampietro (Parini), Franco Balducci (Giulio). Produttore: Gianni Hecht Lucari per Documento Film (Roma) Columbia Films (Parigi); durata: 21’ (ca.).

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 12.5.1966, n. 3723 – Stabilimenti di produzione: – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 3444 – Data inizio lavorazione: 8.4.1966 – Prima proiezione: 22.11.1966, al cinema Corallo di Rivara (TO) – Programmazione: 16 città capozona, 460 giorni, £ 257.051.000 – Incasso: £ 730.749.000 – Titoli stranieri: Les Ogresses (Fra), Sex Quartet (Gb), The Queens (Usa). Gli altri episodi sono Fata Armenia (Mario Monicelli), Fata Elena (Mauro Bolognini), Fata Marta (Antonio Pietrangeli). La canzone «Tatatatata» di Trovajoli è cantata da Mina.

TRAMA: Inseguita da un bruto che vuole violentarla in una pineta, la bionda Sabina è raccolta da un maturo automobilista di passaggio. Svampita e lunatica, raccontando la propria brutta esperienza, Sabina riesce ad eccitare anche il nuovo automobilista e così si ritrova ancora una volta a fuggire per la pineta. È raccolta e salvata da un altro automobilista, Gianni, più viveur e seducente degli altri due uomini, tanto da attrarre irresistibilmente Sabina. E stavolta, per la pineta, la situazione si capovolgerà…

 

BIBLIOGRAFIA: Pietro Bianchi, «Il Giorno», 22.11.1966; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 26.11.1966; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 26.11.1966; Riccardo Marchi, «Il Telegrafo», 26.11.1966; Lino Micciché, «Avanti!», 26.11.1966; Gregorio Napoli, «Il Giornale di Sicilia», 26.11.1966; Leo Pestelli, «La Stampa», 26.11.1966; Aldo Scagnetti, «Paese Sera», 26.11.1966; Vice, «L’Unità», Roma, 26.11.1966; Vice, «Il Popolo», 27.11.1966; Dino Meccoli, «Epoca», nov. 1966; Adriano Baracco, «Lo Specchio», 4.12.1966; Enzo Biagi, «L’Europeo», 16.12.1966; Enzo Natta, «Cineforum ’60», dic. 1966; Sante Pasca, «Rivista del cinematografo», 1, gen. 1967, Leonardo Autera, «Bianco e Nero», 2, feb. 1967; «Cinérevue», 16, 20.4.1967; J. N., «Cahiers du cinéma», n. 193, set. 1967; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 61, 1967; Anonimo, «Cinéma et Télécinéma», 391, 15.2.1968; J. I., «Monthly Film Bulletin», n. 409, vol. 35, feb. 1968; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LA CRITICA

 

[…] Il primo episodio, Fata Sabina, ha il merito di restituirci una Monica Vitti comica, in vena di burlarsi di quelle svitate civette che aizzano gli uomini salvo poi, con risvolto da barzelletta, copovolgere le situazioni nel finale […].

Leo Pestelli, «La Stampa», 4.11.1966

 

Monica, spumeggiante di comicità, appare nell’episodio firmato da Luciano Salce: un piccante raccontino […]. Le sono accanto, con arguta compostezza, prima Renzo Giovampietro, quindi Enrico Maria Salerno.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 26.11.1966

 

[…] Il film è soprattutto ciò che vuole essere: una mostra personale di attori molto popolari. Il pubblico ride, per merito di Sordi, all’ultimo episodio, ma il più fine è quello di Bolognini, e lo show più frizzante quello della Vitti, e la figura più nuova quella della Cardinale. L’attrice più bella sceglietela voi.

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 26.11.1966

 

Piccola barzelletta da caffè, sceneggiata con modeste invenzioni. Regia corretta, di Luciano Salce, recitazione non priva di gradevoli umori di Monica Vitti, bravissima nelle parti comiche. Dal mito dell’incomunicabilità allo sketch di rivista: superati i primi impacci, poi ci si spiega […].

Enzo Biagi, «L’Europeo», 16.12.1966

 

[…] Anche qui siamo sempre allo stesso livello, possono cambiare gli addendi ma la somma delle combinazioni è prevedibile. Possono essere episodi siglati da illustri nomi come quelli di Monicelli, Bolognini, Pietrangeli e Salce, ma il risultato permarrebbe anche se, per caso, i nomi fossero diversi.

Dove possiamo trovare, nei quattro episodi, almeno la diversità dello stile? Dove possiamo riscontrare una differenza fra ciò che racconta, supponiamo, Salce con quanto riferisce Bolognini? Il film quindi è «anonimo», ovvero tende al risultato massificante tipico, per esempio, di certi prodotti hollywoodiani, in cui ha una notevole preminenza, sia nella condotta dell’opera sia nello stile, il produttore. […]

Enzo Natta, «Cineforum ’60», dic. 1966

 

Il film del disimpegno, da parte di scenaristi e registi del cinema italiano, si vanno moltiplicando. Ormai le dita di una mano sono più che sufficienti per contare quelli, fra i nostri autori di cinema, che non si sono ancora lasciati sedurre dal «western all’italiana» o dalla commedia a «sketches». […] Ci sembra […] che registi come Bolognini e Salce, Monicelli e Rossi, Castellani e Risi, un tempo non annoverati proprio tra i mercantili ed oggi ritrovati fra i più disposti a lasciarsi integrare nel sistema, non cerchino ormai nemmeno delle scusanti quando consento a prestare il proprio mestiere e ad apporre la propria firma a storielle vuote, volgari, prive di estro, che non vanno molto oltre la barzelletta sceneggiata. […]

Non si può dire, invece che i suoi [di Pietrangeli, ndr], e in particolare Salce e Bolognini, si siano posti scrupoli analoghi. Fata Sabina, firmato dal primo, non è altro che una farsa sguaiata, resa appena sopportaile dal variegato istrionismo di Monica Vitti.

Leonardo Autera, «Bianco e Nero», 2, feb. 1967

Conferma il degrado dei film italiani ad episodi, talvolta molto stimati qui in Francia. La follia, la virulenza in grandi dosi qui sono assenti, il film, più che ad esse, deve la sua tonalità, le sue qualità o i suoi difetti al solo temperamento degli attori, non del regista. Dunque: l’episodio di Bolognini è nullo (Raquel Welch), quello di Pietrangeli talvolta stravagante (Alberto Sordi), l’episodio di Salce un po’ scapigliato (Vitti) e quello di Monicelli frenetico, servito da una Cardinale selvaggia e smaniosa.

  1. J. N., «Cahiers du cinéma», n. 193, set. 1967

 

[…] By farthe best of the four episodes, though, is Luciano Salce’s opening sketch on the autostrada, splendidly photographed by carlo Di palma. Monica Vitti’s, comedy potential has been all too rarely exploited, and never to better advantage than here: she is provocation incarnate, as edible in her op/pop mini-dress as the ice-cream she consumes withs such gourmandise. The dialogue nicely contrasts the civilised indifference of Londoners (“You cold die in the street and nobody would take the slightest notice”) with the sexual obsessiveness of the Italian Male; and he whole episode is of exactly the right length and could well serv as a model of wit, economy and style for the genre.

  1. I., «Monthly Film Bulletin», n. 409, vol. 35, feb. 1968

TI HO SPOSATO PER ALLEGRIA (1967)

 

Regia Luciano Salce; sogg.dalla commedia omonima di Natalia Ginzburg; scen. Alessandro  Continenza, Natalia Ginzburg, Luciano Salce; dir.fot. Carlo Di Palma (Technicolor); mus. Piero Piccioni; mo. Marcello Malvestito; scg. Piero Poletto; co. Luca Sabatelli; ass.co. Francesca Romana Cofano; arr. Giulio Cabras; o.g. Pio Angeletti; d.pr. Gianni Cecchin; s.p. Renato Fiè, Mario Della Torre; cass. Roberto Mezzaroma; s.ed. Liana Ferri; a.re. Marcello Pandolfi; op. Alberto Spagnoli; tr. Giuliano Laurenti; parr. Elda Magnanti; fo. Vittorio Massi; mix. Mario Morigi. Interpreti: Monica Vitti (Giuliana), Giorgio Albertazzi (Pietro), Italia Marchesini (sua madre), Maria Grazia Buccella (Vittoria), Rossella Como (Ginestra), Michel Bardinet (coinquilino inglese), Anna Saia (Topazia), Paola Corinti (ragazza al party), Ivan G. Scratuglia (Manolo). Produzione: Mario Cecchi Gori per Fair Film; durata: 99’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 5.7.1967, n. 4032 – Stabilimenti di produzione: Rizzoli (Safa Palatino) – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2728 (2722) – Data inizio lavorazione: 15.5.1967 – Prima proiezione: 21.9.1967, al cinema Barberini di Roma – Programmazione: 16 città capozona, 231 giorni, £ 145.209.000 – Incasso: £ 365.825.000 – Titoli stranieri: I Married You for Fun (Usa). Nastro d’argento come miglior attrice non protagonista a Maria Grazia Buccella (1968).

TRAMA: Vita coniugale di Giuliana e Pietro, conosciutisi da un mese e sposati da una settimana. Lui è un professionista tranquillo e sicuro di sé, borghese ma anticonformista. Lei è svampita, romantica, tendente all’amore assoluto, ha avuto un passato tormentato, con diversi amanti ed un tentato suicidio sulle spalle. Si sono conosciuti ad una festa e si sono rapidamente innamorati. Così almeno crede lui, lei è un po’ dubbiosa. Quando una domenica arriva a pranzo la madre di Pietro, che ha preso malissimo le nozze del figlio ed è una borghese reazionaria e perbenista, Giuliana è sicura di non superare l’esame. Ed infatti combina un pasticcio dietro l’altro, aiutata dalla cameriera Vittoria, svitata quanto lei. Partita la madre, Giuliana decide di lasciare Pietro e tenta nuovamente il suicidio. Ma tutto finisce a ridere: d’altronde il posato Pietro ha sposato Giuliana proprio per allegria…

BIBLIOGRAFIA: Alberto Ceretto, «Il Messaggero», 30.5.1967; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 22.9.1967; Lino Micciché, «Avanti!», 22.9.1967; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 22.9.1967; P. S., «Il Tempo», 22.9.1967; Valerio Guslandi, «Il Giornale d’Italia», 23.9.1967; G. F., «Momento sera», 23.9.1967; Vice, «Il Popolo», 26.9.1967; Anonimo, «La Notte», 4.10.1967; Vice, «Corriere della Sera», 4.10.1967; Anonimo, «Corriere d’Informazione», 5.10.1967; Mario Saluti, «Gazzettino di Venezia», 14.10.1967; F. Rinaudo, «Film Mese», 8/9, set. 1967; Leo Pestelli, «La Stampa», 18.10.1967; Sante Pasca, «Rivista del cinematografo», 11, nov. 1967; Gianfranco Corbucci, «Cinema nuovo», 189, ott. 1967; Angelo Solmi, «Oggi», 2.11.1967; Ermanno Comuzio, «Cineforum», 71, gen. 1968; Franco Valobra, «Cinema 60», a. IX, n. 69, 1968; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 63, 1968; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

Luciano Salce

La tendenza delle donne italiane al lamento, all’autocompassione, al vittimismo, alla depressione, all’abbandono, è innegabile. E secondo me del tutto giustificata. Lasciamo pure da parte il temperamento latino, naturalmente triste e persino drammatico. I motivi sono altri. La donna italiana si è trovata di colpo ad affrontare responsabilità e compiti superiori alla sua preparazione. È stata proiettata dal Medioevo al frigidaire senza transizione, senza gradualità, senza quei passaggi intermedi che hanno dato equilibrio alle inglesi o alle francesi. In questa nostra società italiana nella quale convivono aspetti medievali e aspetti avveniristici la donna è incerta, smarrita, insicura, piena di dubbi; la tendenza a lamentarsi nasce secondo me proprio da questa instabilità psicologica. Ovvio che poi il lamento continuo sia tutt’altro che divertente. Infatti è per me un’esperienza nuova e molto piacevole dirigere un film, Ti ho sposato per allegria, che ha per protagonista una donna allegra cui piacciono gli ottimisti, che dice «io con i pessimisti non ci so stare».

LA CRITICA

 

La fresca e garbata commedia di Natalia Ginzburg […], che Luciano Salce portò al successo sulle scene con l’ausilio di un’eccellente attrice, Adriana Asti, cui la commedia stessa era ispirata e dedicata, trova oggi la via dello schermo grazie ancora una volta alla regia di Salce ma con una protagonista diversa: Monica Vitti. […] Nel cambio la commedia della Ginzburg non ha perso molto: anche perché, sotto la guida dello stesso regista, la Vitti, attrice comica di vaglia, ha spostato solo poche virgole nella stesura del personaggio di Giulia […].

Tutto ciò manca un po’ di costrutto narrativo, sulla scena come sullo schermo. Si sente, nel testo, un difetto di esperienza. Non però di ispirazione: la vicenda, nella sua vaghezza, è gaia, aperte, ariosa. E Salce, senza quasi violare l’originaria unità di luogo, ha saputo fare di una villetta sul Gianicolo un luogo ideale per le agili schermaglie di Giulia e compagni, reggendo la trama degli stati d’animo con molta finezza. […] Degli altri attori va ricordato in primo luogo Giorgio Albertazzi, così disteso e gardevole nel personaggio del marito che non ci meraviglieremmo se questa interpretazione sgenasse finalmente l’inizio di una sua feconda collaborazione con il cinema. […]

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 22.9.1967

[…] Ne è risultato uno spettacolo fra i più divertenti e sconcertanti, intepretato da Monica Vitti che conferma di essere commediante di classe. Ti ho sposato per allegria è un film che sembra tagliato su misura sulle sue possibilità di attrice comica e moderna; una Vitti che forse non avevamo mai visto tanto libera e sciolta nelle sue espressioni. Alla Vitti è piaciuto questo ruolo al punto da sottolineare le caratteristiche di Giuliana con assoluta partecipazione. “Mi sono attenuta – ella dice – “a quello che è il carattere di Giuliana: una donna che non riesce a sintonizzarsi con l’ambiente in cui vive, che non riesce a tenere il passo con la società “normale” e che vive in modo che può apparire bizzarro, originale, inconsueto e in qualche tratto anche sconcertante. Il personaggio è questo. E naturalmente non c’era che da seguirlo nella sua evoluzione” […].

Valerio Guslandi, «Il Giornale d’Italia», 23.9.1967

 

[…] Ti ho sposato per allegria va considerato come un esperimento di un certo interesse di trascrizione cinematografica di un moderno testo teatrale rispettato non soltanto alla lettera (il che è piuttosto facile) ma, ciò che più conta, nel suo particolarissimo spirito. Tutto merito della controllata, sagace e stilisticamente funzionale regia di Luciano Salce […] tesa soprattutto a rendere per immagini il brio e la vitalità espressiva dello smagliante dialogo della commedia ora rompendo i pur labili schemi teatrali preesistenti con rapidi ed opportuni flashback capaci di conferire all’azione una più ampia dimensione e insieme un più alacre dinamismo, ora creando un chiaroscuro linguistico tale da restituire nel miglior modo possibile non soltanto gli estrosi risvolti psicologici dei personaggi ma anche il clima in cui essi agiscono, vivono, ricordano. Ed è appunto in questa continua contemporaneità di presente e di passato, di realtà e di memoria, di ciò che sta avvenendo e di quanto è già avvenuto, la più invitante premessa a tradurre cinematograficamente il testo della Ginzburg che, per il fatto stesso di imperniarsi sulla capacità evocativa di una conversazione colma di umori, di ironie e di eleganza intellettuale, non attinge una vera e propria «misura drammatica» ma si configura come una «narrazione» animata e talvolta anche divertente. […]

Sante Pasca, «Rivista del cinematografo», 11, nov. 1967

 

Desunto dalla omonima commedia Natalia Ginzburg e nei limiti di un prodotto industriale d’intrattenimento, reclama un minimo di considerazione. Per essere un film italiano, è recitato abbastanza bene e si avvale di un dialogo gradevole e intelligente; gli interpreti giocano ad arte il loro ruolo e riescono persino a non stancarci nonostante l’impalcatura teatrale dello spettacolo. Una fotografia morbida impasta l’intreccio e la regia è attenta a un’opera di continua limatura; in altre parole, siamo al cospetto di un dignitoso lavoro artiginale; il che succede di rado in una cinematografia, come la nostra, incline agli strafalcioni e alla più imperdonabile trasandatezza. È da segnalare, inoltre, nella ritrattistica femminile dei film nazionali, la figura della protagonista che propone un tipo di donna libera ideata al di fuori dei modelli moralistici duri a morire. Senza sopravvalutare la portata del risultato, sta il fatto che Ti ho sposato per allegria è un passatempo simpatico e pulito.

Franco Valobra, «Cinema 60», a. IX, n. 69, 1968

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LA PECORA NERA (1968)

 

Regia Luciano Salce; sogg. Ennio De’ Concini, Luciano Salce; scen. Ennio De’ Concini, Luciano Salce, Adriano Baracco; dir.fot. Aldo Tonti (Technicolor); mus. Luis Enriquez Bacalov (la canzone «La pecora nera» di Bacalov è cantata da Rocky Roberts); mo. Marcello Malvestito; ass.mo. Olga Petrini; scg. Franco Bottari; co. Luca Sabatelli; arr. Nicola Tamburro; d.pr. Gianni Cecchin; i.p. Antonio Mazza; s.p. Mario Della Torre; s.ed. Anna Maria Montanari; amm. Vincenzo Lucarini; a.re. Maurizio Mein; op. Luciano Tonti; ass.op. Franco Frazzi; tr. Otello Sisi; parr. Giancarlo De Leonardis; sarta Carmen Pericolo; fo. Vittorio Massi; mix. Mario Morigi. Interpreti: Vittorio Gassman (on. Giulio Agosti/Filippo), Lisa Gastoni (Alma), Adrienne La Russa (Kitty), Ettore G. Mattia (ministro Mattia), Antonio Centa (comm. Mannocchi), Umberto D’Orsi (Roberto Franceschini), Giampiero Albertini (sen. Santarini), Fiorenzo Fiorentini (commissario Bertieri), Ennio Balbo (padre di Alma), Eugène Walter (mons. Faldella), Michel Bardinet (ambasciatore tedesco), Marisa Fabbri (moglie di Mattia), Janine Handy (Medina), Tullio Altamura (vicequestore Gennaro Morelli), Guido Spadea (portaborse di Mattia), Giuseppe Terranova (un poliziotto), Jimmy il Fenomeno (un firmatario), Lino Banfi (giornalista tv), Paolo Paoloni (direttore della Banca di Sconti), Antonella Della Porta, Donatella Ceccarello, Leonardo De Fraia, Ivan G. Scratuglia, Giuseppe Sorrentino, Cesare Gelli, Liliana Paoli, James Riley, Christopher Hodge. Produzione: Mario Cecchi Gori per Fair Film; durata: 110’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 27.6.1968, n. 4284 – Stabilimenti di produzione: Rizzoli (Safa Palatino) – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 3000 – Data inizio lavorazione: 20.5.1968 – Prima proiezione: 29.10.1968, al cinema Cavour di Milano – Programmazione: 16 città capozona, 567 giorni, £ 413.406.000 – Incasso: £ 1.141.007.000 (15°) – Titoli stranieri: The Black Sheep (Usa). Nastro d’argento come miglior attore non protagonista ad Ettore G. Mattia (29.3.1969)

TRAMA: L’on. Mario Agosti, integerrimo uomo politico, ha un fratello gemello, Filippo, truffatore e ribaldo, considerato la pecora nera della famiglia. Ma tanto Filippo è smargiasso e simpatico, tanto Mario è grigio, timorato ed arido. Passa le sue giornate al seguito del ministro Mattia, conducendo un’inchiesta sulla corruzione politica e trascurando la giovane e bella moglie Alma. Facendosi passare per Mario, Filippo entra in contatto con il mondo della politica e della finanza e non ha difficoltà ad entrare nelle grazie dei potenti personaggi conosciuti, i quali sono affascinati dalla sua simpatia e dal suo spirito di iniziativa. Accompagnato dalla bella nipote Kitty, Filippo idea una truffa con l’amico Roberto. L’iniziativa va a buon fine e Filippo comincia una scalata politica che trova la sua consacrazione, quando, nei panni del fratello Mario, riesce a concludere con il capo di uno stato africano un importante accordo relativo allo sfruttamento di alcune miniere di uranio. Tanto Filippo ha fortuna, anche presso Alma, tanto Mario cade in disgrazia. Il ministro Mattia, l’industriale Mannocchi ed il presidente della Banca di Sconti decidono di sostituirlo per sempre col più disinvolto fratello. Filippo diventa così l’on. Mario Agosti, mentre Mario, che si ostina a sostenere la sua vera identità, viene ricoverato in un manicomio. Alma, sulle prima indecisa, abbandona entrambi.

BIBLIOGRAFIA: Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 30.10.1968; Onorato Orsini, «La Notte», 30.10.1968; Vice, «Il Giorno», 30.10.1968; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 1.11.1968; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 1.11.1968; Aldo Scagnetti, «Paese sera», 1.11.1968; Vice, «Avanti!», 1.11.1968; Anonimo, «Il Giornale d’Italia», 1-2.11.1968; Paolo Valmarana, «Il Popolo», 2.11.1968; Anonimo, «Epoca», 946, 10.11.1968; Leo Pestelli, «La Stampa», 10.11.1968; Angelo Solmi, «Oggi», 47, 21.11.1968; Enzo Natta, «Rivista del cinematografo», 12.12.1968; Claudio Bertieri, «Film Mese», 23/24, 1968; Anonimo, «King Cinémonde», 6.12.1968; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 65, 1968; Pietro Pasinelli, «Bianco e Nero», 1-2, gen.-febb. 1969; Giulio Schmidt, «Cineforum», 83, mar. 1969; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

Fatti in là, se incontri Luciano Salce. L’uomo è di pessimo umore, e se non fosse per un briciolo di fiducia nelle donne […], crederebbe di vivere nel peggiore dei mondi possibili, in un’Italia cialtrona, governata da canaglie e consacrata all’intrallazzo. Quali risorse satiriche tragga il regista Salce da questo apocalittico patriottismo c’è da figurarsi, appena si conosca il suo gusto dell’irrisione. «Cane mordace», gli sta scritto in fronte […]. La pecora nera è un film che fa venire i brividi, tanta è la perfidia con cui Salce […] dipinge le cose d’Italia. Ma anche facendo un po’ di tara, e addebitando certe situazioni al demone qualunquista che sempre serpeggia in questo tipo di commedie di costume, è difficile accusarlo di calunnia. […] Sicché il film, più d’una satira è un grottesco inquietante. Che è poi la vena più sicura di Salce, con la quale sfoga un moralismo ironico e insieme amarognolo, una cattiveria divertente finché non ci colpisce in pieno petto. […] Nonostante qualche momento di fiacca […], La pecora nera è dunque un filmino pieno di sapori, che svaria nei luoghi e nei personaggi con molte invenzioni scenografiche e trovate spiritose. Lo domina […] un Vittorio Gassman sempre guidato da una gloriosa vitalità. […]

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 30.10.1968

[…] Tale ennesima variazione sul tema dei due gemelli di opposta natura ha tentato Luciano Salce soprattutto per la notevole dose di satira politica contenutavi. E bisogna dire che nonostante certe qualunquistiche forzature questo è proprio l’aspetto più gustoso del film, grazie specialmente alle apparizioni dell’ineffabile Mattia nei panni del ministro. Meno può fare Gassman nella doppia parte della pecora nera e della pecora bianca: la puntualità di entrambe le caratterizzazioni non basta a compensare la risaputa inutilità dello spunto. Meno ancora Lisa Gastoni, in un personaggio di scarso impegno umano, come del resto un po’ tutti quelli con i quali la sceneggiatura cerca di variare il suo rigido schema. Buoni, invece, gli effetti fotografici di Aldo Tonti.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 1.11.1968

 

[…] Giulio e Filippo servono soltanto da reagente per un discorso che Salce […] cerca di avviare, riguardo alla attuale società italiana. La «pecora nera», cioè – nella società abnorme in cui ci troviamo – è davvero chi non riesce a inserirsi in una società tradizionalmente per bene, o è per assurdo chi non si adegua alla corruzione e al cinismo? La domanda è presente, nel film, e in fondo il film preferisce la seconda soluzione, è dalla parte del cinismo e della corruzione: entrambi i protagonisti sono «pecore nere», nel senso chiarito sopra, ma il cialtrone trionfa, l’onesto è sbeffeggiato, umiliato, sconfitto.

Ora – e qui sta il nocciolo diremmo anche ideologico del discorso – tale preferenza il film la dà senza motivazione, semplicemente come sviluppo narrativo. Cioè lo spettatore non solo non trae alcun ammonimento morale – sarebbe troppo pretendere – ma non acquisisce alcun giudizio critico, oltre quella elementare sensazione di fastidio cui si è accennato. […] E, sul piano dei concetti, è indubbio che la conclusione è ambigua e qualunquistica, e che sotto il qualunquismo e la scarsa chiarezza dell’impostazione ideologica si nasconde una realtà riformistica di destra, al di fuori dei termini democratici.

Il discorso non è sproporzionato alla modestia – nei risultati più che nelle ambizioni – del film. In realtà ci pare la prima volta che l’indubbio spirito di Salce – spirito caustico, senso dell’umorismo, vivida intelligenza spettacolare, qualità che altre volte ci siamo dispiaciuti di vedere utilizzati in film di modeste pretese e di limitato respiro – viene indirizzata in maniera abbastanza chiara verso posizioni equivoche. Posizioni d’altronde alimentate dal prodotto così come è stato confezionato, abile e lucido prodotto di consumo che […] ha come mezzo e come fine nello stesso tempo la ricerca del successo più semplice e più superficiale. Gli ingredienti sono una trama di facile presa spettacolare e di facile lettura – specie se letta di primo acchito – canzoncine orecchiabili, attori noti al pubblico (Gassman, in questi casi, è una specie di passe-partout, e per Lisa Gastoni giovano più alcune circostanze «audaci», i manifesti francesi di Grazie zia che la sua bravura in quel personaggio), situazioni erotiche cui anche soltanto si alluda (la «scoperta» di Adrienne La Russa, il gioco malizioso della «minorenne» e della minigonna), rapidità di ritmo, lucidità della fotografia, scenografia più o meno «pop».

Se quello de La pecora nera fosse poi il segno della delusione provata dalla «crisi della democrazia» (procediamo per ipotesi al congiuntivo imperfetto, come si vede: crediamo a realtà assai più semplici), fosse il segno di una crisi ideologica, ugualmente non ci spiegheremmo, da una crisi, una involuzione di ulteriore chiusura morale.

In breve, La pecora nera – come ormai molti film anche non italiani – è significativo e sintomatico di un cinema non «positivo» da un punto di vista spettacolare (lo spettacolo in sé non concede al pubblico nessuna testimonianza umanamente qualificata), inesistente sul piano culturale. Non è dispiaciuto a Salce e a Gassman associare i propri nomi non di second’ordine, nel mondo e nella cultura dello spettacolo, a tale opera, crediamo utile, noi, sottolinearlo senza incertezze.

Pietro Pasinelli, «Bianco e Nero», 1-2, gen.-febb. 1969

 

[…] Salce merita un discorso a parte. Non conosce misura. Non è capace di moderare la sua foga irruente. L’eccesso, la battuta forte sono il suo biglietto da visita. Fa parte della sua mentalità non risparmiare pugni nello stomaco, non guardare in faccia nessuno. Egli è convinto che ognuno ha il suo fardello di magagne – più o meno pesante, più o meno sporco – di cui render conto.

Se dovessimo prendere per oro colato i suoi strali velenosi e carichi di accidia, ci sarebbe più di un motivo, validissimo, per fare fagotto e buttarsi a pesce nel Gange, in un bagno purificatore. Ma conosciamo il suo vizietto, ch’è quello di condire la minestra con troppo sale e troppo pepe. Nel suo calderone – una specie di infernale martirio – si mescolano in un torbido intruglio verità e fantasia, realtà e menzogna, assurdo e grottesco. La satira è spesso al limite della farsa. Le psicologie non conoscono sfumature: sono squadrate con la mannaia, senza badare troppo al sottile. Eppure, le allusione sono talmente chiare (anzi, a volte persino sfacciate) che solo un cieco potrebbe continuare sulla sua strada, o un sordo girarsi dall’altra parte, come se nulla fosse stato mostrato o detto.

A noi (come a Salce, forse) non interessa tanto la veridicità dei fatti narrati, la consistenza del profilo anedottico [sic] del racconto, quanto la mentalità, la dimensione in cui tali fatti rientrano e della quale essi sono vivida espressione. Nel far le pulci ai quartieri alti della politica, made in Italy 68, il discorso di Salce non fa una grinza, sotto un punto di vista «programmatico»: la realtà politica di oggi si sostiene sui compromessi, sulle ipocrisie, sui vaniloqui, sugli opportunismi, su alleanze e clientele; essa spalanca le porte a chi fa il suo gioco e le chiude a chi, con insospettata cocciutaggine agisce secondo verità e giustizia. Salce non è poi tanto disfattista quanto egli vuol far credere o quanto si piccano di considerarlo i suoi tremebondi detrattori.

Egli non ha molta delicatezza nel tratteggiare la figura di Mario: specie nella prima parte, ove questo integerrimo deputato del partito di maggioranza rimbalza fresco fresco da qualche sanzione d’oratorio pedante, cereo, incapace di vedere al di là dei propri occhiali. Ma nella seconda parte (quando cioè la simpatia che Salce sollecita furbescamente – e direi, strumentalmente – intorno al gemello Filippo incomincia a mostrare qualche crepa, per poi stabilizzarsi nel totale rifiuto del personaggio), il vuoto lasciato da Mario – grullo sì, ma onesto – si fa sentire: si è portato inevitabilmente a convergere sulla sua figura ogni simpatia. Scomparendo (o meglio, costretto a scomparire), Mario porta con sé l’amarezza per quel che avrebbe potuto fare e che non gli è stato dato di fare.

Molto rumore per nulla? Salce non è di questo avviso, se tra le due soluzioni prospettate (l’«evasione» emblematizzata dalla fuga verso il Gange – e la «presa di coscienza» – il rifiuto di Alma di seguire Filippo che ha indosso i panni di Mario) preferisce la seconda: tant’è vero che fa finire il film proprio su Alma. Nella struttura del racconto, incentrato su un gioco antico (la somiglianza fisica tra due gemelli, moralmente e spiritualmente antitetici), la figura di Alma assolve la funzione d’una specie di termometro che misura con perspicacia ed adeguatezza l’atteggiamento dello spettatore stesso: come Alma, chi segue le ribalderie di Filippo nella prima parte è portato a concedergli una sotterranea, inconfessata e complice simpatia; come Alma, alla fine, non credo esista una sola persona di buon senso, e dotata (è troppo sperare?) di ancora un minimo di coscienza civile, oltre che morale, disposta a «lasciar correre».

Non sarà certo la contestazione studentesca a costituire un’alternativa: nei suoi confronti, Salce è persino crudele, ma nell’insieme sufficientemente smaliziato per individuare nei movimenti del dissenso – così almeno com’è concepito oggi – un’intrinsce debolezza. Sarà semmai il rifiuto totale, ma meditato – frutto d’una coscienza provata e formatasi al contatto diretto con la realtà – a smuovere la situazione: senza la grancassa della retorica, solo con la chiarezza interiore di chi (come Alma) è sicuro di «aver capito».

La denuncia di Salce, a guardarla in superficie, potrebbe sembrare uscita dritta dritta dalle pagine del Borghese, potrebbe identificarsi in una posizione «anarchica», «fascista», «destroide» (il tono, comunque, è senz’altro quello). Ma qual è oggi il senso di queste parole? Difficile dirlo: per un sempre più inquietante scambio di ruoli, per un sinistro camaleontismo, tali posizioni, tali atteggiamenti, intesi nel loro senso tradizionale (così almeno come siamo stati giustamente abituati a considerarli), è oggi consuetudine ritrovarli un po’ dappertutto, senza una precisa fisionomia.

Qualcuno – forse perché toccato sul «vivo» – s’è affrettato a catalogare come reazioni gli strali di Salce al costume politico italiano. Chi ha la fortuna di essere al di fuori del «grande gioco», potrà comunque cogliere quanto di buono – come pura e semplice indicazione – ci può essere, o almeno può trasparire dal discorso di Salce: un invito alla chiarezza, ad una pulizia morale e sociale, più che un’assurda, ingiustificata, disancorata distruzione di ogni valore. La barzelletta va presa per quel che di grottesco e di esasperato essa presenta. Ciò non toglie che senza una certa tensione nella realtà concreta, la barzelletta – soprattutto «politica» – non ha possibilità di incidere, non può neppure nascere: il che significa che in ogni esasperazione del concetto, un minimo di verità pur sempre esiste.

Andando infine a considerare lo «strumento» con cui le idee vengono impostate e fatte circolare, è da dire che non sempre, anzi assai raramente, esso si presenta adeguato e sufficiente. Fatta eccezione per una indiscussa scioltezza nel raccontare, inutile cercare altri valori, chiamiamoli «cinematografici». Il discorso tematico (forse sarebbe più giusto parlare di proposizione a tesi) scaturisce più da quanto è contenuto nell’immagine, come realtà rappresentata, che da quanto è da essa stessa «espresso», come realtà rappresentante. È la sorte che inevitabilmente (e a torto) si sceglie quando si ha l’eccessiva preoccupazione di farsi capire. Con il risultato che quanto è detto – proprio per il modo impiegato – è destinato ad essere frainteso e misconosciuto o, per bene che vada, sottovalutato. Un vero peccato.

Giulio Schmidt, «Cineforum», 83, mar. 1969

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LO SMEMORATO (1968)

 

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Goffredo Parise, Castellano e Pipolo,Luciano Salce; dir.fot. Mario Montuori, Gianni Di Venanzo; mus. Luis Enrique Bacalov,Nino Rota; mo.(n.a.) Marcello Malvestito; scg. Luigi Scaccianoce, Nando Scarfiotti; co.(n.a.) Cesare Rovatti; d.pr. Antonio Altoviti; fo. Ennio Sensi, Renato Cadueri. Interpreti: Marcello Mastroianni (Michele), Pamela Tiffin (Pepita), Luciano Salce (Arturo Rossi), Raimondo Vianello (comm. D’Altino), Lina Volonghi (zia Tecla), Lelio Luttazzi (impiegato di banca), Luciano Bonanni (lo sceicco Mohamed), Ennio Balbo (il fratello), Virna Lisi (Dorotea), Massimo Sarchielli (emissario degli arabi). Produzione: Carlo Ponti; durata: 86’.

NOTE: Titoli stranieri: Wie verkaufe ich meine frau? (Rft). Il film è un rielaboramento dell’episodio La moglie bionda di Oggi, domani, dopodomani con scene aggiunte dell’altro episodio del film L’ora di punta (re. Eduardo De Filippo; int.: Marcello Mastroianni, Luciano Salce, Virna Lisi).

TRAMA: Un uomo è ritrovato nudo a Piazza di Spagna, a Roma, con un orecchino insanguinato in mano. Ha perso la memoria, ed il commissario D’Altino cerca di capire chi è, e di chi è quell’orecchino. Dopo aver congedato una mitomane, viene raggiunto dalla moglie dell’uomo, Pepita, e dal suo migliore amico, l’architetto Rossi, che gli raccontano la storia dello smemorato. Si chiama Michele, è impiegato di banca, e due anni prima era partito con la bellissima e biondissima moglie americana per il Marocco. Voleva vendere Pepita ad uno sceicco collezionista di bionde e sembrava esserci riuscito, così almeno racconta Pepita. Ma Michele, tornato in Italia, aveva dato segni di squilibrio, a casa dell’amico Arturo, anche lui un po’ dissestato. Sarà Arturo a trovare un diario di Michele ed a scoprire che la storia di Pepita è largamente incompleta: che era stata lei a vendere Michele ad uno sceicco omosessuale, che Michele era fuggito dall’harem ed ora è inseguito per Roma dagli emissari dello sceicco. Pepita ha intenzione di riportarlo nell’harem, ma l’amore trionferà. A spese del povero Arturo.

 

 

BIBLIOGRAFIA: Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Operazione goffa e maldestra, con Salce e Vianello che recitano le nuove sequenze senza un briciolo di convinzione. Evidentemente non erano bastati al produttore i pasticci che aveva già combinato con il terzo episodio, quello di Ferreri (L’uomo dei 5 palloni).

Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005

COLPO DI STATO (1969)

 

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Ennio De Concini, Luciano Salce; dir.fot. Luciano Trasatti; mus. Gianni Marchetti; mo. Sergio Montanari; scg. Giulio Cabras; o.g. Oscar Brazzi; d.pr. Egidio Quarantotto; a.re. Francesco Aluigi; ass.re. Massimo Castellani; eff.sp. Giancarlo Urbisaglia. Interpreti: Steffen Zacharias (George Bradis), Dimitri Tamarov (Matruch, il fotografo), Silvano Spadaccino (il fidanzato), Orchidea De Santis (la fidanzata), Luciano Salce (se stesso), Bebert H. Marbourtie (pres. Johnson), Anna Casalino (Anna Ferretti), Giovanni Riommi (Claudio Villa), Amedeo Merli (Giordano), Anna Maria Capparelli (sua moglie), Leo Talamonti (primo ministro), John Misceler (ambasciatore americano), Raffaele Triggia (Longo, capo dell’opposizione), Alberto Plebani (presidente del Consiglio), Liz Barrett [Luisa Baratto] (signora ricca), Loris Gizzi (il capocomico), Loris Zanchi (ministro all’aereoporto), Luciano Bonanni (il tipografo governativo), Luca Sportelli (cliente che cerca i bottoni), Eugène Walter (Ernest Dimler, persuasore occulto), Janet Agren (modella bionda), Giancarlo Badessi (comm. Farino), Giuseppe Ravenna, Luciano Trasatti, Attilio Zingarelli, Vlado Stegar, Gianni Di Loreto, Giancarlo Tocchi, Riccardo Satta, Vittorio Ripamonti, Renato Marzano, Jole Giusti, Armando Lodi, Giovanni Volpini, Gaetano Imbrò, Luigi Valenzano, Giorgio Sciolette, Giuseppe Paganelli, Aurora Battista, Silvio Klain, Giuseppe Ravagli, Enzo Nigro, Ettore Venturini, Orlando Pallamari, Guglielmo Pogliani, Brunello Rondi, Lucio Ardenzi, Walter Barnes. Produzione: Franco Cristaldi per Vides Cin.ca; durata: 105’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 22.4.1968, n. 4225 – Stabilimenti di produzione: Vides Cin.ca Sas – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2767 – Data inizio lavorazione: 25.3.1968 – Prima proiezione: 15.3.1969, al cinema Barberini di Roma – Programmazione: 13 città capozona, 108 giorni, £ 53.0008.000 – Incasso: £ 107.824.000– Titoli stranieri: Coup d’Etat (Fra). La canzone «La casa bianca» di Don Backy-La Val è cantata da Marisa Sannia.

TRAMA: Italia, 1972. Si avvicinano le elezioni politiche: onorevoli promettono promesse che mai manterranno; giornalisti fanno inchieste sul voto venturo; suore si affannano a raccogliere voti per la propria “parrocchia”. Tutto è pronto per la conferma del solito governo, anche il cervellone elettronico adibito allo spoglio elettorale ed arrivato direttamente dall’America. Senonché, il giorno dello spoglio, il cervellone comincia ad emettere dati imprevedibili: sembra proprio che i comunisti abbiano effettuato il sorpasso elettorale… Il governo italiano, quello sovietico e quello americano sono in subbuglio. Che fare? Organizzare una rivoluzione? Reprimere un bagno di sangue? O mantenere l’equilibrio politico internazionale?

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «Herald Tribune», 9.4.1968; Mirella Acconciamessa, «L’Unità», 12.4.1968; Anonimo, «Avanti!», 12.4.1968; Ernesto Baldo, «La Notte», 12.4.1968; Tommaso Ferrara, «Gazzetta del Popolo», 12.4.1968; Carlo Giovetti, «Il Giorno», 12.4.1968; A. Tr., «Momento Sera», 12.4.1968; Alberto Ceretto, «Corriere d’Informazione», 13-14.4.1968; El. R., «Paese Sera», 16.4.1968; Anonimo, «Play Cinema», 8.9.1968; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 16.3.1969; Leo Pestelli, «La Stampa», 16.3.1969; Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 16.3.1969; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 16.3.1969; Paolo Valmarana, «Il Popolo», 16.3.1969; Vice, «Avanti!», 16.3.1969; Domenico Meccoli, «Epoca», 30.3.1969; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 4.4.1969; Orio Caldiron, «Film mese», 27, apr. 1969; Tullio Kezich, «Panorama», 24.4.1969; Filippo Sacchi, «Epoca», 27.4.1969; Enzo Natta, «Rivista del cinematografo», 3-4, apr. 1969; M. Guarino, «King Cinema», 6, ott. 1969; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 66, 1969; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Claudia e Giovanni Mongini, Storia del cinema di fantascienza, Fanucci, Roma 1999; Pierpaolo De Sanctis, www.cinemavvenire.it, 28.8.2004; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

Luciano Salce

[…] La fantapolitica, come la fantascienza,  […] presuppone qualcosa di futuro e di impossibile, il mio film invece è un’opera, sia pure di fantasia, ma che ha un’attinenza precisa con la nostra politica nazionale. […] Il mio è un film terribilmente serio, anzi, per usare la parola più esatta, minaccioso. Tra i rischi cui l’umanità potrebbe essere esposta, Colpo di stato ne enuncia di gravissimi, come la nascita di una nuova stella televisiva della canzone, e di meno gravi, come lo scoppio della terza guerra mondiale. […]

Riccardo Cipriani, Tra un mese Salce farà un colpo di stato, «Sorrisi e canzoni Tv», ago. 1968

LE RECENSIONI

 

[…] Nonostante qualche sciatteria, ocme nelle troppo povere scene in cui un coro di opera commenta gli eventi in fieri, e qualche banalità, come quando si fa ricorso a piccole parodie quasi da avanspettacolo o a freddure che poco hanno da spartire con la vera satira, è pellicola per molti versi gustosa e intelligente, ricca di taglienti trovate e acute osservazioni, non prima di un efficace crescendo drammatico, amara nel più corroborante dei modi. Vi sono anche pagine deliziose: ad esempio quella del ritorno a casa dei disincantati dirigenti comunisti dopo il forzoso gran rifiuto. E dalla schiera di figure che compaiono e scompaiono nel fluire degli episodi, alcune giungono sino alla statura di personaggi. A parte Salce, che interpreta amabilmente se stesso, ricordiamo Amedeo Merli nelle agitazioni di una abbaiante ma romantico giornalista di sinistra; Stephen Zacharias, nella follia dello scienziato troppo innamorato del suo computer, Dimitro Tamarov, negli svolazzi di un grottesco fotografo di moda; Anna Casalino, nelle canzoni sempre più contestatrici di una ignota fanciulla sbattuta sul video in attesa di fatidiche novità. Più tutta una serie di personalità politiche italiane e straniere, messe in caricatura con una discrezione che fortunatamente nasce non tanto dal desiderio di evitare grane quanto da un fondamentale buon gusto registico.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 16.3.1969

[…] Frastagliato come un’inchiesta non solo elettorale ma di tutto il nostro costume messo in fuoco dall’occasione, Colpo di stato è fin troppo scoppiettante e divertente (specie nei ricalchi dei «presidenti» e di altri noti personaggi), cosicché sfiora il goliardico e ha insomma il difetto di essere una satira politica italiana fatta all’italiana, senza quella costruttività e serietà anche nello scherzo, che appunto contraddistingue i modelli anglosassoni. Del resto in Salce l’uomo di buon gusto non uguaglia sempre l’uomo di spirito: anche in questo film troppe cose (per esempio i coretti brechtiani) ricadono in frigide spiritosità ornamentali. Del suo «qualunquismo» (perché si parlerà anche di questo) si deve invece dire che avendo indovinato l’occasione e il tono, è di qualità superiore, ossia che si dissolve in una autentica quanto rara disposizione alla satira umanistica dall’alto, quella che canzona tutti e non offende nessuno. Ottimi gli interpreti, quasi tutti oscuri o improvvisati.

Leo Pestelli, «La Stampa», 16.3.1969

 

[…] La satira politica, o fantapolitica, non è nelle corde di Salce (come già La pecora nera aveva dimostrato). Colpo di stato è un informe miscuglio di sketches da cabaret e di barzellette databili, alcune, a dieci o quindici anni or sono. L’unico spunto di qualche consistenza, e svolto con una certa logica, è quello relativo al terrorizzato silenzio della TV; ma gli autori paiono dimenticare (poiché un minimo rapporto con la realtà, anche nella più grottesca delle deformazioni, dovrebbe esserci) che in Italia esistono pure i giornali. Oltre tutto, tra le facce scelte a incarnare determinati personaggi, di davero somiglianti ce ne sono due soltanto: l’una si riferisce all’ex presidente Johnson, l’altro a una eminente figura nostrana, che è lecito credere non sarà più a quel posto, nel 1972. Come avvenirismo, non c’è male… […] Secondo notizie di agenzia, Salce prepara ora una «satira cinematografica» sulla «contestazione giovanile». Ahinoi.

Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 16.3.1969

[…] L’unghia brillante di Salce, questa volta, è foderata di velluto stinto. Colpo di Stato è più un pizzicorino, venuto al cinema dai siparietti del cabaret […], che il graffio feroce di un regista ben altrimenti capace di rabbia e sarcasmo. Guai ai paradossi che mancano di logica, guai alla critica di costume spesa sull’epidermide. Perciò si sorride […] e si riconosce volentieri il migliore Salce in certe situazioni illuminate alla svelta e in tralice. Ma insomma Colpo di Stato resta soltanto un parente povero del Dottor Stranamore. All’angosciosa ironia del modello si sostituisce il sapore delle fettuccine alla romana, che assicura baldanza allo spettacolo ma non lascia gran segno. […]

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 4.4.1969

[…] L’idea di raccontare una storia di fantapolitica è nuova per il cinema italiano, ma appunto trattandosi di cinema italiano, non poteva finire che in chiave ironica e satirica, o meglio ancora in chiave di barzelletta sceneggiata.

Trascurando completamente il risvolto etico, i campanelli d’allarme, i pericoli prospettati dai film fantapolitici americani (pensiamo al Dottor Stranamore, a Sette giorni a maggio, a A prova di errore, ecc.) che prospettando una situazione politica impossibile ma non improbabile intendono avvertire l’uomo del nostro tempo dei rischi ai quali va incontro per renderlo responsabile, cosciente e partecipe di un impegno comune contro le minacce che turbano la pace del mondo, Colpo di stato di Luciano Salce si è mantenuto al livello del raccontino goliardico, dove la satira e l’ironia si limitano a situazioni e a personaggi contingenti, guardando più all’effetto immediato e alla battuta che al discorso di fondo e alla valutazione in prospettiva. Il racconto, per giunta, è slegato e procede sulla base di sketch cuciti l’uno all’altro senza alcun nesso, senza nessun rapporto di causalità, intrecciato unicamente da sporadiche e improvvisate scenette le quali, invece di costituire un aspetto di coralità attorno all’idea centrale, sono del tutto slegate e infilate a forza nel contesto narrativo.

La mancanza di buon gusto nel trattare la «cosa pubblica» eguaglia poi il solito qualunquismo di Salce nell’affrontare argomenti del genere: in Colpo di stato mancano, pur concedendogli il pregio e l’utilità dell’ironia in questi casi, la serietà e la profondità con cui tali aspetti della vita politica vanno trattati anche quando rimangono sul piano della satira. E infatti sono proprio il pressappochismo e il genericismo che inficiano un discorso che invece, se fosse stato visto, rivisto e opportunamente limato, avrebbe potuto dar vita a un motivo grazioso e garbato, fine e intelligente pur nella sua dimensione di satira politica.

Ci sono alcuni momenti abbastanza buoni e felici, ma sono del tutto isolati, avulsi da un testo esile, farsesco, esiguo, attento alla battuta d’effetto e alla parodia piuttosto che alla caratterizzazione umoristica di certi «malanni» nazionali.

Enzo Natta, «Rivista del cinematografo», 3-4, apr. 1969

Uno dei segreti più scottanti della cinematografia italiana cosiddetta “sommersa”: il film “maledetto” di Luciano Salce, l’unico tra i suoi figli ancora oggi irreperibile, vero oggetto misterioso indegnamente condannato all’invisibilità più fitta e silenziosa dai tempi della sua fugace apparizione in sala.

Nell’amplissimo territorio di rimozioni che costella la nostra storia cinematografica, quella di Colpo di stato è da considerarsi tra le più vergognose in assoluto, mortificante nei confronti del suo stesso regista, che all’epoca in cui il film uscì si è visto smontare senza possibilità di appello l’opera a cui aveva dichiarato di tenere di più.

Scritto dallo stesso Salce insieme ad Ennio De Concini, prodotto dopo mille difficoltà con un budget essenziale lungo un anno di duro lavoro, Colpo di stato è un film che sono in pochissimi ad aver visto, la cui letteratura critica, ancora oggi, si esaurisce in poche migliaia di battute (il riferimento più corposo si trova nelle pagine di un recente libro di Andrea Pergolari, Verso la commedia, sui percorsi di tre cineasti quali Salce, Steno e Festa Campanile). Diversi studiosi hanno fatto carte false pur di accedere alla copia che la Cineteca Nazionale custodisce gelosamente nei suoi labirintici archivi. Quando apparve, all’epoca, in pieno ’68, dovette sembrare ai più uno strano, ibrido prodotto, un po’ film-inchiesta, un po’ uno sperimentale, con quel bianco e nero alla Samperi-Bellocchio-Sindoni, un po’ commedia all’italiana folle. Fatto sta che la critica dei quotidiani lo demolì (anche per via dei suoi contenuti audaci) mentre il pubblico, persino quello edotto e cinéphile, disertò le sale aiutato da una distribuzione quasi fantasma.

Da allora pare sia riaffiorato in TV (ma non di stato) solo un paio di volte (i database lo datano al 13/04/1989, su Odeon, e al 17/06/1989, nella fascia notturna di Canale5), mentre alcuni fortunati lo ricordano in una storica proiezione nel 1996 ad “Udine Incontri” (l’antenato dell’odierno Far East Film).
Ci hanno pensato Marco Giusti e Luca Rea, i curatori del primo segmento del progetto “Storia Segreta del Cinema Italiano”, a rispolverare il 35mm in custodia presso la Cineteca Nazionale, da proiettare in occasione della 61esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un vero e proprio evento, dunque, che se ben recepito potrebbe segnare davvero una rivalsa critica per l’attività registica di Luciano Salce e nuove future possibilità di circolazione per il film stesso.
Va chiarito, prima di ogni altro punto, che Colpo di stato non è una semplice fantacommedia politica alla Vogliamo i colonnelli (1973) del più celebrato Mario Monicelli. Si tratta innanzitutto di un film liberissimo, anche e soprattutto nel linguaggio, capace di giocare con molteplici registri insieme, fondendoli in un unico, caleidoscopico ritratto di una ipotetica giornata di elezioni italiane (pensata nell’allora futuro 1972) che vede l’accumularsi progressivo dei voti comunisti.

La feroce satira politica (quasi sempre) è giocata al di fuori dei binari sicuri della commedia all’italiana del tempo, avvicinandosi per certi versi al film-inchiesta, al film nel film, esplicitamente ricostruito, o alla cronaca televisiva, tematizzata acutamente dalle dirette della RAI. La stessa struttura corale del récit, privando lo scheletro della commedia del suo baricentro “forte” rappresentato dall’attore-mattatore protagonista, frantuma ogni appiglio certo per l’identificazione spettatoriale nei rivoli di diverse micro-storie tutte della stessa importanza, intrecciate tra loro secondo i ritmi della cronaca giornalistica.

L’aspetto documentaristico è comunque perfettamente controbilanciato dalla esplicita presa in carico della finzione da parte di un coro greco (addirittura!) – su partitura di Gianni Marchetti – inserito da Salce come squisita allusione formale alla tragedia classica, con funzione commentativa sull’intreccio.
Già questi pochi elementi, certo non esaustivi della scioltezza espressiva conquistata da Salce, basterebbero a dare il senso di una pratica di sperimentazione lanciata nel cuore stesso del cinema narrativo (forse il tentativo più ambizioso da parte del Salce metteur en scene), tesa a miscelare tra loro i registri più lontani (la lirica e la fantapolitica, la commedia e il film-inchiesta ricostruito), in un linguaggio che, occorre aggiungere, riesce a disfarsi di molti luoghi comuni del mainstream italiano degli anni Sessanta, recuperando forme cinegiornalistiche vicine al reportage, al cinema-verité (macchina a mano, montaggio spezzato) o alla nouvelle vague (collisione provocata tra realtà e finzione, fusione tra i generi, spontaneità dei caratteri).

Se finalmente anche questa gemma perduta del nostro cinema che fu potrà essere apprezzata dal pubblico contemporaneo, il merito spetta proprio alla lungimiranza della retrospettiva veneziana (nonché all’opera scavatrice portata avanti da riviste come «Nocturno Cinema» da dieci anni in qua, dove lo stesso Andrea Bruni aveva scritto a suo tempo un mini-articolo proprio sul film di Salce) – capace di panoramicare a 360 gradi nelle direzioni più sotterranee dell’altra faccia della nostra storia cinematografica, una storia non a caso, per molti ancora segreta.

Pierpaolo De Sanctis, www.cinemavvenire.it, 28.8.2004

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IL PROF. DOTT. GUIDO TERSILLI PRIMARIO DELLA CLINICA VILLA CELESTE CONVENZIONATA CON LE MUTUE (1969)

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Alberto Sordi, Sergio Amidei; dir.fot. Sante Achilli (Eastmancolor); mus. Piero Piccioni; mo. Sergio Montanari; ass.mo. Paola Carlozzi; scg. Franco Bottari; co. Bruna Parmesan; arr. Nicola Tamburro; o.g. Claudio Mancini; i.p. Mario Cotone; s.p. Ugo Valenti; s.ed. Anna Maria Montanari; a.re. Maurizio Mein; op. Giuseppe Di Biase; ass.op. Emilio Loffredo, Roberto Forges Davanzati; eff.sp. Aldo Frollini, Silvio Braconi; tr. Pierantonio Mecacci; parr. Grazia De Rossi; fo. Vittorio Massi; mix. Franco Bassi; f.sc. Umberto Spagna. Interpreti: Alberto Sordi (Guido Tersilli), Evelyn Stewart (Anna Maria Tersilli), Pupella Maggio (Antonietta Parisi), Claudio Gora (prof. De Amatis), Alessandro Cutolo (comm. Valentano), Nanda Primavera (madre di Guido), Gino Lavagetto (dott. Cremona), Ira Furstenberg (dott.ssa Olivieri), Marco Tulli (portiere), Sandro Merli (prof. Drufo), Sandro Dori (un medico), Giovanni Nuvoletti (prof. Azzarini), Marisa Fabbri (suor Beatrice), Patrizia De Clara (suor Pasqualina), Filippo De Gara (un altro medico), Paolo Paoloni (dott. Lampredi), Lino Banfi (rappresentante), Adriano Amidei Migliano (dott. Guberti), Joanna Knox, Claudia Giannotti, Laura De Marchi, Antonella Della Porta, Franca Sciutto, Franco Abbina, Gennaro Masini. Produzione: Bino Cicogna per San Marco Cin.ca; pr.es. Ugo Tucci; durata: 104’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 3.10.1969, n. 4603 – Stabilimenti di produzione: De Laurentiis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2830 – Data inizio lavorazione: 8.9.1969 – Prima proiezione: 19.12.1969, al cinema S. Lucia di Napoli – Programmazione: 16 città capozona, 1128 giorni, £ 908.183.000 – Incasso: £ 2.283.525.000 (2°) – Titolo di lavorazione: Il Prof. Dott Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste delle Piccole Ancelle dell’amore misericordioso convenzionata con le mutue.

TRAMA: Il Prof. Guido Tersilli è il direttore di Villa Celeste, clinica modernissima ma fatiscente che si sostiene ospitando clienti facoltosi che pagano rette altissime pur di farsi operare dal luminare prof. Azzarini, amico del direttore. Tersilli conduce la sua clinica come un albergo e respinge sempre più spesso i semplici mutuati, con l’unica eccezione della povera Antonietta Parisi, sua prima mutuata, considerata una portafortuna. Lo staff medico è costretto a lavorare in condizioni disastrate ed è molto critico con il suo direttore. La situazione precipita quando una sera Tersilli se la spassa con la piacente madre di un piccolo paziente che deve essere immediatamente operato al cuore: non trovando Tersilli ed Azzarini, i medici incaricano dell’operazione il giovane ma eccellente dott. Cremona, che salva il bambino. Tersilli si accorge di avere un tesoro tra le mani e così sfrutta Cremona, facendogli fare operazioni costose a nome di Azzarini. Quando Azzarini se ne accorge scoppia uno scandalo: i medici fanno rivendicazioni sindacali e, non trovando risposta nel direttore, lasciano la clinica, seguiti dai pazienti. Tersilli si ritrova solo e non è capace nemmeno di togliere un calcolo renale alla sig.ra Parisi. Azzarini torna per dargli una mano, tutto si risolve per il meglio, ma Tersilli, dietro indicazioni della madre, trasformerà la clinica in un centro per il ringiovanimento.

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «Film Mese», 34/36, nov.-dic. 1969; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 20.12.1969; Lino Miccichè, «Avanti!», 20.12.1969; Leo Pestelli, «La Stampa», 20.12.1969; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 20.12.1969; Paolo Valmarana, «Il Popolo», 21.12.1969; Pietro Bianchi, «Il Giorno», 24.12.1969; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 24.12.1969; Claudio G. Fava, «Corriere Mercantile», 27.12.1969; Domenico Meccoli, «Epoca», 28.12.1969; Angelo Solmi, «Oggi», 16.1.1970; Filippo Sacchi, «Epoca», 25.1.1970; Tullio Kezich, «Panorama», gen. 1970;  Anonimo, «King Cinema», 2.2.1970; Anonimo, «Cinema 60», 75/76, 1970; M. Guarino, «New Cinema», 8.8.1970; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 68, 1970; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

[…] Una trama vera e propria stenta ad avviarsi e si conclude quasi solo per caso. Tuttavia l’articolazione del racconto è assai agevole e non manca di un suo sinistro mordente: specie se si pensa che le cose descritte dalla ghignante regia hanno, sotto la loro veste caricaturale, un molto probabile fondo di verità. Una serie di ritrattini amari e di notazioni caustiche fa da contorno al protagonista, nei cui panni Sordi si cala con evidente convinzione e ottimi risultati. Bene anche gli altri. […].

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 20.12.1969

[…] La regia arruffona di Luciano Salce e un’interpretazione di Alberto Sordi tra le sue meno felici degradano […] la materia al livello di una serie di sketch o di macchiette, con scarse connessioni logiche e narrative. […]

Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 20.12.1969

 

[…] Le frecce della prima parte del film sono acuminate e lasciano il segno. Non si tratta più di strali generici e come genere appartenenti al grottesco, come nel Medico della mutua. Sceneggiatori e regista hanno fatto tesoro di fatti du cui s’è interessata la cronaca. Assurde baronie che escludono i giovani medici onesti e capaci, contraddizioni, remore e mancanze del sistema mutualistico, ingordigia e assenza di principi morali. Battute e situazioni, scenette singole sono imbroccate. Anche: un Alberto Sordi, attore esperto misurato sensibile è attorniato da caratteristi incisivi come Claudio Gora, Pupella Maggio, Nanda Primavera.

Pietro Bianchi, «Il Giorno», 24.12.1969

 

[…] Fra gli sport preferiti dagli italiano, quello di parlar male di medici e avvocati è il più antico. Non vediamo a chi giovi, oltreché ai produttori dei film, incoraggiarlo con un cinema di schietta matrice qualunquista, del quale il grosso pubblico cui si rivolge non misura sino in fondo i toni assurdi e grotteschi. I quali d’altronde fanno qui tanta ressa, soffocano talmente il raccotno con un repertorio di magagne sbassate a pretesto di freddure, che nemmeno lo sdegno ha più agio di esplodere, e la macchietta evapora il castigo in piccoli sorrisi. Detto questo per giustizia, s’aggiunge che il film ha momenti buffi, retti con sicurezza da un Alberto Sordi impagabile con la sua faccia di bronzo e da una regia in cui Luciano Salce ha spesso vivacità e scioltezza. […]

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 24.12.1969

BASTA GUARDARLA (1970)

 

Regia Luciano Salce; sogg. Iaia Fiastri; scen. Iaia Fiastri, Luciano Salce, Steno; dir.fot. Aiace Parolin (Eastmancolor); mus. Franco Pisano; mo. Marcello Malvestito; ass.mo. Francesco Malvestito; scg. Luciano Spadoni; a.scg. Giorgio Motto; co. Luca Sabatelli; ass.co. Alessandra Cardini; d.pr. Luciano Piperno; i.p. Lanfranco Diotallevi; s.p. Mario Della Torre, Gaspare Conigliaro; amm. Mario Lupi; s.ed. Maria Pia Rocco; a.re. Vito Minore; op. Elio Polacchi; ass.op. Giancarlo Granatelli; coreog. Franco Estill; a.coreog. Franco Miseria; tr. Franco Corridoni; a.tr. Manlio Rocchetti; parr. Maria Teresa Corridoni; fo. Alvaro Orsini. Interpreti: Maria Grazia Buccella (Richetta), Carlo Giuffrè (Silver Boy), Mariangela Melato (Marisa), Luciano Salce (Farfarello), Franca Valeri (Pola Prima), Spiros Focas (Fernando), Pippo Franco (Danilo), Riccardo Garrone (Pediconi), Umberto D’Orsi (Peppe De Pico), Ettore G. Mattia (zio di Richetta), Ada Pometti (Adele), Pinuccio Ardia (Bubù), Mino Guerrini (il medico), Loredana Bertè (una ballerina), Maria Marchinelli, Stefania Pecci, Dino Curcio, Ennio Antonelli (il marito del ricordo). Produzione: Mario Cecchi Gori per Fair Film; durata: 106’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 24.9.1970, n. 4831 – Stabilimenti di produzione: De Paolis – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 2900 – Data inizio lavorazione: 27.7.1970 – Prima proiezione: 27.12.1970, al cinema Italia di Macerata – Programmazione: 16 città capozona, 230 giorni, £ 97.188.000 – Incasso: £ 367.708.000 – Titoli stranieri: Juste un gigolo (Fra), Las tentaciones de Enriqueta (Spa). La canzone «L’arca di Noè» è composta e cantata da Sergio Endrigo.

TRAMA: La lacrimevole e divertentissima storia della contadina Richetta divenuta soubrette d’avanspettacolo col nome d’arte di Erica prima e poi di Erika Rikk: innamorata persa del suo pigmalione Silver Boy, cantante melodico dal fascino conturbante, costretta a lasciare il suo amante per via della gelosia intrigante della rivale Marisa, trova rifugio nella compagnia del guitto e (falso) donnaiolo Farfarello (e della sua incredibile moglie Pola Prima) e diventa una stella di prima grandezza in riviste come Poppea monta sul… cocchio e Col razzo che ci vengo. Saputa la verità su Richetta, Silver Boy la convince a lasciare Farfarello ed a tornare con lui, ma sulla strada del ritorno, Richetta crede di vedere Silver in auto con Marisa. Marcia indietro e ritorno da Farfarello. Silver, disperato, prima tenta di uccidere il capocomico, poi cerca di sabotare uno spettacolo con l’aiuto di Marisa ed alcuni tipacci, quindi è affrontato da Pola Prima che gli chiarisce l’ennesimo equivoco e lo spinge a ritornare da Richetta. Solo che, per fermare i sabotatori dello spettacolo, Silver viene accoltellato e portato gravissimo all’ospedale. Dove lo raggiungerà Richetta, per coronare il loro splendido sogno d’amore.

 

BIBLIOGRAFIA: Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 31.12.1970; Vice, «La Stampa», 12.2.1971; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 27.3.1971; Vice, «Il Messaggero», 27.3.1971; Vice, «Avanti!», 30.3.1971; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 71, 1971; J. Agudo, in Film Guida, 9, apr./set. 1975; J. Zimmer, in «Saison ’81»; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Cucendo, senz’altra pretesa che lo spasso delle platee, l’antica ironia per i fumetti e l’affettuosa caricatura dell’avanspettacolo, Basta guardarla, è un colorito rametto di vischio spruzzato d’humour facile, il quale ricava vivaci riflessi dal mestiere d’un regista che ben conosce il gusto popolare per i tortini di zucchero e pepe, accompagnato da qualche battuta grassoccia. Maria Grazia Buccella, reginetta del gioco, disgena la figurina della sua Richetta di buon cuore e di faccia pulita con coscienzioso brio e svolte carezzevoli, affiancata da un Carlo Giuffré molto spiritoso nella presa in giro del suo Silver Boy. Caratteristi sempre divertenti come Franca Valeri e lo stesso Salce (cui si aggiunge la vulcanica Mariangela Melato nella parte di una spagnola di Porta Ticinese) crescono il giubilo e l’indulgenza.

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 31.12.1970

[…] Concepito evidentemente al solo scopo di divertire il pubblico, Basta guardarla è una coloritissima vicenda che trova il suo punto di forza nella dosata fusione del fumetto, in senso garbatamente ironico, e della vita dell’avanspettacolo intesa sotto il profilo caricaturale con l’aggiunta, peraltro, di una tenue vena malinconica. Tutto, insomma, evolve all’insegna del brio, brio accentuato da un linguaggio spesso pesante che, tra l’altro, ben si addice all’ambientazione.

Decisamente Luciano Salce ha colto nel segno sfruttando a dovere, con abile mestiere, la dose di umorismo di cui il racconto è pervaso e conferendo ai vari personaggi una appropriata caratterizzazione. Tra questi, Maria Grazia Buccella, nel ruolo di protagonista, si rivela bravissima facendo sfoggio, con spigliatezza, di una verve eccezionale in una con fattezze splendide, sì da conferire alla figura di Richetta la più congeniale fisionomia. Accanto a lei tutti molto bravi e sinceramente spiritosi, Carlo Giuffrè, Franca Valeri, Mariangela Melato e lo stesso Luciano Salce che non perde l’occasione per lanciare strali.

Vice, «Il Messaggero», 27.3.1971

 

Capolavoro di Salce e punta massima dei suoi protagonisti, Carlo Giuffrè e Maria Grazia Buccella. “Il miglior film sull’avanspettacolo, appena guastato da un ricordo del Risi peggiore (Straziami ma di baci saziami)” (Giovanni Buttafava, Il patalogo). Lo spunto è proprio quello di sfruttare il successo della commedia popolare alla Straziami ma di baci saziami di Dino Risi. Ma il film va presto oltre, mostrandoci uno spaccato commosso e scatenato della vita delle piccole compagnie di avanspettacolo come raramente si è fatto. […] Salce mette in piedi dei numeri fantastici di basso varietà con la Valeri di grande competenza e volgarità […], in un tripudio di battute, doppi sensi. Loredana Berté e Pippo Franco alle prime armi offrono la giusta cornice. Magnifico.

Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999

IL PROVINCIALE (1971)

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Alberto Silvestri, Franco Verucci; dir.fot. Roberto Gerardi (Technicolor); mus. Piero Pintucci; mo. Sergio Montanari; ass.mo. Nadia Bonifazi, Maria Gianandrea; scg. Dario Micheli, Giantito Burchiellaro; arr. Francesca Saitto; co. Luca Sabatelli; ass.co. Mario Della Torre; d.pr. Enzo Mazzucchi; s.p. Alvaro Spada, Giandomenico Stellitano; s.ed. Maria Pia Rocco; a.re. Mario Forges Davanzati; op. Roberto D’Ettorre Piazzoli; ass.op. Franco Bruni; tr. Franco Corridoni; parr. Renata Magnanti; sarta Carmen Pericolo; fo. Umberto Picistrelli; mic. Benito Alchimede. Interpreti: Gianni Morandi (Giovanni), Maria Grazia Buccella (Giulia), Sergio Leonardi (Sergio), Teri Hare (Silvana), Franco Fabrizi (Colombo), Andrea Scotti (il ladro), Renzo Marignano (cliente al distributore), Corrado Olmi (direttore del distributore), Gastone Pescucci (Vittorio), Giuseppe Anatrelli (il concessionario), Ennio Antonelli (l’infermiere), Jimmy il Fenomeno (un tipografo), Mimmo Poli (il mobiliere), Giuseppe Terranova (l’inquilino che sale dalla madre), Mauro Vestri (un giornalista de «Il Messaggero»), Enzo Guarini, Marcella Mariotti, Dario Danieli, Giorgio Paoletti, Fidel Gonzales, Claudia Gravì, Ada Pometti, Ugo Carboni. Produzione: Mario Cecchi Gori per Fair Film; durata: 107’ (96’).

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 15.3.1971, n. 4938 – Stabilimenti di produzione: Cinecittà – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2650 (2941) – Data inizio lavorazione: 25.1.1971 – Prima proiezione: 12.8.1971, al Supercinema di Sanremo (IM) – Programmazione: 16 città capozona, 157 giorni, £ 44.767.000 – Incasso: £ 535.367.000 – Titoli di lavorazione: Lui, lei e l’amore/Ma l’amore no – Titoli stranieri: The Provincial (Gb).

TRAMA: Il giovane Giovanni Di Giacomo parte dal paesino di S. Oreste, diretto a Roma per fare fortuna come giornalista. Cerca di accasarsi presso lo zio Annibale, che però è un maggiordomo e non il signore che ha sempre voluto far credere. Trova lavoro in una stazione di servizio e fa la conoscenza di Lilly, ragazza-squillo che s’innamora di lui, lo mantiene e cerca il modo di farlo lavorare. Sempre spinto dalla sua vocazione di scrittore, Giovanni riesce a farsi assumere da «Il Messaggero», trova un piccolo appartamento, ma perde Lilly che non riesce ad adeguarsi ad una vita da impiegata. Giovanni conosce Silvana, ventenne disorientata e politicizzata, e riesce finalmente a fare il colpo giornalistico, infiltrandosi in una banda di criminali. Finisce in carcere per sbaglio, ma il suo servizio va sulla prima pagina del giornale. Lilly torna da lui, ma per lasciarlo definitivamente, non volendo essere da intralcio alla sua carriera.

 

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «New Cinema», 8, ago. 1971; Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 28.8.1971; Vice, «Il Messaggero», 28.8.1971; Vice, «L’Unità», Roma, 28.8.1971; Vice, «La Stampa», 29.8.1971; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», 71, 1971; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

[…] Scritta da Franco Verucci e Alberto Silvestri, la favoletta imbastita ne Il provinciale non poteva essere più sciocca e melensa, a livello di «bibliotechina rosa» degli anni Trenta. E Luciano Salce, del tutto immemore di un passato non indegno, vi si è calato con una specie di gusto masochistico di autodistruzione, impassibile alla impotenza espressiva di Gianni Morandi e alla presenza distratta di Maria Grazia Buccella, non per questo meno piacevole e vistosa.

Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 28.8.1971

[…] Alle prese con una trama priva di spunti originali e di trovate brillanti, Luciano Salce ha fatto quello che ha potuto, ricorrendo al suo ben noto mestiere per insaporire la storiella, che rivela il suo momento migliore in una folle gimkana automobilistica dagli effetti notevolissimi. Gianni Morandi e Maria Grazia Buccella gli interpreti principali.

Vice, «Il Messaggero», 28.8.1971

 

C’è da rabbrividire alla sola lettura dell’intreccio, e poi, Luciano Salce termina la confezione del Provinciale attraverso l’anonima regia cinematografica. […]

Vice, «L’Unità», Roma, 28.8.1971

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IL SINDACALISTA (1972)

 

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Castellano e Pipolo; dir.fot. Erico Menczer (Eastmancolor); mus. Guido e Maurizio De Angelis dir.da Franco Tamponi (le canzoni «Il torrente» e «Che si dà» di autori non identificati sono cantate da Claudio Villa); mo. Antonio Siciliano; ass.mo. M.Cuorso; scg. e co. Giancarlo Bartolini Salimbeni; arr. Franco D’Andria; o.g. Luciano Luna; d.pr. Enzo Mazzucchi; i.p. Giandomenico Stellitano, Mario Della Torre; s.p. Renato Fiè; amm. Fausto Lupi; s.ed. Maria Pia Rocco; a.re. Stefano Rolla; op. Mario Brega; ass.op. Maurizio La Monica; tr. Otello Fava; parr. Ernesta Cesetti; fo. Umberto Picistrelli; mix. Luigi Barbieri; mic. Manlio Urbani. Interpreti: Lando Buzzanca (Saverio Ravizza), Renzo Montagnani (Luigi Tamperletti), Isabella Biagini (Teresa Piredda Ravizza), Paola Pitagora (Vera), Dominique Boschero (Marisa), Piero Vida (Vezio Bellinelli), Giancarlo Maestri (Tonino Pagliari), Giacomo Rizzo (Mario Taccone), Gino Santercole (un operaio), Patrizia Battaglia (Delia, figlia di Saverio), Isabelle Marchal (attrice di spot), Gastone Pescucci (don Carlo), Ezio Sancrotti (Cesare Taruffi), Pietro Zardini (Costanzo D’Alessio), Adriano Amidei Migliano (Orselli, il pubblicitario), Luca Sportelli (il padrone del pullman), Ada Pometti (Giuliana), Livio Galassi (Stelvio De Paolis), Simone Santo, Luigi Valenzano (altri operai), Gianfranco Barra (il carabiniere), Franca Scagnetti (un’operaia), Fernando Cerulli (l’operaio col piatto calpestato), Luciano Bonanni (operaio in bici), Fortunato Arena, Franco Anniballi (altri operai), Renzo Rinaldi (caporeparto verniciatura), Ferdinando Murolo (Martino, autista), Laura Begherelli (ragazza alla festa), Nino Drago (passeggero pullman). Produzione: Mario Cecchi Gori per Fair Film; durata: 108’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 29.3.1972, n. 5199 – Stabilimenti di produzione: De Laurentiis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2650 (2902) – Data inizio lavorazione: 17.1.1972 – Prima proiezione: 21.4.1972, al cinema Reposi di Torino – Programmazione: 16 città capozona, 277 giorni, £ 180.597.000 – Incasso: £ 782.571.000.

TRAMA: L’operaio Saverio Ravizza arriva a Bissola Lambro dopo aver organizzato una marcia da Roma per solidarietà con gli operai Pirelli. Nella nebbia di Bissola trova moglie, la stolida Teresa, siciliana come lui, ed un posto nella fabbrica di frigoriferi Tamperletti. Saverio, uomo fuori dal coro, ribelle per temperamento, non rinuncia alle sue battaglie sindacali, seppure combattute come un lupo solitario: uno sciopero della fame per istituire la mensa operaia, il dirottamento di un pullman per reintrodurre una fermata per gli operai, persino una lunghissima pernacchia al padrone. Le sue battaglie provocano l’interesse della giornalista di sinistra Vera, ma la lotta solitaria di Saverio provocherà grossi problemi a tutti. Eletto rappresentante sindacale della fabbrica, Saverio proclama uno sciopero selvaggio per far entrare gli operai nelle quote azionarie della società, ma in realtà è tutta una manovra di Tamperletti per cercare di svalutare la fabbrica e venderla a tedeschi. Da Roma arriva l’amico Tonino ad informare Saverio della sua ingenuità, ma Saverio non vuole sentire consigli: si scazzotta con l’amico, lascia la famiglia e va da Vera, con cui vuole accompagnarsi. Ma Vera è già occupata e l’informa che la manovra di Tamperletti è vera. Saverio corre in fabbrica, ma ormai è troppo tardi per fermare lo sciopero: gli operai lo considerano un traditore e lo gonfiano di botte. Lo salverà Tonino, che lo farà entrare in un sindacato vero.

BIBLIOGRAFIA: Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 22.4.1972; Aurora Santuari, «Paese Sera», 22.4.1972; Vice, «L’Unità», 22.4.1972; Leo Pestelli, «La Stampa», 23.4.1972; Vice, «Il Popolo», 23.4.1972; F. C., «Avanti!», 26.4.1972; Piero Virgintino, «Gazzetta del Mezzogiorno», 7.5.1972; Maurizio Cavagnaro, «Corriere Mercantile», 13.5.1972 Vice, «Il Lavoro», 13.5.1972; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 10.6.1972; Morando Morandini, «Il Giorno», 10.6.1972; Morando Morandini, «Tempo», 25.6.1972; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 73, 1972; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

Luciano Salce, con gli stessi sceneggiatori Castellano e Pipolo che furono al suo fianco allorché si trattò di lanciare un nuovo Ugo Tognazzi ne Il federale, dà oggi ne Il sindacalista una non dissimile occasione a Lando Buzzanca, attore che già da qualche tempo dimostra di volersi sganciare dal genere farsesco ed affrontare personaggi d’impegno. Il sindacalista in questione è al centro di una commedia di costume che poi tanto commedia nemmeno è: attraverso le risate che essa provoca non tarda ad emergere molta amarezza, umana e sociale, se non addirittura politica. […]

Per narrare ciò, Salce ha risfoderato il suo tipico humour, fatto di sottili notazioni psicologiche miste ad un gsto assai acceso per il particolare terrestre e grottesco. Il racconto si popola di personaggi laterali, in una serie di episodi sinistramente spassosi che via via confluiscono nella drammatica stretta conclusiva. Intorno al pittoresco donchisciotte si muove un mondo di provincia industriale, colto con crudeltà, anziché con strapaesana bonomia, nei suoi più o meno palesi tic, nelle sue deformazioni connaturare o indotte. Né il finale promette giorni migliori: il «sistema» non cambierà. Così come non cambierà il protagonista, cui Buzzanca dà una protervia tutta particolare, una sorta di funambolica tetraggine che stimola pena e pietà prima che simpatia umana. […]

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 22.4.1972

Anche Luciano Salce ha voluto cimentarsi nel cinema politico, nel cinema «di fabbrica»: per la individuazione dei «contenuti» ha creduto opportuno affidare la sceneggiatura a Castellani [sic, ndr] e Pipolo, noti soprattutto come estensori dei testi di Canzonissima. D’altra parte non crediamo che Salce, con Il sindacalista, abbia voluto confezionare altro che una serie di barzellette sceneggiate sullo sfondo di una catena di montaggio. Una serie di barzellette, in ultima analisi, offensive per il movimento operaio, soprattutto perché l’operaio Saverio Rovizzi (Lando Buzzanca), «libero pensatore» ispirato da Di Vittorio, è incapace di aiutare i suoi simili, anzi è così ingenuo e donchisciottesco che finirà con il collaborare attivamente con il padrone (così sarà tacciato dai sindacati come sindacalista del «sindacato giallo») […]. Un film, quindi, tutto di «contenuto» (come lo sono i film commerciali e borghesi di qualsiasi tipo: i problemi minimi di linguaggio dovrebbero autorisolversi…), e soltanto contenuto mistificato proprio per l’inverosimiglianza e la non sussistenza della dialettica tra la figura astratta di Saverio e la linea politica dei sindacati, qui «ritratti» in quattro battute paternalistiche: come dire, un Sindacalissimo per il grande schermo a colori.

Vice, «L’Unità», 22.4.1972

[…] La satira, mancando d’una materia credibile entro cui mordere, è più spesso semplice ironia, svagata e graffiante. Si rispolvera persino il «gag» della pernacchia contro il dirigente, qui in parte riscattato dal nuovo trattamento sinfonico-corale. Antologico com’è, il divertimento non può essere tutto allo stesso livello di buon gusto; ma se il copione di Castellano e Pipolo conosce qualche caduta, il ritrattino, talvolta persino un po’ dolente, del siciliano in trincea, inchiodato ai suoi principi di rettitudine e di giustizia, va in porto. Salce ha ridato spessore psicologico, dignità di carattere, a Lando Buzzanca, un attore che aveva cominciato benino, ma che le circostanze commericali sono andate vicino a trasformare in una sorta di simbolo fallico del nostro peggior cinema di consumo. […]

Leo Pestelli, «La Stampa», 23.4.1972

[…] Tessuto di episodi di varia comicità, alcuni ben poco eleganti, e tutti incentrati sulla macchietta del protagonista, il film ridicolizza un po’ qualunquisticamente la buona fede del suo eroe, e senza vera necessità cerca di offrire spunti piccanti alle parentesi erotiche. La modestia dell’esito va addebitata soprattutto alla frammentarietà del racconto, alla cautela con cui, per non dispiacere a troppi, il solitamente sarcastico Salce stavolta si muove, e ai limiti del suo interprete, un Lando Buzzanca che tenta di sopperire con i modi pagliacceschi (ma qui più frenati del consueto) alla sua scarsa espressività. Fra le donne, simpatica Isabella Biagini nella parte della moglie. Paola Pitagora invece ci sta, in abito da giornalista e in bella nudità, come il cavolo a merenda.

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 10.6.1972

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IO E LUI (1973)

Regia Luciano Salce; sogg. dal romanzo omonimo di Alberto Moravia; scen. Fulvio Gicca Palli, Enzo Siciliano, Luciano Salce, Nino Marino; dir.fot. Armando Nannuzzi (Technicolor); mus. Bruno Zambrini dir.da Franco Tamponi; mo. Antonio Siciliano; ass.mo. Liliana Mancini; scg. Francesco Bronzi; arr. Renato Postiglione; co. Mario Ambrosino; a.co. Aldo Giuliani; o.g. Bruno Todini; d.pr. Gianni Minervini; i.p. Aurelio De Laurentiis; s.p. Diana Valli, Roberto Panaccia, Stefano Bolzoni; cass. Sergio Giussani; s.ed. Egle Guarino; a.re. Amanzio Todini; op. Giuseppe Berardini; ass.op. Federico Del Zoppo, Daniele Nannuzzi; c.tr. Otello Fava; tr. Stefano Fava; parr. Bianca Casella, Paolo Franceschi; sarte Luisa Buratti, Angela Viglino; fo. Rocco Roy Mangano; mic. Gianni Zampagni; mix. Mario Morigi; attr. Luciano Bispuri; f.sc. Ermanno Consolazione; uff.st. Suido Giusti. Interpreti: Lando Buzzanca (Federico), Bulle Ogier (Irene), Gabriella Giorgelli (Fausta, moglie di Federico), Vittorio Caprioli (Cuttica), Mario Pisu (Protti, il produttore), Antonia Santilli (sua figlia Flavia), Jessica Dublin (Leda Lidi), Yves Beneyton (Maurizio), Paolo Bonacelli (lo psichiatra), Michele Malaspina (il banchiere), Pier Maria Rossi (amico di Maurizio con barba), Dimitri Corchilas (il regista grasso), Bruno Boschetti, Luigi Antonio Guerra, Gianna Marelli. Produzione: Dino De Laurentiis per De Laurentiis Inter Ma.Co. (Roma), Columbia (Parigi); durata: 108’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 21.3.1973, n. 5476 – Stabilimenti di produzione: Palatino, Teatri di Via della Vasca Navale, 58 – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. – Data inizio lavorazione: 5.2.1973 – Prima proiezione: 19.9.1973, al cinema Astra di Pisa – Programmazione: 16 città capozona, 389 giorni, £ 260.604.000 – Incasso: £ 873.650.000. La canzone «Jalla je» di Pilantra-Zambrini è eseguita dal complesso RRR.

TRAMA: Lo sceneggiatore Rico è in crisi. Perseguitato in sogno da una donna bellissima, lasciata la moglie Fausta per scrivere il film della sua vita (la storia di un intellettuale di sinistra che sposa una prostituta), si vede sfilare il progetto da un giovane cineasta contestatore e d’avanguardia, Maurizio, che s’ingrazia il produttore Protti. Per recuperare posizioni, Rico corteggia la moglie di Protti, la vecchia diva del muto Leda Lidi, che accetta le attenzioni dello sceneggiatore. Ma Rico è tormentato da un problema imprevedibile: il suo sesso parla e ragiona con lui e lo spinge a sfrenare la propria libido repressa. Ed un giorno incontra ad una banca proprio la donna dei suoi sogni, con cui tenta inutilmente un approccio: la donna è frigida, ma ha una bambina che sembra attrarre la sessualità di Rico. Che, proprio sull’orlo dell’abisso, si ritrarrà…

BIBLIOGRAFIA: Pietro Bianchi, «Il Giorno», 21.9.1973; R. B., «Corriere della Sera», 21.9.1973; Alberico Sala, «Corriere d’informazione», 21.9.1973; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 22.9.1973; M. F., «Il Popolo», 22.9.1973; Aggeo Savioli, «L’Unità», 22.9.1973; Piero Virgintino, «Gazzetta del Mezzogiorno», 23.9.1973; Claudio G. Fava, «Corriere Mercantile», 29.9.1973; Piero Pruzzo, «Il Secolo XIX», 29.9.1973; Tullio Kezich, «Panorama», 11.10.1973; Stefano Reggiani, «La Stampa», 27.10.1973; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

[…] L’omonimo racconto di Moravia è stato riassunto in chiave dichiaratamente grottesca dalla regia di Luciano Salce e da Fulvio Gicca Palli, Nino Marino e Enzo Siciliano che con lui hanno steso la sceneggiatura, dove le occasioni ridanciane, spinte fino ai limiti della farsa, hanno avuto la meglio soprattutto tenendo conto delle possibilità di Lando Buzzanca, che ha fin troppo accentuato i risvolti buffoneschi dell’avventura.

  1. B., «Corriere della Sera», 21.9.1973
[…] Tutto ciò era, ovviamente, di assai ardua realizzazione cinematografica. E bisogna dire che Salce se l’è cavata fin troppo bene, sbizzarrendosi con umorismo nella ricerca degli oggetti in cui materializzare l’imbarazzante antagonista. Né meno abile l’interprete Lando Buzzanca, specialmente nel suo prestare due voci diverse all’«io» e al «lui»: di chiara e buona pronunzia la prima, grevemente dialettale la seconda. […] L’insieme resta comunque corrivo e grassoccio, anche se la vera volgarità è evitata. E i significati del romanzo, d’altronde non tra i migliori di Moravia, si diluiscono in una narrazione che divertirà il grosso pubblico con i suoi accenti grotteschi ma non lo illuminerà sul problema del sesso nella psicologia del maschio italiano contemporaneo.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 22.9.1973

 

[…] Il romanzo Io e lui […] ha un impianto metaforico che non può essere tradotto sullo schermo con una scelta naturalistica. Salce ha inserito su un normale traliccio di commedia i dialoghi di «lui», volta per volta individuato in un obelisco, in una leva del cambio, in un palloncino ed in altri aggeggi adatti. L’esito è straccamente ornato dalla volgarità, non sorgente dall’osceno, ma dalla piattezza banale.

Stefano Reggiani, «La Stampa», 27.10.1973

ALLA MIA CARA MAMMA NEL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO (1974)

Regia Luciano Salce; sogg. da Nel giorno dell’onomastico della mamma di Rafael Azcona e Luis Berlanga; adatt. Luciano Salce; scen. Sergio Corbucci, Massimo Franciosa, Luciano Salce e (n.a.) Rafael Azcona, Luis Berlanga; dir.fot. Erico Menczer (Eastmancolor); mus. Franco Micalizzi; mo. Amedeo Salfa; ass.mo. Anna Maria Roca; a.mo. Angela Bordi Scricchiola; scg. e co. Fiorenzo Senese; a.scg. Claudio Cinini; a.co. Giuliana Serano; a.arr. Nello Giorgetti; o.g. Aldo Ulisse Passalacqua; i.p. Attilio Viti; s.p. Francesca Vetrano, Pietro Sassaroli, Fiorenzo Senesi; amm. Rolando Pieri; s.ed. Egle Guarino; a.re. Giorgio Gentili; op. Roberto Brega; ass.op. Luigi Bernardini; a.op. Francesco Gagliardini; tr. Gianfranco Mecacci; parr. Paolo Franceschi; fo. Mario Dallimonti; mic. Gianfranco Pacella; f.sc. Franco Bellomo. Interpreti: Paolo Villaggio (conte Fernandoo, detto Didino), Lila Kedrova (contessa Mafalda, sua madre), Eleonora Giorgi (Angela), Antonino Faà di Bruno (zio Alberto), Orchidea De Santis (Jolanda, la sposa), Enzo Spitaleri (Fernando, lo sposo), Renato Chiantoni (Anchise, domestico), Vera Drudi (Driade, domestica), Jimmy il Fenomeno (Peppe, fratello di Angela), Guido Cerniglia (amico di Didino), Carmine Ferrara, Carla Mancini (la prostituta), Vittorio Fanfoni (il sacrestano). Produzione: Rusconi Film; durata: 102’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 28.2.1974, n. 5698 – Stabilimenti di produzione: De Paolis – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 2867 – Data inizio lavorazione: 11.2.1974 – Prima proiezione: 22.8.1974, al Supercinema di Latina – Programmazione: 16 città capozona, 430 giorni, £ 269.138.000 – Incasso: £ 814.855.000. Il brano «Alla mia cara mamma» è di Micalizzi-Pilantra.

TRAMA: Orfano di padre, soggiogato da una madre iperpossessiva, il nobile Didino è un uomo di trentadue anni ormai avviato verso una castità morbosa e maniacale: non riuscendo ad avere rapporti con le donne, si rivolge a surrogati. Finché, un giorno, la morte accidentale della domestica Driade conduce alle sue dipendenze la giovane Angela, una ragazza bellissima e dolce, anche se storpia. Innamoratosi di Angela, Didino inizia a corteggiarla con i suoi modi obliqui e stravaganti, anelando ad un rapporto sessuale che non riesce a consumare. Ma la contessa Mafalda, sua madre, non accetta di lasciarsi strappare Didino da questa concorrente imprevista, e cerca in tutti i modi di tenere con sé il figlio.

BIBLIOGRAFIA: Leo Pestelli, «La Stampa», 31.8.1974; Vice, «Il Resto del Carlino», 31.8.1974; M. A., «La Stampa», 6.9.1974; Anonimo, «Il Giornale», 6.9.1974; Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 6.9.1974; Domenico Meccoli, «Epoca», 14.9.1974; Anonimo, «L’Espresso», 15.9.1974; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 28.9.1974; Franco Cordelli, «Paese Sera», 28.9.1974; M. F., «Il Popolo», 28.9.1974; David Grieco, «L’Unità», 28.9.1974; Lino Miccichè, «Avanti!», 1.10.1974; Anonimo, «Il Secolo XIX», 19.10.1974; Claudio G. Fava, «Corriere Mercantile», 21.10.1974; Carlo Tagliabue, «Rivista del cinematografo», 2, febb. 1975; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

[…] In arte non è cattivo chi vuole, ma chi sa esserlo. Il film, che vorrebbe essere una sanguinosa satira del mammismo, con su sparso un certo sapore nazista, è soltanto un trattenimento gratuito. Vi sono vertiginose cadute di gusto, che uno si domanda come possano commettersi da un cineasta appena appena fornito d’una modesta educazione artistica. In compenso non mancano abili tocchi di mestierante. Il meglio è nella prima parte, in qualche particolare di quel feroce intérieur sadico-reazionario (i pizzicotti a ruota della contessa, la figura dello zio tremolante, l’iniziazione erotica del contino tentato da una professionista): ma che cosa si può veramente salvare in un film sbagliato nei modi più corrivi? […]

Leo Pestelli, «La Stampa», 31.8.1974

L’ultimo film di Luciano Salce vuole staccarsi dalla palude conformistica della commedia all’italiana, sterzando verso il metafisico grottesco del simbolo, con variopinti pretesti freudiani. Un viaggio nefasto nei meandri di remoti complessi, non esclusivamente di marca italiana, dato che i più celebrati iter edipici sono mitteleuropei. […]

Volutamente indefinito nel tempo e nello spazio e chiaramente inverosimile nelle concatenazioni della causa con l’effetto, il film è godibile nella prima parte […], ma in seguito, non riuscendo a tenere viva tutta la cattiveria che si propone, stipula non pochi compromessi. Intaccando, e non per primo, il mito del mammismo, Salce non riesce ad essere sempre sintetico, né davvero provocatorio: pur non mancando di intuizioni intelligenti, il suo film si pone, per così dire, tra la satira e la commedia, utilizzando espedienti di ambedue senza unificarli in un’unica cifra.

Qualcuno, in tutta la vicenda, ha creduto anche di scorgere moventi di satira politica, per la verità fuori luogo. Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno è un film chiuso fra le pareti strette di due psiche contorte e mostruose. Le quali, a loro volta, possono poi essere mostruose anche nei rapporti con l’esterno, ma la cattiveria degli autori in questo caso esplode solamente contro i principali interessati, e il discorso non riguarda mai un panorama più globale di «sadismo verso gli altri».

Paolo Villaggio risente della staticità del personaggio, che pur interpreta e assume con esasperata malizia; Lila Kedrova è l’ossessionante madre, giustamente sopra le righe ed esaltata dal trucco espressionista; Eleonora Giorgi è la procace salvatrice ed è più che giusto darle credito. Infine c’è quella tenebrosa villa, microcosmo di non eletti graffiati dall’insania, dove si ignora l’onesto piacere della maturità. Se qualcuno poi non se la sente di ridere e vorrà pensarci su anche un po’ preoccupato ne avrà tutte le ragioni. Noi siamo dalla sua parte.

Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 6.9.1974

L’umorismo nero dello spagnolo Rafael Azcona è noto a noi soprattutto attraverso le aggressive elaborazioni di Marco Ferreri che, opportunamente italianizzandolo e internazionalizzandolo, ha saputo dargli originali dimensioni cinematografiche. Ma all’opera letteraria Nel giorno dell’onomastico della mamma, scritta appunto da Azcona con la collaborazione di Luis Berlanga, è andato ora ad ispirarsi, invece di Ferreri o di Berlanga stesso, Luciano Salce. E non è la stessa cosa. Pur servito da una tecnica indubbiamente più professionistica, ché Salce è uno dei meglio collaudati maestri della commedia all’italiana, l’umorismo qui non lievita, il nero è opaco, la caricatura non diventa satira di costume. E Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno resta saldamente ancorato ai signolari eventi che descrive, senza che ne scaturisca, a giustificazione di ogni stranezza, una sogghignante lezione di anti-mammismo: come era presumibilmente nelle intenzioni d’origine. […]

Bisogna dire che l’ultima trovata, anzi, l’ultima inquadratura è sottilmente poetica. Ma la poesia non è molto di casa nel film, assai grassoccio, popolato di personaggi il cui tratteggio grottesco è impietosamente fine a se stesso. Preferiamo comunque la figura della madre, affidata ad una Lila Kedrova agitata e stridula, con bagliori di autentica cattiveria, a quella del figlio, di cui Paolo Villaggio mostra più gli spasimi esterni che le interne ambasce, ricorrendo, senza vera giustificazione, persino alla sua già ben nota impersonificazione di Hitler. Degli altri, Eleonora Giorgi si fa notare nella parte dell’infelice servotta, Antonino Faà di Bruno accenna un carattere di vecchio zio rincitrullito, Orchidea De Santis e Renato Chiantoni completano volenterosamente il cast. Fotografia non priva di qualità, specialmente nella descrizione dei soffocanti interni. […]

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 28.9.1974

 

[…] Un tempo, Paolo Villaggio sosteneva che anche Luciano Salce, con l’aiuto di un valido copione, avrebbe potuto fare un buon film. Non eravamo d’accordo allora, e lo siamo ancor meno oggi, alla prova dei fatti. Con la «complicità» degli sceneggiatori Sergio Corbucci e Massimo Franciosa, Salce ha confezionato un fumetto che è audace definire velleitario, fitto di incongruenze, rozzo persino da un punto di vista strettamente tecnico. Le immagini si susseguono a raffica, spesso senza significato: i caratteri psicologici dei personaggi, pur determinanti in un impianto narrativo di questo genere, vengono delineati a misura della gag, e contribuiscono a aggravare l’inverosimile trambusto. Squilibrati e persino insensati, gli sviluppi della vicenda prendono dunque consistenza con selvaggia spontaneità, trascinando in un vortice di delirio alcuni pur volenterosi interpreti, come Paolo Villaggio e l’anziana Lila Kedrova.

David Grieco, «L’Unità», 28.9.1974

FANTOZZI (1975)

 

Regia Luciano Salce; sogg. dal libro omonimo di Paolo Villaggio; scen. Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Luciano Salce, Paolo Villaggio; dir.fot. Erico Menczer (Eastmancolor); mus. Fabio Frizzi, dir.da Vince Tempera; cons.mus. Franco Bixio; mo. Amedeo Salfa; ass.mo. Angela Bordi, Cecilia Catalucci; a.mo. Olga Sarra; scg. Nedo Azzini; co. Orietta Nasalli Rocca; arr. Osvaldo Desideri; a.arr. Nello Giorgetti; o.g. Aldo Ulisse Passalacqua; i.p. Attilio Viti; s.p. Pietro Sassaroli, Francesco Vetrano; amm. Silvana Olasio; s.ed. Marisa Agostini; a.re. Maurizio Mein; ass.re. Claudio Bordì, Giangiacomo Tabet; op. Roberto Brega; ass.op. Luigi Bernardini, Francesco Gagliardini; m.armi Nazzareno Zamperla, Rinaldo Zamperla; tr. Gianfranco Mecacci; a.tr. Marcello Meniconi; parr. Paolo Franceschi; fo. Mario Dallimonti; mic. Massimiliano D’Ottavi; mix. Gianni D’Amico; uff.st. Lucherini, Rossetti, Spinola. Interpreti: Paolo Villaggio (rag. Ugo Fantozzi), Liù Bosisio (la signora Pina), Gigi Reder (rag. Renzo Filini), Anna Mazzamauro (signorina Silvani), Giuseppe Anatrelli (Calboni), Umberto D’Orsi (cav. Diego Catellani), Plinio Fernando (Mariangela), Paolo Paoloni (megadirettore galattico), Nello Pazzafini (uno dei “tre stronzi”), Dino Emanuelli (un impiegato che balla al cenone), Elena Tricoli (Teresa Catellani), Piero Zardini (rag. Fonelli), Valerio Ruggeri (il segugio), Artemio Antonini (un altro dei “tre stronzi”), Nicola Morelli (un megadirigente), Giuseppe Terranova (il geometra che tenta la “sorpresa”), Luciano Bonanni (cliente al ristorante giapponese), Jolanda Fortini (contessa Alfonsina Serbelloni Vien dal Mare), Alfredo Adami (il maestro di biliardo), Enrico Marciani (altro megadirigente), Arnaldo Colombaioni (il cameriere persecutore), Willy Colombaioni (il portiere di calcio), Jimmy il Fenomeno (un impiegato alla ricerca di Fantozzi), Angelo Di Porto, Mirko Baiocchi, Ivano Gobbo, Amerigo Alberani, Enzo Vitagliano, Ettore Geri, Giorgio Jovine. Produzione: Giovanni Bertolucci per Rizzoli Film; durata: 97’ (102’ Dvd).

NOTE: Iscritto al P.R.C. l’11.10.1974, n. 5851 – Stabilimenti di produzione: Safa-Palatino – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2995 – Data inizio lavorazione: 28.10.1974 – Prima proiezione: 27.3.1975, al cinema Excelsior di Firenze – Programmazione: 16 città capozona, 1327 giorni, £ 1.754.912.000 – Incasso: £ 5.125.501.880 (2°) – Titoli stranieri: Das Grosse Rindvieh veit und breit (RFt). Secondo nella classifica dei film italiani più visti del 1975-76 dopo Amici miei. Rieditato nella stagione 1975-76 (640 giorni, £ 493.328.000). Canzoni e brani musicali: «La ballata di Fantozzi» di Benvenuti-De Bernardi-Frizzi-Bixio-Villaggio e «L’impiegatango» di Benvenuti-De Bernardi-Bixio-Frizzi-Tempera sono cantate da Paolo Villaggio, «Nannì (‘na gita a li castelli)», «The Candlelight Valtz» di C.Dumont, «La fanfara dei bersaglieri».

 

TRAMA: Alcune giornate della vita del rag. Ugo Fantozzi, impiegato della ditta ItaloPetroCemeTermoTessilFarmoMetalChimica, sposato alla grigia moglie Pina, dai capelli color topo, e con una figlia babbuina, Mariangela. I sogni d’amore per la collega signorina Silvani, che gli preferisce il geometra Calboni; le grottesche iniziative in cui lo coinvolge amico organizzatore Filini (una partita di calcio tra impiegati, un campeggio al lago, il cenone di fine d’anno); i soprusi subiti dai superiori (tra cui il volgarissimo e mammone conte Catellani, con la mania del biliardo); i tentativi patetici di allontanare la mezza età con lo sport e la dieta; il racconto di una tragica cena al ristorante giapponese con la Silvani e di una mostruosa vacanza a Courmayeur con Calboni e la Silvani; infine la ribellione ai padroni fomentata dal collega Folagra ed il relativo ritorno nei ranghi dopo l’intervento del megadirettore galattico in persona.

 

BIBLIOGRAFIA: Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 30.3.1975; Callisto Cosulich, «Paese Sera», 30.3.1975; Lino Miccichè, «Avanti!», 30.3.1975; Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 30.3.1975; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 30.3.1975; Francesco Savio, «Il Mondo», 10.4.1975; Claudio G. Fava, «Corriere Mercantile», 12.4.1975; Lino Cavicchioli, «La Domenica del Corriere», 17.4.1975; Francesco Savio, «Il Mondo», 17.4.1975; Michele Prisco, «Il Mattino», 22.4.1975; Leo Pestelli, «La Stampa», 23.4.1975; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 25.4.1975; Paolo Fabbri, «Il Giornale», 25.4.1975; Gianni Castellano, «Il Resto del Carlino», 26.4.1975; Domenico Meccoli, «Epoca», 26.4.1975; Vice, «Il Domani», 1.5.1975; O. Ripa, «Gente», 12.5.1975; Tullio Kezich, «Panorama», 15.5.1975; Mino Argentieri, «Rinascita», 1.8.1975; Umberto Rossi, «Cinema 60», n. 102, 1975; Carlo Tagliabue, «Rivista del cinematografo», 8-9, ago.-set. 1975; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Fabrizio Buratto, Fantozzi. Una maschera italiana, Lindau, Torino 2003; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005; Alberto Pallotta, Mostruosamente Fantozzi, Un mondo a parte, Roma 2006.

LE RECENSIONI

 

[…] L’accoppiata Villaggio-Salce in realtà funziona. Salce, come regista comico, ha i tempi giusti, e sa imporli all’interprete, che altre volte abbiamo visto non evitarsi una certa ridondanza di effetti. Mentre, dal canto suo, Villaggio impedisce al regista certe pesantezze di gusto che gli son proprie, fornendogli un materiale disuguale, forse ma esente dalla volgarità che spesso rappresentano i limiti della commedia italiana o all’italiana. Il film, logicamente, prende dai due libri solo alcuni episodi, riorganizzandoli in un racconto non del tutto ma nemmeno troppo poco unitario. […] Ce n’è di molto bellini e di appena passabili, con qualche oscillazione barometrica tra il più tradizionale slapstick e il grottesco alla Tati, se non addirittura alla Fellini. Costante è comunque una base di gustosa cattiveria, cui tanto Villaggio quanto Salce contribuiscono secondo natura. Né manca un funzionale crescendo narrativo: partito con una delle sequenze migliori, l’assalto all’autobus per l’ufficio, il film ne ritrova verso la fine altre due di massimo mordente: quelle della cena giapponese e della partita di biliardo con il capufficio. Insomma, l’insieme funziona. Anche perché intorno al protagonista si muovono perfide caricature di personaggi […].

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 30.3.1975

 

[…] Fantozzi offre non soltanto novanta minuti di quasi irresistibile «comicità dell’assurdo», ma anche qualcosa di più. Talune sequenze come quella della corsa per giungere in tempo a timbrare il cartellino, del veglione di fine d’anno (che ricorda, con più paradosso, una celebre sequenza de Il posto), del campeggio fra i tedeschi, della partita di biliardo, del ristorante giapponese, della avventura sciistica, del colloquio con il «megadirettore galattico» (cioè con il Potere reale), non sono soltanto simpaticamente divertenti e caratterizzate da una «vis comica» decisamente originale e, grazie al cielo, assai poco «all’italiana»; sono altresì percorse da una sottile, disincantata, ma non per questo irrilevante vena di angoscia. […] In questo senso Fantozzi ci è parso uno dei pochi «film comici» italiani di questi ultimi tempi che giungono anche a graffiare e, come rivela la bella sequenza finale […] dotati di una ideologia non qualunquistica. Merito questo certamente di una regia abbastanza controllata (forse la migliore di Salce) e di una sceneggiatura che ha saputo selezionare sagacemente il materiale dei due libri di Villaggio. Ma merito soprattutto di Villaggio che soggettista, co-sceneggiatore, interprete, inventore del personaggio, è (non se ne abbiano a male gli altri) il vero «autore» del film.

Lino Miccichè, «Avanti!», 30.3.1975

[…] Il film di oggi, diretto da Luciano Salce […], cuce insieme una dozzina e più di quei racconti e, pur non seguendo un vero filone narrativo, dà a Fantozzi lo spazio necessario per riproporsi almeno quale lo apprezzano i suoi fans. Con due varianti: la trasformazione della vocazione all’obbedienza in una quasi patologica voluttà di servire (per rendere forse anche più credibile, in un’epoca di contestazioni sindacali, un personaggio tanto pavidamente ottocentesco) e una conseguente accentuazione del demenziale e della farsa, mutando più di una volta in favola, in sogno o in allucinazione la realtà quotidiana.

Con risultati divertenti quando gli scherzi si fanno cattivi, le beffe graffiano e le caricature, superando i limiti della macchietta, tentano di arrivare alla maschera allegorica (grazie anche a una regia che si impone con piacevoli invenzioni visive non solo nella cifra onirica ma nella metamorfosi grottesca della cronaca); con risultati, invece, del tutto discutibili quando la riproduzione alla lettera delle pagine dei due libri o addirittura una loro interpretazione in chiave superficialmente realistica o farsesca avvicina il film ai toni e ai modi delle vecchie “comiche” del muto. Con troppe gags di gusto scontato e superato, con vezzi, tic e torte in faccia il più delle volte risaputi e prevedibili, scodellati tutti in funzione unicamente del “ridere, ridere” di cinquant’anni fa. Senza distanza critica. Scopertamente.

Fra le pagine più festose, la partita di biliardo, il ristorante giapponese, il tennis nella nebbia, il veglione di capodanno. Fra le più ovvie e solo Ridolini, il campeggio, la pesca, il foot-ball dei quarantenni e gli sci a Courmayeur […].

Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 30.3.1975

 

[…] Il risultato è, purtroppo, solo una sfilza di aneddoti, di barzellette a volte godibili, a volte no […]. «Girato» alla meno peggio, Fantozzi ha tuttavia, come accennavamo, qualche momento spassoso (la squallida festa di capodanno, la partita di biliardo, la cena nel ristorante giapponese), soprattutto per virtù dell’attore principale. Nel contorno, si fanno notare Gigi Reder e Umberto D’Orsi; ma un interprete del talento di Giuseppe Anatrelli è utilizzato, ad esempio, poco e male.

Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 30.3.1975

 

[…] Passando dalla comicità orale alla comicità di situazione, forse anche poco aiutato da una regia scarsamente innovatrice, Villaggio scade a pagliaccetto, e accresce i debiti con la farsa del muto. Le risate più sonore sono quelle tradizionalmente destinate agli scivoloni, alle botte in testa e alle torte in faccia. Ci si diverte, per quel molto di infantile che resta in ogni adulto, ma si rimpiange, con Chaplin e famiglia, la maturità espressiva di uno Jacques Tati e di un Woody Allen, nei quali l’immagine si è liberata di quelle scorie goliardiche che insidiano il Villaggio dello schermo. […] Il film, si è detto, produce risate sonore. Da gran tempo non si vedevano platee scompisciarsi come alle scene del campeggio e del ristorante giapponese. […] Paolo Villaggio li regge come può […]. Il risultato, per lui, è ora che, diemnticando la prova interessante data con Sistemo l’America e torno, si lasci convincere dalla pingue cassetta e rinunci alla ricerca di uno stile cinematografico suo proprio, dove alla polemica sarcastica si sposi la leggerezza della fantasia.

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 25.4.1975

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L’ANATRA ALL’ARANCIA (1975)

 

Regia Luciano Salce; sogg.dalla commedia di William Douglas Home e Marc Gilbert Sauvajon; scen. Bernardino Zapponi; dir.fot. Franco Di Giacomo; mus. Armando Trovajoli; mo. Antonio Siciliano; ass.mo. Maria Luisa Lisci; scg. Lorenzo Baraldi; co. Luca Sabatelli; a.co. Rosanna Andreoni; arr. Vincenzo Medusa; o.g. Luciano Luna; d.pr. Vincenzo Mazzucchi; i.p. Attilio Viti; s.p. Massimo Ferrero; amm. Mario Lupi; s.ed. Marisa Agostini; a.re. Stefano Rolla; op. Giuseppe Lanci; ass.op. Gianfranco Transunto; tr. Gianfranco Del Brocco; a.tr. Alvaro Rossi; parr. Paolo Franceschi; fo. Mario Celentano; mic. Giovanni Fratarcangeli; mix. Mario Morigi; f.sc. Roberto Russo; uff.st. Francesca De Russis, Maria Rühle. Interpreti: Monica Vitti (Lisa Stefani), Ugo Tognazzi (Livio Stefani), Barbara Bouchet (Patty), John Richardson (Jean-Claude Ardin), Sabina De Guida (Cecilia), Antonio Allocca (Carmine, suo marito), Tom Felleghi (un amico di Livio), Franca Scagnetti (attrice dello spot). Produttore: Mario Cecchi Gori per Capital Film; durata: 107’.

 

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 30.8.1975, n. 6023 – Stabilimenti di produzione: De Paolis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2920 – Data inizio lavorazione: 14.7.1975 – Prima proiezione: 20.12.1975, al cinema Corso di Milano – Programmazione: 16 città capozona, 1167 giorni, £ 1.459.187.000 – Incasso: £ 3.573.911.556 (9°) – Titoli stranieri: Le canard à l’orange (Fra), t.ted. Ente auf orange (Rft), Duck in orange sauce (Gb). Premio David di Donatello a Monica Vitti e Ugo Tognazzi come migliori attori protagonisti (1975); Nastro d’argento a Monica Vitti come miglior attrice protagonista (1976). Le canzoni «Canard à l’orange», «Prima o poi», «Enfado», «You keep on turning me on» di Trovajoli-G.Calabrese sono cantate da Suan.

TRAMA: Dopo dieci anni di matrimonio, Livio e Lisa sono sull’orlo di una crisi. Lui, pubblicitario, la trascura, concedendosi anche qualche avventuretta, e lei si consola con un giovane francese, aitante e dolce, Jean-Claude, conosciuto durante una serata col marito. Lisa decide di lasciare Livio e di fuggire in Spagna con Jean-Claude, prima di sposarsi con lui. Livio apprende la notizia con molta calma e chiede a Lisa, prima di partire, di portare nella loro casa Jean-Claude e di passare insieme l’ultimo fine settimana, prima di lasciarsi con civiltà. L’intenzione del sardonico e sornione Livio è di riconquistare Lisa: grazie anche all’aiuto, involontario, della sua segretaria Patty, superando mille difficoltà, ci riuscirà.

BIBLIOGRAFIA: Paolo Fabbri, «Il Giornale», 21.12.1975; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 21.12.1975; Morando Morandini, «Il Giorno», 21.12.1975; Ugo Casiraghi, «L’Unità», Milano, 23.12.1975; Sandro Rezoagli, «Avvenire», 23.12.1975; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 24.12.1975; Mirella Acconciamessa, «L’Unità», Roma, 24.12.1975; Leo Pestelli, «La Stampa», 24.12.1975; Salvatore Piscicelli, «Avanti!», 24.12.1975; Marco Quargnolo, «Messaggero Veneto», 24.12.1975; Claudio G. Fava, «Corriere Mercantile», 27.12.1975; Piero Pruzzo, «Il Secolo XIX», 27.12.1975; Paolo Valmarana, «Il Popolo», 27.12.1975; Tullio Kezich, «Panorama», 27.1.1976; J. J. Arnault, «Saison ’77», R. Bassan, «Ecran», 62, nov. ’76; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

[…] Commedia è nata e commedia resta nella sua trasposizione cinematografica: con le evasioni e le digressione consentite dalla diversa dimensione, dalla diversa sceneggiatura che essa comporta […], con le trovate visive della regia […] e con l’innovazione degli interpreti […], che ora sono Tognazzi e la Vitti. […] L’anatra all’arancia è perciò una gustosa ricetta gastronomica che si adatta alla notorietà di gourmet di Ugo arricchita com’è dal sapido ripieno di una Monica ben fotografata come al solito: un bocconcino. La Bouchet ha la «sua» parte. Né si trascuri quella che la colonna sonora assegna alle brillanti musiche di Armando Trovajoli.

Paolo Fabbri, «Il Giornale», 21.12.1975

[…] Nonostante l’evidente derivazione teatrale, il gioco scenico trova […] nel dialogo brillante e nell’arguzia delle situazioni efficaci supporti. La freccia spedita a colpire l’ipocrisia e l’insicurezza della protagonista, moglie insoddisfatta e amante svenevole, procede a zig zag ma poi coglie nel segno e lascia graffi. Siamo più sul terreno, a lungo dissodato, della commedia italiana di costume, che nei paraggi del testo originale, dove il sarcasmo inglese s’intrecciava alla malizia parigina, e tuttavia, se ne accettiamo la misoginia feroce, si sorride dell’eleganza con cui Ugo semina di tranelli la via degli amanti […]. Il maggior punto di forza […] sta […] nell’interpretazione di Monica Vitti, tornata con superba naturalezza a percorrere la tastiera dell’ironico e del buffo […]

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 21.12.1975

La pièce dell’inglese William Douglas Home, rivista dal francese Gilbert Sauvajon e adattata per le platee italiane da Nino Mariani, ha avuto nelle sue ultime stagioni un grande successo per l’interpretazione di Alberto Lionello e Valeria Valeri. Un esemplare tanto sagace di teatro gastronomico non ha perciò faticato a trovare la via dello schermo, attraverso la mediazione di Bernardino Zapponi, che ha dato smalto cinematografico ai dialoghi, e di Luciano Salce, esperto cuciniere di intingoli filmici di successo. Ne è uscito un decoroso prodotto di cinema gastronomico, tagliato su misura per professionisti infallibili come la Vitti e Tognazzi e destinato alle generose platee natalizie che, secondo i nostro produttori, “devono” avere in questi giorni dal cinema evasioni e convenzionalità […].

Sandro Rezoagli, «Avvenire», 23.12.1975

 

L’omonima commedia […] era assai sciocchina ma ebbe molto successo sia nei paesi d’origine sia negli altri, compresa l’Italia […]. Lo stesso potrà con ogni probabilità dirsi dealla versione cinematografica curatane ora da Luciano Salce, versione che nulla toglie alla futilità originaria ma vi aggiunge il perso di una produzione assai ricca. […] Il gioco resta affidato allo scintillio dei dialoghi e alla scioltezza delle situazioni: scioltezza e scintillio che nel passaggio allo schermo […] hanno più da perdere che da guadagnare. Né stavolta siamo di fronte all’eccezione che conferma la regola, nonostante qualche modifica “ad hoc” apportata al congegno dela sceneggiatura. Gli interpreti comunque, fanno del loro meglio per dar corpo alle ombre dei caratteri rispettivamente loro affidati. […]

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 24.12.1975

 

[…] Film di dialoghi e di recitazione, ambientato in una splendida villa in riva al mare, con suppellettili e abiti anch’essi capricciosi. Film d’attori, senza che la regia di Salce, trasportata dal brio, cada, per questa volta, in errori di gusto. […]

Leo Pestelli, «La Stampa», 24.12.1975

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IL SECONDO TRAGICO FANTOZZI (1976)

 

Regia Luciano Salce; sogg.e scen. Paolo Villaggio, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi dai libri di Paolo Villaggio Fantozzi e Il secondo tragico libro di Fantozzi; coll.scen. Luciano Salce; dir.fot. Erico Menczer (Technicolor); mus. Fabio Frizzi, Franco Bixio, Vince Tempera; mo. Antonio Siciliano; ass.mo. Angela Bordi; a.mo. Olga Sarra, Luigi Gorini; scg. Carlo Tomassi; ass.scg. Nello Giorgetti; co. Orietta Nasalli Rocca; o.g. Aldo Ulisse Passalacqua; i.p. Attilio Viti; s.p. Pietro Sassaroli, Massimo Ferrero; amm. Pietro Speziali; s.ed. Marisa Agostini; a.re. Gianfranco Coduti; op. Roberto Brega; ass.op. Luigi Bernardini, Francesco Gagliardini, Paolo Filibotto; m.armi Nazareno Zamperla; tr. Gianfranco Mecacci; a.tr. Marcello Meniconi; parr. Mirella Ginnoto; fo. Massimo Jaboni; mic. Gianfranco De Matthaeis; mix. Gianni D’Amico; uff.st. Lucherini, Rossetti, Spinola, Giovannini. Interpreti: Paolo Villaggio (rag. Ugo Fantozzi), Liù Bosisio (signora Pina), Anna Mazzamauro (signora Silvani in Calboni), Gigi Reder (rag. Filini), Giuseppe Anatrelli (geom. Calboni), Plinio Fernando (Mariangela), Ugo Bologna (dirigente capovaro), Antonino Faà di Bruno (Mega Direttore Clamoroso Duca Conte Pier Carlo ing. Semenzara), Nietta Zocchi (contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare), Mauro Vestri (Guidobaldo Maria Riccardelli), Paolo Paoloni (megapresidente galattico), Piero Palermini (direttore hotel a Capri), Piero Zardini (Fonelli), Dino Emanuelli (un impiegato che brucia la pellicola), Amerigo Alberani (un impiegato), Giuseppe Torrenova (altro impiegato), Nello Pazzafini (operaio al circo), Tom Felleghy (guardiano al cineclub), Arnaldo Colombaioni (pagliaccio vestito di scuro), Willy Colombaioni (altro pagliaccio), Mario Bartolomei, Eolo Capritti, Vera Drudi, Giorgio Jovine, Bruno Bartocci, Rodolfo Lodi, Luigi Rossi. Produttore: Giovanni Bertolucci per Rizzoli Film; durata: 105’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 5.12.1975, n. 6093 – Stabilimenti di produzione: Safa-Palatino – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2987 – Data inizio lavorazione: 1.12.1975 – Prima proiezione: 15.4.1976, al cinema Vittoria di Torino – Programmazione: 16 città capozona, 876 giorni, £ 1.098.825.000 – Incasso: £ 3.258.269.936 (6°) – Titolo di lavorazione: Fantozzi parte seconda.

TRAMA: Continuano le catastrofiche avventure del rag. Ugo Fantozzi, matricola 7829/bis. Sorteggiato per accompagnare il megadirettore clamoroso Semenzara ad una puntata in casinò, è coinvolto dall’amico Filini in una battuta di caccia che si trasforma ben presto in una battaglia campale. Poi è invitato al varo della nuova turbonave della ditta ed alla relativa cena in casa della contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare; si ritrova ad essere sparato come novello uomo-proiettile in un circo, quindi deve subire le decennali angherie di un superiore con la mania del cineclub, cui si rivolta quando gli viene impedito di assistere alla partita di calcio tra Italia e Inghilterra. Infine, una scappatella sessuale con Filini e Calboni è l’occasione per una fuga d’amore a Capri con la sempre desiderata Silvani che si concluderà con un disperato tentativo di suicidio. Riaccolto in casa dalla Pina, è riassunto anche in ditta dal megapresidente galattico, ma dovrà ricominciare daccapo, come parafulmine.

BIBLIOGRAFIA: C. Novelli, «Rivista del cinematografo», 5, 1976; Piero Pruzzo, «Il Secolo XIX», 16.4.1976; Anonimo, «Corriere Mercantile», 16.4.1976; C. B., «Avanti!», 17.4.1976; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 17.4.1976; Paolo Fabbri, «Il Giornale», 17.4.1976; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 17.4.1976; Tullio Kezich, «La Repubblica», 17.4.1976; C. R., «Il Giorno», 17.4.1976; Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 17.4.1976; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 17.4.1976; Michele Prisco, «Il Mattino», 18.4.1976; Alberto Blandi, «La Stampa», 20.4.1976; Paolo Valmarana, «Il Popolo», 20.4.1976; Vice, «Il Domani», 22.4.1976; Morando Morandini, «Tempo», 9.5.1976; Enzo Natta, «Rivista del cinematografo», 7-8, lug.-ago. 1976; Walter Veltroni, Certi piccoli amori, Sperling & Kupfer, Milano 1994; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Guido Liguori, Antonio Smargiasse, Ciak si gioca!, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2000; Fabrizio Buratto, Fantozzi. Una maschera italiana, Lindau, Torino 2003; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005; Alberto Pallotta, Mostruosamente Fantozzi, Un mondo a parte, Roma 2006.

LE RECENSIONI

 

[…] Al secondo film non dovrebbe arridere meno successo del primo. Ed è logico: unico difetto di Salce, validissimo umorista dello schermo, è una pesantezza di linguaggio che a volte nuoce non solo allo stile ma anche al contenuto, trasformando la satira in crassa barzelletta; un surrealismo funambolico ma maliziosamente legato alla realtà del costume comune come è quello Villaggesco mette dunque il regista sul binario più adatto a raggiungere risultati di buon equilibrio spettacolare ed espressivo, costringendolo a toccare solo le corde migliori. Semmai, i difetti del film odierno sono di sceneggiatura. E questo è logico: avendo il primo spigolato da entrambi i libri, restavano a disposizione per il secondo, salvo aggiunte inedite, solo gli avanzi della precedente scelta, materiale frammentario cui era già in partenza difficile dare una costruzione omogeneamente arcuata. Per giunta, e chissà perché, dei vari blocchi che costituiscono la pellicola quelli più efficaci si sonor itrovati tutti all’inizio e quelli meno efficaci tutti alla fine. […] Ma pazienza. Ci siamo divertiti moltissimo prima, particolarmente in quegli episodi che prendono di mira certi tipici aspetti di vita italiana […]. In tutto ciò Villaggio interprete acrobaticamente sguazza: il bene la sua collaborazione fa a Salce è abbondantemente ripagato in tempi giusti e dosaggio di effetti comici.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 17.4.1976

 

[…] Ma ci sono anche gli intermezzi di dubbio, anzi pessimo, gusto, delle apparizioni dell’arcangelo Gabriele, con la dissacrante «immacolata concezione» di Villaggio-Vergine. Il cast è quasi anonimo, selezionato secondo la bruttezza e la banalità dei personaggi. E la regia? Dio mio, Salce, com’è caduto in basso.

Paolo Fabbri, «Il Giornale», 17.4.1976

[…] Superata la soglia del possibile, la satira del ragioniere calpestato […] resta al centro del gioco (e come tale consente una ghiotta carica di critica sociale), ma assorbita in un universo di totale non sense, librato negli spazi del comico più assurdo e nel vuoto di ogni organizzazione drammatica. È giusto che il Secondo Tragico Fantozzi, ripetendo la distruzione di un’identità personale, abbia un’architettura fatiscente […]. I temi di fondo del primo Fantozzi e dei suoi libri si ritrovano tutti insieme alle figure che fanno da spalla, ma il processo di astrazione, per cui i dati psicologici passano in seconda line, ha fatto un passo in avanti. Non può esserci struttura logica in un balletto di esilaranti corbellerie. Sul piano dello spettacolo questo è un progresso o un ripiegamento a seconda dei gusti (a noi il secondo piace più del primo): però apparenta Fantozzi alle strisce che producono ilarità immediata condensando disastri e pagliacciate nel più breve spazio possibile. Occorre dire che il film ha momenti di fiacca, ripetizioni e piccole freddure per riempire i vuoti d’invenzione? Se fosse altrimenti, regista e interprete sarebbero due poeti dello schermo e si sarebbero già liberati di tutte le loro scorie goliardiche. Ma le risate esplodono, come le prodezze di un clown invulnerabile, mentre l’ago del surreale cuce le allegre mattane, il sadismo del pubblico trova uno sfogo, e Villaggio, coi suoi sceneggiatori di fiducia Benvenuti e De Bernardi, il suo lunatico Salce e tutto i suoi servizievoli attori, augura Buona Pasqua alla spettabile clientela.

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 17.4.1976

Ripetere giova. […] A quelle medesime raccolte si ispira anche il film di oggi, realizzato, ovviamente, dalla stessa équipe. Con una costruzione narrativa più robusta, questa volta, e, soprattutto, con una scelta più decisa e meditata nei confronti del tipo di comicità che, escludendo quasi del tutto la farsa (soprattutto quella “all’italiana”), punta adesso apertamente al paradosso surreale, in linea con i giochi stralunati dei più recenti entertainers americani, da Woody Allen, a Mel Brooks, a Gene Wilder. [..]

Rinvigorisce i sapori di questo ritratto, e i suoi umori, una rappresenmtazione, appunto, che mirando con decisione maggiore alla comicità surreale, conduc ea più solidi approdi l’ispirazione grottesca e un po’ lunare del primo Fantozzi, spaziando liberamente attraverso il “non senso” e l’assurdo. In talune pagine, con un umor macabro tutto graffi allucinati (l’apertura della caccia), in altre, tenendosi in equilibrio tra l’atrocità e lo slapstick (le prodezze invernali a Capri), in altre ancora con scherzetti più scoperti e più facili (la parodia dei cineclub e della Corazzata Potemkin, la beffa, al Circo Americano, delle vecchie “comiche” mute). Ora con gusto sorvegliato, ora invece privilegiando la barzelletta a danno della satira (il varo a Genova, il pranzo dei ricconi, l’orgetta al night), sempre con un ritmo, però, che anche là dove denuncia inciampi, specie di tipo ripetitivo, e certe pause troppo a lungo tenute, ha in genere una sua indubbia, svagata abilità; cui lo spettatore può affidarsi esilarato, stupito e persino, qua e là, un po’ commosso. In un clima di commedia che, è giusto riconoscerlo, privo com’è di espedienti volgari e di mezzucci erotici da trivio, è, anche per questo, abbastanza insolito nel panorama squallido del cinema italiano d’evasione.

Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 17.4.1976

 

[…] È una figuretta da «cartoline del pubblico», dilatata a dimensioni epiche, e dunque sempre sul punto di scoppiare. Monotone e fracassone, incapaci di attingere la sfera del paradosso per mancanza di ritmo e di stile, queste sue nuove avventure piaceranno probabilmente alle platee, alleviate una volta di più della loro responsabilità intellettuale, come una specie di versione miniaturizzata del «genere» catastrofico.

Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 17.4.1976

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LA PRESIDENTESSA (1977)

 

Regia Luciano Salce; sogg. dalla commedia omonima di Pierre Veber e Maurice Hennequin; scen. Ottavio Jemma; dir.fot. Ennio Guarnieri; mus. Lelio Luttazzi; mo. Antonio Siciliano; ass.mo. Lina Caterini, Maria Luisa Lisci; scg. Dante Ferretti; co. Gianfranco Carretti, Paola Comencini; arr. Vincenzo Medusa; o.g. Luciano Luna; d.pr. Vincenzo Mazzucchi; i.p. Luciano Calzola; s.p. Stefano Fabi, Tommaso Pantano; amm. Mario Lupi; cass. Giulio Cestari; s.ed. Marisa Agostini; a.re. Renzo Spaziani; coreog. Renato Greco; op. Maurizio Scansani; ass.op. Renato Ranieri, Stefano Ricciotti; tr. Giuliano Laurenti, Alfredo Marazzi; a.tr. Feliziano Ciriaci; parr. Paolo Franceschi; a.parr. Maria Luisa Garbini; sarta Orsola Liberati; fo. Umberto Picistrelli; mic. Giovanni Fratarcangeli; mix. Romano Checcacci. Interpreti: Johnny Dorelli (Ottavio Beghin, il ministro), Mariangela Melato (Yvette Jolifleur), Gianrico Tedeschi (Agostino Trecanti, il giudice), Luciano Salce (Bortignon), Vittorio Caprioli (commissario capo Mazzone), Elsa Vazzoler (Egle Trecanti), Marco Tulli (Salvatore), Ugo Bologna (notaio Piovano), Laura Trotter (Dionisia Trecanti), Ria De Simone (Angelina), Giuliana Melis (Sofia, la cameriera), Fernando Cerulli (Buonassisi), Renzo Marignano (ufficiale scozzese), Lucio Montanaro (Ciccio), Tuccio Rigano (ballerino), Franca Scagnetti (sorella di Egle), Luciano Bonanni (il generale). Produzione: Mario Cecchi Gori per Capital Film; durata: 105′.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 24.11.1976, n. 6310 – Stabilimenti di produzione: De Paolis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2970 – Data inizio lavorazione: 20.9.1976 – Prima proiezione: 4.2.1977, al cinema Apollo di Milano – Programmazione: 16 città capozona, 485 giorni, £ 416.304.000 – Incasso: £ 1.407.418.394. I motivi musicali «Souvenir» (Luttazzi) e «La solita musica» (Luttazzi-Pilantra) sono eseguiti dall’autore con i 4+4 di Nora Orlandi.

TRAMA: La scalata sociale della ballerina Yvette Jolifleur, amante del banchiere veneto Bortignon che s’installa in casa del severissimo giudice Trecanti per evitare di essere espulsa dall’Italia. Yvette, però, capita in casa del giudice durante l’assenza della moglie di lui e proprio mentre arriva in visita il Ministro di Grazia e Giustizia Beghin, che la scambia per la moglie del giudice. In una notte di temporale, la facile Yvette si concede al ministro che comincia a promuovere il giudice ad incarichi sempre più importanti per tenersi vicino la “moglie”. Solo che anche la vera moglie di Trecanti, Egle, s’è messa in testa di ingraziarsi il ministro per far fare carriera a suo marito. Così, a Roma, in un Ministero di Grazia e Giustizia ridotto allo sfacelo, si ritrovano il ministro Beghin, suo nipote Ottavio, Yvette, il giudice Trecanti, sua moglie Egle, la gelosissima amante del ministro Angelina, la figlia del giudice Dionisia: tra vestiti che scompaiono, campanelli che suonano, donne in guepière e porte che si chiudono, Yvette riuscirà ad ottenere i favori anche del Presidente del Consiglio e ad esibirsi come ballerina alla Scala. Dove la sua esibizione disastrosa, grazie alla protezione dall’alto, si trasformerà in un trionfo.

BIBLIOGRAFIA: R. Barneschi, «Oggi», 20.12.1976; Paolo Fabbri, «Il Giornale», 5.2.1977; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 5.2.1977; Paolo Mereghetti, «Il Giorno», 6.2.1977; Alberto Farassino, «La Repubblica», 7.2.1977; Ugo Casiraghi, «L’Unità», Milano, 8.2.1977; Ugo Casiraghi, «L’Unità», Roma, 12.2.1977; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 13.2.1977; Aurora Santuari, «Paese Sera», 13.2.1977; Oreste Del Buono, «L’Europeo», 25.2.1977; Achille Valdata, «La Stampa», 3.3.1977; Vice, «Il Domani», 10.3.1977; Maurizio Cavagnaro, «Corriere Mercantile», 19.3.1977; Aldo Viganò, «Il Secolo XIX», 19.3.1977; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

[…] Condizionato […] dal gusto di un pubblico viziato dalla corrività dell’eloquio cinematografico, Salce è costretto a fare concessioni a lazzi corrivi e gergo talvolta pesante. Sono costretti a seguirlo tanto Mariangela Melato (tanto brava da non rinunciare agli effetti più facili) quanto Dorelli, troppo maturo ormai per fare il ministro da operetta. Più a posto di tutti, con un fondo di ridicola ma dolorosa rassegnazione, Gianrico Tedeschi.

Paolo Fabbri, «Il Giornale», 5.2.1977

[…] Diretto (e in una particina interpretato) dall’inesauribile Luciano Salce, il filmino è un innocuo digestivo, prevedibilmente qualunquistico nella satira di una classe politica di erotomani e qua e là punteggiato di doppi sensi, ma vivacemente intenzionato a sposare la vecchia pochade alla critica di costume. Se si ha voglia soltanto di far quattro risate, l’intrigo salace mette di buon umore, qualche volta il comico scoppietta, e le unghiate arrivano a segno. Siamo nel surreale, nel cinema al pepe che dietro il paravento degli anni Cinquanta scotta ancor oggi. E siamo alle prese con attori ormai bravi professionisti del brillante: una effervescente, aguzza, spiritosa Mariangela Melato, un disinvolto Johnny Dorelli […], un Gianrico Tedeschi argutamente pittoresco. […]

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 5.2.1977

 

[…] Non si può dire che Salce abbia voluto o saputo sfondare i limiti da palcoscenico propri del soggetto da cui è partito. Tutto resta affidato al collaudato repertorio degli scambi di persona, di vestito, di porta, alla luce che va via improvvisamente e ai personaggi che altrettanto improvvisamente arrivano nelle situazioni più imbarazzanti, con tutt’al più, l’aggiunta di qualche doppio senso da caserma e spunti satirici nei confronti della classe politica che è perfin troppo generoso definire qualunquistici. […]

Alberto Farassino, «La Repubblica», 7.2.1977

Della nota pochade francese già molto felicemente portata sullo schermo venticinque anni fa da Pietro Germi […], ecco una nuova versione, a firma di Luciano Salce, che potrebbe anche dirsi un pacifico remake se la nuova sceneggiatura di Ottavio Jemma non si fosse preoccupata di trasferire l’azione dalla Francia all’Italia, semiaggiornandola, contemporaneamente, agli Anni Cinquanta, in modo da conferirle, tra Vicenza e Roma, un qualche credibile, ancorché non approfondito, spunto satirico di costume. […] In complesso, nulla di trascendentale. La basica inutilità del film essendo peraltro compensata da una sua disinvolta piacevolezza. Mariangela Melato, nel ripetere il proprio repertorio di atteggiamenti comici, vi aggiunge tuttavia insospettate snodatezze tersicoree, con effetti di meccanica surreale. Elsa Vazzoler, nei panni della sua alter-ego, è deliziosa. Johnny Dorelli passa con disinvoltura da zio ministro a nipote segretario. Gianrico Tedeschi completa onorevolmente il quartetto. Tra gli altri dovendosi ricordare almeno Vittorio Caprioli, Laura Trotter e lo stesso Salce. Le scenografie di Dante Ferretti servono volenterosamente l’intenzione registica di passare dallo sfarzo provinciale del primo tempo alla fatiscenza ufficiale del secondo (anche se parlare di kitsch prima e di Piranesi poi ci parrebbe esagerato).

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 13.2.1977

IL…BELPAESE (1977)

 

Regia Luciano Salce; sogg.e scen. Castellano e Pipolo; coll.scen. Luciano Salce, Paolo Villaggio; dir.fot. Ennio Guarnieri (Eastmancolor); mus. Gianni Boncompagni, Giorgio Farina, Paolo Olmi; mo. Antonio Siciliano; ass.mo. Pasqua Di Benedetto; a.mo. Maria Luisa Lisci; scg. Ezio Altieri; ass.scg. Mauro Passi, Oscar Tieppo; co. Orietta Nasalli Rocca; o.g. Raimondo Castelli; d.pr. Eros Lanfranconi; i.p. Egidio Valentini, Lamberto Palmieri; s.p. Paola Surdi; amm. Angelo Saragò; s.ed. Anna Maria Montanari; a.re. Renzo Spaziani; op. Renato Ranieri; ass.op. Antonio Scaramuzza; tr. Gianfranco Mecacci; parr. Ennio Cascioli; sarta Stella Battista; fo. Mario Dallimonti; mic. Corrado Volpicelli; mix. Renato Cadueri; c.s.m. Ennio Picconi; c.s.e. Amilcare Cuccoli; ediz. Claudio Razzi; f.sc. Enzo Falessi. Interpreti: Paolo Villaggio (Guido Belardinelli), Silvia Dionisio (Mia), Anna Mazzamauro (sig.ra Gruber), Gigi Reder (Alfredo), Pino Caruso (Ovidio Camorella), Massimo Boldi (Carletto), Giuliana Calandra (Elena), Raffaele Curi (Spadozza), Ugo Bologna (direttore banca), Leo Gavero (gioielliere), Carla Mancini (Lisetta), Tom Felleghy (Andrea, sequestrato), Bruno Modugno (se stesso), Emilio Lo Curcio (Cacciapuoti), Giacomo Assandri (capo dell’esproprio proletario), Franco Bucceri, Saviana Scalfi, Silvano Bernabei (il rivenditore d’auto), Ennio Antonelli (scagnozzo di Spadozza), Enrico Marciani (il provocatore), Pietro Zardini (il cassiere). Produzione: Fulvio Lucisano per Italian International Film; durata: 113’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 27.9.1977, n. 6444 – Stabilimenti di produzione: – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 3020 – Data inizio lavorazione: 22.8.1977 – Prima proiezione: 17.12.1977, al cinema Ariston di Roma – Programmazione: 16 città capozona, 838 giorni, 500.607 spettatori, £ 1.104.000.000 – Incasso: £ 2.753.193.161 (10°).

TRAMA: Tornato a Milano dopo aver lavorato per sei anni su una piattaforma petrolifera nel Golfo Persico, Guido Belardinelli sogna di aprire con i suoi risparmi un’orologeria al centro di Milano. Solo che, durante la sua assenza, la società è cambiata. In peggio. La città è travolta dagli scontri tra fazioni di opposti estremismi politici, imperano rapine, violenze, omicidi, sequestri: la popolazione è sotto assedio e le strade di notte sono vuote come in un coprifuoco. Ospitato dalla famiglia della sorella, Guido fatica a rendersi conto della realtà, disorientato da un vicino di casa che predica bene e razzola malissimo e da una ragazza, Mia, contestatrice che cambia bandiera politica come i costumi che indossa e che insegue l’uomo fino a farsi mettere incinta. Strozzato da usurai scoperti o in incognito (come la sua rifornitrice, l’impellicciata sig.ra Gruber), all’ennesima esplosione del suo negozio, Guido sarebbe tentato di gettare la spugna e tornare in Golfo Persico. Ma un appello in radio di Mia e la consapevolezza di essere diventato padre, convincono Guido a reagire: e con lui il resto della città, esortata ad uscire dal suo guscio e riportare in auge la parte migliore di se stessa.

BIBLIOGRAFIA: Mirella Acconciamessa, «L’Unità», Roma, 18.12.1977; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 18.12.1977; Cl. S., «Avanti!», 20.12.1977; Anonimo, «La Stampa», 24.12.1977; Dario Zanelli, «Il Resto del Carlino», 24.12.1977; Giovanna Grassi, «Corriere della Sera», 11.2.1978; Alfio Cantelli, «Il Giornale», 12.2.1978; Roberto Chiti, «Rivista del cinematografo», 10, ott. 1978; Lorenzo Codelli, «Positif», 208/9, ago. 1978; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

 

LE RECENSIONI

 

Luciano Salce vorrebbe sparare forte, ma fa semplicemente plut. La bomba – e di bombe, soprattutto incendiarie, nel film ce ne sono parecchie – gli scoppia tra le mani senza produrre troppi danni. Non è che vorremmo vedere Salce morto, ma non ci dispiacerebbe che se ne stesse un po’ fermo, a meditare anche, se vuole, sul Belpaese; che sarebbe, poi, il nostro, visto dal regista, in questa pellicola, in una dimensione apocalittica. […]

Mirella Acconciamessa, «L’Unità», Roma, 18.12.1977

È evidente che il film si vuol collocare sulla scia dei due felici «Fantozzi». Anche qui infatti fa da protagonista a Salce Paolo Villaggio. Il quale però non è più, come lì, autore. E ciò si sente: tra lui e il regista c’è il diaframma di un copione essenzialmente di Castellano e Pipolo, cui manca in buona parte la graffiante, funambolica arguzia che contrassegnava i precedenti frutti della riuscita collaborazione. Le sciagure dell’ex Belpaese sono meticolosamente elencate più che interpretate con ironica audacia satirica: conseguendone un certo spirito qualunquistico che, avvertibile sin dall’inizio, trova poi conferma nel facile embrassons-nous del finale. Comunque, le trovate non mancano, foriere di sicure risate. Salce coordina le sequenze cercando e spesso trovando coreografica scioltezza di stile. Villaggio ha sempre a disposizione il suo ben collaudato repertorio mimico. Silvia Dionisio, la moderna suffragetta, è graziosa, ed Anna Mazzamauro, promossa da impiegatuccia a facoltosa industriale, divertente. […] Ben sfruttate invece la scenografia di Ezio Altieri e la fotografia di Ennio Guarnieri, che giustamente si collocano un pizzico al di sopra della realtà.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 18.12.1977

[…] Il Belpaese scritto da Castellano e Pipolo assorbe tutto, strumentalizza tutto con un grottesco livore e con una speculativa malafede. Tutto fa brodo: inquietudini giovanili, sequestri, tasse sugli stipendi della clase media, incertezze nevrotiche. […] Il film di Luciano Salce conferma, purtroppo, che anche gli «eroi nuovi della risata», quelli che pareva dovessere insegnare al pubblico italiano a saper sorridere, hanno abbassato le armi. Paolo Villaggio, nei grigi panni di questo proprietario ad ogni costo di un negozio di orologi, si ripete stancamente e finisce con il non essere più né un interprete comico né un clown.

Giovanna Grassi, «Corriere della Sera», 11.2.1978

 

Il Belpaese non è un film che resti nella memoria, anche se strappa qualche risata. È stato però subito preso da’assalto da una parte della stampa che l’ha gratificato dell’epiteto di «qualunquista». In effetti il film ha il torto – agli occhi di tali recensori interessati – di non denunciare che tutto quello che accade è colpa ovviamente della Dc (cosa che egregiamente ha fatto invece Roberto Faenza in Forza Italia), e anche quello di allineare fra le cause di disordini, manifestazioni a base di molotov e altri balocchi. Insomma è proprio difficile fare della satira sul Belpaese. Paolo Villaggio, costretto dal ruolo di Belardinelli a cadere sempre dalle nuvole, se la sbriga senza credere molto nel personaggio e senz aggiungere molto di nuovo alla sua gamma di interprete.

Alfio Cantelli, «Il Giornale», 12.2.1978

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PROFESSOR KRANZ TEDESCO DI GERMANIA (1978)

 

Regia Luciano Salce; sogg. ispirato al personaggio omonimo creato da Paolo Villaggio; scen. Ugo Liberatore, Fabrizio Zampa, Augusto Caminito, Giuseppe Catalano; revis. e coll.scen. Paolo Villaggio, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Costa Serran; dir.fot. Danilo Desideri (Vistavision); mus. Piero Piccioni; mo. Antonio Siciliano; ass.mo. Pasqua Di Benedetto; a.mo. Patrizia Lisci; art.dir. Laonte Clawa; scg. Fernando Cardejas; co. Marcelo De Barros, Vera Rita de Reja; o.g. Stefano Rolla; d.pr. Elio Di Pietro, Nelson Do Carmo, Fideias Barbosa; amm. Claudio Saraceni; cass. Leonardo Curreri; s.ed. Serena Canevari, Eugenia De Oliveira; a.re. Carlos De Couto, Stefano Rolla; op. Roberto Brega; ass.op. Domenico Ciampanelli, Renato Padovani; tr. Jacque Jorge Monteiro, Pierantonio Mecacci; parr. Mirella Ginnoto; fo. Massimo Jaboni; mix. Renato Cadueri; c.s.e. Otello Diodato; uff.st. Enrico Lucherini. Interpreti: Paolo Vilaggio (prof. Franz Kranz), Josè Wilker (Leleco), Vitoria Chamas (Dosdores), Maria Rosa (Raimunda), Adolfo Celi (Carcamano), Walter D’Avila (Fittipaldi), Berta Loran (Frau Todt), Gina Teixeira (l’amante di Leleco), Geneson Alexandre De Souza, Joaquim Soares, Fernando Josè. Produzione: Fausto e Cristiano Saraceni per Effe Esse (Roma), Brasfilm (Sao Paulo); durata: 113’.

 

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 20.2.1978, n. 6489 – Stabilimenti di produzione: – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 3270 – Data inizio lavorazione: 15.4.1978 – Prima proiezione: 21.11.1978, al cinema Ariston di Sassari – Programmazione: 15 città capozona, 223 giorni, 69.738 spettatori, £ 141.284.000 – Incasso: £ 685.295.748 – Titoli stranieri: O golpe mais loco do mundo – Titolo di lavorazione: Petrodollari. La canzone «Golpe Herrado» è composta ed eseguita da Vinicius de Moraes e Toquinho.

TRAMA: A Rio de Janeiro una banda di poveracci organizza il rapimento di uno sceicco arabo per chiedere all’ambasciata del Qatar un riscatto di dieci milioni di dollari. Sono la prostituta Raimunda, che dell’arabo è l’amante e che ha soffiato l’affare al suo protettore Carcamano, spedendolo in carcere; Dosdores, sorella di Raimunda, che vive in una favela e lavora giorno e notte per tirare a campare; suo marito Leleco, che passa il tempo dormendo ed andando a puttane; il tassista Fittipaldi, che soffre di disturbi della personalità ed ha improvvisi vuoti di memoria. Mente della scalcinatissima banda è il prof. Franz Kranz, psicanalista tedesco residente a Rio, così tremebondo e dissociato da essere considerato la vergogna della comunità tedesca in Brasile. Accompagnati dal piccolo Pelesinho, figlio della governante del professore e mente più lucida del gruppo, i cinque riescono a rapire lo sceicco, dopo mille errori, inseguimenti, travestimenti e scambi di persona. Al momento di chiedere il riscatto, il rapitori vengono a sapere che l’arabo non è affatto uno sceicco, ma soltanto il suo autista. Consegnano così il rapito al Carcamano, convinto di aver fatto un affare, e ritornano alla squallida vita di prima.

 

BIBLIOGRAFIA: Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 8.12.1978; David Grieco, «L’Unità», Roma, 8.12.1978; Stefano Reggiani, «La Stampa», 8.12.1978; Anonimo, «Il Giornale», 9.12.1978; Renzo Fegatelli, «La Repubblica», 9.12.1978; Tullio Kezich, «Panorama», 1979; Anonimo, «Almanacco Cinema», 2, Il Formichiere, 1979; Anonimo, Il Patalogo Due. Vol. 2, Ubulibri, Milano 1980; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

Luciano Salce

Non sono soddisfatto perché non ho avuto successo né di pubblico né di critica (ma a questo ho fatto il callo). Non mi sentirei di gettare la colpa dell’insuccesso unicamente sulle spalle della produzione.

Anonimo, «Almanacco Cinema», 2, Il Formichiere, 1979

LE RECENSIONI

[…] Se l’operazione «retrospettiva» del comico genovese è meno desolante di quella collega milanese [Pozzetto in Saxofone, ndr], lo si deve alla presenza, sia pure distratta, di un regista, che poi è il medesimo Luciano Salce che aveva diretto l’attore nei due fortunati Fantozzi, ma che qui, con una trama stiracchiata da tutte le parti, si è limitato (come l’attore Adolfo Celi) a una semplice rimpatriata in quel Brasile che vide, negli anni Cinquanta, le sue prime esperienze di regia. […]

Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 8.12.1978

 

[…] Kranz è caduto nelle mani di un Salce distratto e neghittoso, che volendo fare la parodia di una commedia degli Anni Cinquanta, ne ha fatto solo una copia imbarazzante da Terzo Mondo. C’è perfino la voce del narratore, ci sono gli scorci turistici. […]

Stefano Reggiani, «La Stampa», 8.12.1978

 

[…] Il trapianto del sequestro all’italiana in Brasile non è riuscito. Neppure la collaudata comicità nata dalla collaborazione Salce-Villaggio ha viaggiato bene. Dei toni surrealisti che costituivano i pregi del secondo Fantozzi c’è qui un timido riflesso (un urlo ritardato, messo in bottiglia e fatto eslpodere in soffitta); gli agganci ironici e paradossali alla situazione socio-politica italiana di Il belpaese non trovano qui riscontro nella realtà brasiliana. […]

Renzo Fegatelli, «La Repubblica», 9.12.1978

[…] Poiché la chiave dell’umorismo kranziano sta nel linguaggio, lo storpiatissimo italiano dei tedeschi, che cosa hanno pensato gli 8 autori 8 (tanti ne abbiamo contati sui titoli, tra sceneggiatori e revisori)? Hanno deciso di collocare il falso germanico in una vera Rio de Janeiro, illustrata con i soliti esterni pittoreschi e l’immancabile canzone di Vinicius e Toquinho. Secondo i calcoli di un Luciano Salce divenuto per empatia maldestro come Kranz, si dovrebbe ridere di un tedesco che parla male l’italiano in mezzo a brasiliano che lo parlano con l’accento perfetto dei doppiatori. Dopo una partenza così poco promettente, il film va avanti a spinte, commemorando I soliti ignoti. […] Peccato vedere la coppia Salce-Villaggio disamministrare il credito ottenuto con i due gustosi film su Fantozzi.

Tullio Kezich, «Panorama», dic. 1978

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DOVE VAI IN VACANZA? (ep. Sì Buana, 1978)

 

Regia Luciano Salce; sogg. Furio Scarpelli, liberamente tratto dal racconto La breve vita felice di Francis Macomber di Ernest Hemingway; scen. Furio Scarpelli, Alessandro Continenza; dir.fot. Danilo Desideri (Eastmancolor); mus. Franco Bixio, Fabio Frizzi, Vince Tempera; mo. Antonio Siciliano; scg. Francesco Chianese; co. Bona Nasalli Rocca; d.pr. Romano Dandi; s.p. Gino Usai; s.ed. Serena Canevari; a.re. Giuseppe Pollini; op. Roberto Brega; a.op. Domenico Ciampanella; tr. Gianfranco Mecacci; parr. Mirella Ginnoto; sarta Stella Battista; fo. Massimo Loffredi; mic. Giovanni Fratarcangeli; f.sc. Franco Bellomo. Interpreti: Paolo Villaggio (Arturo), Anna Maria Rizzoli (Margherita), Daniele Vargas (Ciccio Colombi), Gigi Reder (Paolo Panunti), Paolo Paoloni (Lloyd), Peter Adabire (Kangoni), Rita Silva (la turista che fa lo spogliarello), Clarita Gatto (altra turista), Paola Arduini. Produttore: Rizzoli Film; durata: 54’ ca (durata totale: 162’).

NOTE: Iscritto al P.R.C. l’11.10.1978, n. 6577 – Stabilimenti di produzione: – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 4356 – Data inizio lavorazione: 18.9.1978 – Prima proiezione: 21.12.1978, al cinema Reposi di Torino – Programmazione: 16 città capozona, 1015 giorni, 601.920 spettatori, £ 1.216.024.000 – Incasso: £ 3.486.586.320 (7°) – Titoli stranieri: Where Are You Going on Holiday? (Usa). Gli altri episodi sono Sarò tutta per te (Mauro Bolognini), Le vacanze intelligenti (Alberto Sordi). La canzone «Sì buana» è di D. Meakin-Frizzi-Bixio-Tempera.

TRAMA: Ingaggiato come guida turistica dall’organizzatore della Panontour e spacciato come l’inglese Wilson, l’italiano Artur, imbalsamatore fallito, è a capo di un safari africano per turisti italiani ricchi e cafoni. Tra i partecipanti c’è un industriale bresciano di mezz’età, Ciccio Colombi, che, per far colpo sulla giovane amante Margherita, chiede ad Arturo di fargli uccidere un leone. Anche Margherita chiede ad Arturo un favore: che, durante la caccia al leone, un colpo vagante colpisca fatalmente Colombi, in modo da farle incassare la ricca assicurazione. Arturo rifiuta, ma durante il safari Colombi resta realmente ucciso. Ormai caduto in disgrazia e rimasto in Africa, Arturo racconta tutta la storia ad un paziente commensale che non è quello che sembra…

 

BIBLIOGRAFIA: Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 22.12.1978; Alfio Cantelli, «Il Giornale», 22.12.1978; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 22.12.1978; David Grieco, «L’Unità», Roma, 22.12.1978; Tullio Kezich, «La Repubblica», 22.12.1978; Antonio Mazza, «Il Tempo», 22.12.1978; Morando Morandini, «Il Giorno», 22.12.1978; Stefano Reggiani, «La Stampa», 22.12.1978; David Grieco, «L’Unità», Roma, 23.12.1978; Aldo Viganò, «Il Secolo XIX», 24.12.1978; Tullio Kezich, «Panorama», 26.12.1978; Claudio G. Fava, «Corriere Mercantile», 27.12.1978; E. V., «Avanti!», 29.12.1978; Carlo Tagliabue, «Rivista del cinematografo», 1, gen. 1979; Jean Gili, «Ecran», 85, nov. 1979; Anonimo, «Almanacco Cinema», 2, Il Formichiere, 1979; Anonimo, Il Patalogo Due. Vol. 2, Ubulibri, Milano 1980; G. Gauthier, «Saison ’80»; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] L’episodio è un po’ prolisso e non privo di qualche grossolanità. Ma Paolo Villaggio vi si butta dentro a capofitto, in modo assai divertente. E gli fa da spalla un nerissimo… romano de Roma, le cui nostalgie sono decisamente gustose.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 22.12.1978

[…] Tentando la parodia dei racconti di Hemingway, e puntando soprattutto sulla farsa, il regista Luciano Salce e Villaggio, qua e là ancora impagabile, procurano buone risate di cui fanno equamente le spese i capponi lombardi e i vendifrottole romaneschi.

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 22.12.1978

RIAVANTI…MARSCH! (1979)

Regia Luciano Salce; sogg. Teodoro Agrimi, Augusto Caminito; scen. Augusto Caminito, Luciano Salce; dir.fot. Sergio Rubini (Technicolor); mus. Piero Piccioni; mo. Antonio Siciliano; ass.mo. Andrea Caterini; scg. Carlo Leva; co. Giulietta De Riu; o.g. Teodoro Agrimi; i.p. Mario Olivieri; s.p. Giuseppe Cicconi; amm. Enrico Savelloni; s.ed. Marisa Agostini; a.re. Roberto Palmerini; op. Michele Pensato; tr. Stefania Trani; parr. Jolanda Conti; sarta Irene Parlagreco; fo. Antonio Pantano; ediz. Carlo Razzi; c.s.m. Giuseppe Raimondi; c.s.e. Furio Rocchi. Interpreti: Alberto Lionello (Giovanni Crippa), Aldo Maccione (Otello Cesarini), Carlo Giuffrè (barone Francesco Paternò), Stefano Satta Flores (Alessio Rossetti), Renzo Montagnani (ten. Pietro Bianchi), Sandra Milo (Zaira Bergamelli), Olga Karlatos (Elena), Anna Maria Rizzoli (Immacolata Paternò), Adriana Russo (Valeria Sabbioni), Silvia Dionisio (Marina), Paola Quattrini (Sofia Bianchi), Venantino Venantini (ser. Sconocchia), Gigi Reder (col. Luigi Placidi), Elisa Mainardi (la “matrjoska”), Nello Pazzafini (Bolchi), Roger Browne (gen. Thompson), Renato Cecilia (ufficiale giudiziario), Carmen Russo (Peppina, la prostituta), Alfredo Zamarion (medico militare), Rolando Fucili, Alberto Pudia, Renzo Rinaldi, Rita Forzano, Stefano Galantucci, Maria Tedeschi (zia Agata), Ennio Antonelli (un soldato). Produttore: P.A.C. (Produazioni Atlas Consorziate); durata: 118’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 9.11.1979, n. 6741 – Stabilimenti di produzione: I.N.C.I.R-De Paolis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 3235 – Data inizio lavorazione: 17.8.1979 – Prima proiezione: 28.11.1979, al cinema Max di Pontinia (LT) – Programmazione: 15 città capozona, 214 giorni, 77.899 spettatori, £ 177.757.000 – Incasso: £ 250.000.000 – Titolo di lavorazione: Avanti, march.

TRAMA: Cinque ex commilitoni verngono richiamati alle armi a quarant’anni per un corso di aggiornamento tecnico. Sono il barone Francesco Paternò, che ha lasciato in Sicilia una moglie giovane e bellissima; l’industriale milanese Giovanni Crippa, “il re della trippa”; il venditore ambulante Otello Cesaretti, che vive su un camper vicino al G.R.A. di Roma; il comunista Alessio Rossetti, assistente precario all’Università di Catanzaro; l’impiegato Stefano Bianchi che, essendo tenente, è l’unico ufficiale dei cinque. Nei quaranta giorni di ferma a Bracciano, vessati da un colonnello frustrato dai pessimi rapporti con gli ufficiali americani, i cinque vivranno delle avventure che li cambieranno: l’industriale Crippa ritrova una vecchia fiamma, la Zaira, un’ex prostituta che ha una stazione di servizio e lo scambia per un pezzente; Otello si innamora della bellissima infermiera di un dentista; il tenente Bianchi ritrova, nella bellissima Marina, una figlia che non aveva mai saputo di avere avuto; il logorroico Alessio, insperatamente, trova anche lui l’amore di una camerierina.

 

BIBLIOGRAFIA: Franco La Polla, «Il Resto del Carlino», dic. 1979; Massimo Pepoli, «Il Messaggero», 3.12.1979; Renzo Fegatelli, «La Repubblica», 6.12.1979; Piero Perona, «La Stampa», 21.12.1979; Anonimo, «Il Giornale», 2.1.1980; Anonimo, Il Patalogo Tre. Cinema+Televisione, Ubulibri, Milano 1981; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

[…] Luciano Salce ha diretto con buon mestiere una storiella semplice e, fortunatamente, priva di volgarità, che riesce a strappare qualche risata, pur non brillando per originalità.

In ogni modo gran parte della riuscita comica di gags e situazioni un po’ consunte si deve al professionismo, a prova di bomba, dell’ottimo cast di attori […]. Sandra milo […] qui offre la migliore prova della sua maturità, regalandoci un’interpretazione tenera e commossa, vivace e razionale […].

Massimo Pepoli, «Il Messaggero», 3.12.1979

 

[…] Luciano Salce, qui solo regista gioca su gag vecchie e nuove, non trascurando un intermezzo sentimentale. Personaggi solo abbozzati, calati in situazioni spesso di maniera, i richiamati di Riavanti marsch! costituiscono una sgangherata armata Brancaleone. Tra tanti caratteri improbabili, risaltano comunque quelli di Lionello e della Milo e il simpatico ritratto del popolano Aldo Maccione.

Renzo Fegatelli, «La Repubblica», 6.12.1979

 

[…] Luciano Salce è dai tempi de Il federale che promette un film alla stregua della sua intelligenza di autore, e continueremo ad aspettare.

Anonimo, «Il Giornale», 2.1.1980

RAG. ARTURO DE FANTI BANCARIO PRECARIO (1980)

 

Regia Luciano Salce; sogg. Luciano Salce; scen. Ottavio Alessi, Augusto Caminito, Luciano Salce; dir.fot. Sergio Rubini (Technicolor); mus. Piero Piccioni; mo. Antonio Siciliano; ass.mo. Roberto Sterbini, Ugo Morelli; scg. Elio Micheli; ass.arr. Nello Giorgetti; co. Giulietta De Riu; o.g. e d.pr. Teodoro Agrimi; i.p. Mario Olivieri; s.p. Giuseppe Cicconi; amm. Enrico Savelloni; s.ed. Flavia Sante Vanin; a.re. Roberto Palmerini; op. Michele Pensato; ass.op. Maria Grazia Nardi, Eva Piccoli; tr. Gianfranco Mecacci; parr. Jolanda Conti; sarta Irene Parlagreco, Stella Battista; fo. Goffredo Salvatori; mic. Antonino Pantano; c.s.m. Giuseppe Raimondi; c.s.e. Agostino Gorga; ediz. Claudio Razzi; f.sc. Antonio Casolini. Interpreti: Paolo Villaggio (rag. Arturo De Fanti), Catherine Spaak (Elena), Anna Maria Rizzoli (Vanna), Gigi Reder (Guglielmo, detto “Willy”), Anna Mazzamauro (principessa Selvaggia degli Antigori), Enrica Bonaccorti (Smeralda), Carlo Giuffrè (Libero Catena), Ugo Bologna (dott. Morpurgo), Vincenzo Crocitti (Ciuffini, cassiere), Paolo Paoloni (conte Ernesto di Sacrofano), Angelo Pellegrino (padre Nicodemo). Produzione: P.A.C.; durata: 93’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 10.12.1979, n. 6749 – Stabilimenti di produzione: I.N.C.I.R.-De Paolis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2545 – Data inizio lavorazione: 16.11.1979 – Prima proiezione: 14.3.1980, al cinema Rivoli di Genova – Programmazione: 14 città capozona, 221 giorni, 64.263 spettatori, £ 180.000.000 – Titolo di lavorazione: Tutti insieme.

TRAMA: Per sopperire ad una grave crisi economica, che gli impedisce addirittura di utilizzare o di liquidare la cameriera Esmeralda, ferma in casa come una padrona, il rag. Arturo De Fanti decide di portarsi in casa la sua amante Vanna, come ragazza alla pari: con due stipendi, si vive meglio… Dopo aver vinto le (flebili) resistenze di sua moglie Elena, De Fanti inizia un ménage a trois che non porta grossi benefici: i debiti aumentano e la notte c’è parecchia confusione sessuale… Che aumenta quando il ragioniere scopre che anche Elena ha un amante, il rude Willy, proprietario di una palestra: anche Willy viene reclutato nella comune sessual-economica, tra gli strali sbigottiti di Esmeralda, testimone di un caso senza precedenti. Solo che, a sua volta, Willy ha una moglie nobile e squattrinata, che lo insegue e si porta dietro il suo rispettivo amante, il conte Ernesto di Sacrofano, che tenta ripetutamente di uccidere Willy. E, a sua volta, anche Vanna ha un amante, l’evaso Libero Catena, che si installa in casa, servizievole e nient’affatto pericoloso. Per uscire da questa situazione caotica, ad Elena non rimane altro che chiedere aiuto al dott. Morpurgo, datore di lavoro di Arturo…

 

BIBLIOGRAFIA: Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 15.3.1980; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 16.3.1980; Tullio Kezich, «La Repubblica», 20.3.1980; M. J., «Il Giornale», 5.4.1980; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 6.4.1980; Antonio Mazza, «Rivista del cinematografo», 6, giu. 1980; Anonimo, Il Patalogo Tre. Cinema+Televisione, Ubulibri, Milano 1981; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

Pochade moderna? No, farsa stantia. Una decina di personaggi si muovono fatuamente, quando non volgarmente, sullo schermo, secondo i dettami di un copione che li accatasta l’uno all’altro e l’uno sull’altro in una sorta di ronde i cui estremi non arrivano a congiungersi. […] In realtà i glutei che qui si mostrano solo quelli, assolutamente non memorabili di Paolo Villaggio e Gigi Reder, a compensare i quali non basta qualche generosità da parte di Anna Maria Rizzoli e Enrica Bonaccorti.

Tra gli altri, Anna Mazzamauro e Carlo Giuffrè, nonché, imprevedibilmente, Catherine Spaak, smarrita tra la pochezza delle trovate e la monotonia degli schemi. Tutto sommato, duole dover dire che questo Rag. Arturo De Fanti bancario precario è una delle cose più insipide ed inutili che si siano viste sui nostri schermi negli ultimi tempi: la collaborazione tra Paolo Villaggio e Luciano Salce aveva dato ben altri frutti nei due gustosissimi film della serie Fantozzi, e non solo perché in tali film, contrariamente all’odierno, Villaggio figurava anche come autore.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 15.3.1980

[…] È un tentativo di riportare la «comic strip» surrealista nell’ambito della vecchia pochade, in armonia con il gusto retrò del pubblico che applaude Amori miei e Mani di velluto. Ficcato tra le stanghe, a trascinare la carretta di una commedia di situazioni, Villaggio si ribella e tira calci: e sono gli unici momenti in cui il film strappa qualche sorriso. […] Se non fosse per una compiaciuta permissività, il film potrebbe essere una versione filmata della rubrica retrospettiva “Come ridevano”. Lo sforzo di Villaggio per aggiornarsi non deve essere stato titanico, se De Fanti, come Fantozzi, continua a tremare e a prosternarsi davanti al direttore di un film dove la serva è ormai padrona.

Tullio Kezich, «La Repubblica», 20.3.1980

[…] Il titolo è stupidotto, ma la farsa non perde colpi. In attesa che qualcuno (giorno verrà) puntualizzi il contributo da lui dato alla commedia all’italiana, Luciano Salce strizza l’occhio alla pochade, si innesta il suo gusto per la satira di costume, e guida il paradosso da lui scritto con Ottavio Alessi e Augusto Caminito verso il traguardo della risata. Ne è pilastro un Paolo Villaggio più sobrio del solito, molto gustoso nella macchietta e nell’assurdo, ma tutti gli interpreti stanno al gioco con allegria. E accanto a una bentornata Catherine Spaak si apprezza il musetto di Enrica Bonaccorti. Qualche nudo ridicolo, qualche curva per il buon peso e un prete che dà l’estrema unzione per telefono.

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 6.4.1980

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VIENI AVANTI CRETINO (1982)

 

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Franco Bucceri, Roberto Leoni; coll.scen. Lino Banfi; dir.fot. Erico Menczer (Telecolor); mus. Fabio Frizzi; mus.spa. Paolo Gatti; mo. Antonio Siciliano; ass.mo. Giancarlo Morelli; a.mo. Andrea Caterini; scg. Giorgio Postiglione; ass.arr. Carlo Postiglione, Rosanna Zagaria; co. Vera Cozzolino; o.g. Mario Di Blase; i.p. Massimo Ferrero; amm. Mario Sampaolo; s.ed. Marina Mattoli; a.re. Roberto Palmerini; op. Gianlorenzo Battaglia; ass.op. Martino Bonicelli; tr. Franco Di Girolamo; parr. Placida Crapanzano; eff.sp. Alvaro Gramagna, Fernando Caso; mic. Giulio Viggiani; mix. Bruno Moreal; f.sc. Bruno Bruni. Interpreti: Lino Banfi (Pasquale Baudaffi/se stesso), Franco Bracardi (Gaetano Baudaffi), Gigi Reder (l’ingegnere dal dentista), Michela Miti (Carmela), Luciana Turina (Palmira), Adriana Russo (la ragazza al bar), Alfonso Tomas (dottor Tomas), Anita Bertolucci (Maria Baudaffi), Ramona Dell’Abate (assistente dentista), Annabella Schiavone (l’esaminatrice al concorso), Dada Gallotti (la dentista), Roberto Della Casa (Filippo), Danila Trebbi (sua moglie), Paolo Paoloni (direttore ufficio di collocamento), Leonardo Cassio (Don Peppino), Nello Pazzafini (Salvatore Gargiulo), Mireno Scali (sosia di Benigni), Pietro Zardini (Radames), Giulio Farnese (il maggiordomo alla festa), Giulio Massimini (cardinale), Moana Pozzi (caporeparto), Francesca Viscardi (altro caporeparto), Willy Colombaioni (cameriere che cade al bar), Jimmy il Fenomeno (Raffaele), Mimmo Poli, Ennio Antonelli (due carcerati), Maria Tedeschi (contessa Esteral de Toro de Siviglia), Emanuele Salce (cameriere alla festa), Lia Ferri, Giovanni Morosi, Bruno Rosa, Giuseppe Spezia, Luciano Salce (se stesso). Produzione: Giovanni Bertolucci, Aldo Passalacqua per San Francisco Film; pr.ass. Roberto Leoni, Franco Bucceri; durata: 99’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. l’11.3.1982, n. 7046 – Stabilimenti di produzione: De Paolis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2684 – Data inizio lavorazione: 18.1.1982 – Prima proiezione: 7.4.1982, al cinema Capitol di Foggia – Programmazione: 12 città capozona, 708 giorni, 256.606 spettatori, £ 900.932.000 – Incasso: £ 3.600.000.000.

TRAMA: Uscito da Regina Coeli dopo un’amnistia generale per reati minori, Pasquale Baudaffi tenta il difficile reinserimento nella società. Dopo aver scambiato uno studio dentistico per una casa d’appuntamenti, aiutato da suo cugino Gaetano (che ha una moglie fiorentina parecchio gelosa), cerca i lavori più disparati, fallendo ogni occasione: al concorso come guardiacaccia trova un’acida esaminatrice che lo boccia inesorabilmente; ad un garage notturno si fa abbindolare da una ragazza civetta e si fa rubare novantadue automobili contemporaneamente; all’ufficio di collocamento dove lavora Gaetano è scambiato per omosessuale da un direttore che odia gli “uranisti”; si esibisce come cantante e ballerino spagnolo ad una festa di compleanno ma spedisce accidentalmente nella torta l’anziana festeggiata; impiegato in una fabbrica avveniristica, perde totalmente il controllo dei macchinari. Costretto ad una vita da barbone, troverà fortuitamente la felicità, ritrovando un cagnolino che gli frutterà una lauta ricompensa (in natura) dalla padrona.

 

BIBLIOGRAFIA: Giovanna Grassi, «Corriere della Sera», Roma, 18.4.1982; Massimo Pepoli, «Il Messaggero», 19.4.1982; Michele Anselmi, «L’Unità», Roma, 20.4.1982; Renzo Fegatelli, «La Repubblica», 20.4.1982; Anonimo, «Il Lavoro», 26.4.1982; Ro. Bar., «Il Giornale», 22.5.1982; Tullio Kezich, «Panorama», 1982; Gianni Buttafava, Marco Giusti, Il Patalogo 5/6. Cinema+Televisione, Ubulibri, Milano 1983; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005; Matteo Norcini, Stefano Ippoliti, Il dottor Tomas non è in sede. Intervista ad Alfonso Tomas, «Cine70 e dintorni», a. IV, n. 6, 2005.

LE RECENSIONI

[…] Il «bric à brac» vorrebbe evitare la volgarità (una componente usata in ben altro modo dall’avanspettacolo tradizionale e popolare del passato) e non ci riesce. Vorrebbe far ridere e non si ride. Vorrebbe far mettere alla berlina con accenti anche satirici l’Italia piccolo borghese di oggi e, invece, non supera un umorismo di stampo goliardico-televisivo. […]

Giovanna Grassi, «Corriere della Sera», Roma, 18.4.1982

Vieni avanti cretino più che un film a sketch è un film-performance, vale a dire un «a solo» del protagonista, Lino Banfi, che, dall’inizio alla fine, è in scena e regge, tutto sulle sue spalle […] il peso di un copione difficile perché aperto all’improvvisazione. […]

Per cui il film, oltre a presentare una struttura narrativa frammentaria e «a scenette», affida tutta la sua efficacia al doppiosenso, al fraintendimento, al gioco degli equivoci, al richiamo continuo alla matrice povera e popolaresca della nostra comicità. Luciano Salce è un regista un po’ troppo raffinato per un’operazione del genere, e si vede: all’inizio e alla fine del film ha voluto smascherare la finzione e siglare l’opera con il suo intervento personale, in una scena ha reso omaggio a Chaplin, in un’altra più compiuta e studiata si è perfino autocitato, inserendo tra gli ospiti di una festa un Eisenstein (in Fantozzi ironizzò sulla Potemkin), per giunta ha volutamente soppresso volgarità e parolacce e le uniche nudità che mostra sono delle seminudità (quelle fresche e perfette di Michela Miti). Ciononostante, da professionista qual è, ha avuto l’accortezza – conscio dei propri limiti – di affidarsi senza riserve a Banfi il quale, al contrario di lui, ha dietro le spalle una lunga esperienza di avanspettacolo.

Ne viene fuori uno spettacolo nell’insieme gradevole, in cui gli episodi ben costruiti riescono quasi sempre a tirare su il tono di quelli meno riusciti. […]

Massimo Pepoli, «Il Messaggero», 19.4.1982

 

Il titolo di questo filmetto diretto da Luciano Salce, nella sua indubitabile perentorietà, è più enigmatico di quanto sembri a prima vista: chi sarà il personaggio a cui si allude? Il critico supercilioso, l’incolpevole spettatore? O in Salce affiora il rimpianto, da altri già sentito, del «cretino organico» del buon tempo andato, in quest’epoca di cretini intelligenti? […] La rivisitazione di un repertorio amato diventa evidentemente per Salce il pretesto per non sforzarsi troppo. Ma il guaio è che anche le caratteristiche tipiche del meccanismo comico, ossia la sapienza del ritmo narrativo, il tempismo delle battute e un certo gusto per il paradosso e l’incongruo, si smagliano e si diluiscono qui in vaste pause fiacche.

Ro. Bar., «Il Giornale», 22.5.1982

[…] Showman di serie A, Salce non nasconde l’imbarazzo di essere precipitato nel film di barzellette a dirigere un comico di serie B. […] Anche se la produzione è meno arronzata che nei film di Pierino, la struttura resta quella dell’agglomerazione di battute preferibilmente a doppio senso. Non ancora passata di moda, come sembrava, se il film dell’accoppiata Salce-Banfi è tra i pochi che continuano a difendersi nelle secche dell’estate. […] Banfi mancherà di stile, ma ha grinta. Le risatacce che riesce a strappare sono tutte opera sua, non di un Salce che si dissimula meditabondo fra le quinte.

Tullio Kezich, «Panorama», 1982

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VEDIAMOCI CHIARO (1984)

 

Regia Luciano Salce; sogg. Franco Verucci, Romolo Guerrieri; scen. Franco Bucceri, Roberto Leoni; coll.scen. Gianni Martucci; dir.fot. Danilo Desideri (Telecolor); mus. Fabio Liberatori; mo. Ruggero Mastroianni; ass.mo. Carlo D’Alessandro, Valentina Curati; scg. Claudio Cinini; co. Silvio Laurenzi; a.co. Stefano Arquilla; i.p. Gilberto Scarpellini; d.pr. Silvano Scarpellini; s.p. Filippo Campus; amm. Anna Maria De Pedys; s.ed. Marisa Agostini; a.re. Roberto Palmerini; op. Idelmo Simonelli; ass.op. Carlo Milani; a.op. Claudio Valerio; tr. Giulio Mastrantonio; parr. Giancarlo Marin; sarte Simonetta Mattei, Giovanna Maria Russo; fo. Mario Dallimonti; mic. Giulio Viggiani; c.s.e. Gaetano Coniglio; c.s.m. Teodorico Memè; f.sc. Antonio Benetti; uff.st. Maria Rühle. Interpreti: Johnny Dorelli (ing. Alberto Catuzzi), Eleonora Giorgi (Eleonora Bauer), Janet Agren (Geneviève), Angelo Infanti (Gianluca), Giacomo Furia (Peppino), Milly D’Abbraccio (Monique), Fiammetta Baralla (suor Carlona), Geoffrey Gerald Copleston (comm. Mercalli), Tom Felleghy (prof. Korchen Flauer), Michele Mirabella (l’assicuratore), Piero Vivaldi (il cieco che litiga), Tamara Triffez (Samantha), Jasmine Maimone (l’assicuratrice che si denuda), Arnaldo Caivano, Ivo Anzivino, Duccio Dagoni, Giancarlo Palermo, Stefano Palmerini, Vincenzo Tripodi. Produzione: Adige Film ’76; durata: 106’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 28.2.1984, n. 7297 – Stabilimenti di produzione: Cinecittà – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2879 – Data inizio lavorazione: 9.1.1984 – Prima proiezione: 19.4.1984, al cinema Grattacielo di Genova – Programmazione: 12 città capozona, 644 giorni, 151.474 spettatori, £ 754.044.000 – Incasso: £ 865.000.000 – Titoli stranieri: Let’s See It Clear. La canzone «Mezzanotte chiara» (Della Casa-Barbato) è cantata da Franco Barbato.

 

TRAMA: Alberto Catuzzi, proprietario della rete televisiva Tele Italia 99 Network, è un uomo d’affari sicuro, onesto ed efficiente. Nonostante abbia un concorrente nel commendator Mercalli, che cerca di rilevargli le quote della rete facendolo socio di minoranza, ha una vita normale e tranquilla: è sposato con la bella Geneviève, che ha una figlia di primo letto, la studiosa Monique; ha un autista napoletano, Peppino, ed un amico Gianluca, che è anche il direttore della sua rete tv. Un giorno la tranquillità di questa vita è spezzata da un grave incidente stradale che rende Alberto cieco. Quando, a causa di un altro incidente, Alberto riacquisterà la vista, scoprirà che la sua normale quotidianità non è affatto normale: la bella Geneviève lo tradisce con l’amico Gianluca che, a sua volta, ha svenduto la sua rete a Mercalli; la studiosa Monique se la fa con tutti i suoi “compagni di scuola”; e la bella Eleonora, che ha conosciuto durante la sua temporanea invalidità, e di cui si è veramente innamorato, è in realtà un’investigatrice della società di assicurazioni svizzera che lo sta pedindando per non pagargli il premio di tre miliardi per l’incidente avuto. Alberto deciderà così di fingersi cieco, perché non è possibile “vedere quello che gli altri non vogliono che tu veda”, fino ad una resa dei conti finale al pranzo di Natale. Quando lascerà tutti e ripartirà da capo all’estero, seguito da Eleonora, che contraccambia il suo amore e per questo ha falsificato la relazione alla società di assicurazioni…

 

BIBLIOGRAFIA: Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 20.4.1984; Alfio Cantelli, «Il Giornale», 20.4.1984; Tullio Kezich, «La Repubblica», 20.4.1984; Stefano Reggiani, «La Stampa», 20.4.1984; Alberto Crespi, «L’Unità», Roma, 21.4.1984; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 21.4.1984; Tullio Kezich, «Panorama», apr. 1984; Anonimo, Il Patalogo 7. Cinema+Televisione, Ubulibri, Milano 1984; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

[…] E il gioco che poteva essere fine e amarognolo, senza per questo esorbitare dai limiti della commedia, si sviluppa invece in modo corrivamente consolatorio, affidandosi a trovatine spicciole e ad equivoci sempre un po’ troppo sottolineati anziché a tocchi graffianti con cui costruire personaggi di qualche spessore.

Peccato perché il ritorno di Salce alla regia attiva avrebbe potuto essere contrassegnato da festa maggiore, e del resto non mancano al film inutizioni registiche degne di miglior causa. Come è un peccato vedere un interprete quale Johnny Dorelli costretto a fare della sua proverbiale puntualità non un mezzo espressivo ma un semplice fine […]. Eleonora Giorgi […] fa almeno le fusa con disarmante tenerezza. […]

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 20.4.1984

 

[…] Dunque: si può fare ancora una commediola vivace e gradevole, che abbia il pregio di non infangarsi, nel turpiloquio, nella gara di tette al vento, nelle squallide macchiette? Con Vediamoci chiaro Salce vuole dirci che è possibile, strizzando l’occhio alle atmosfere lievi e sfumate della commedia americana. […] Tutto il film è segnato da una marcata vena di amarezza sulla falsità e il cinismo di certi rapporti sociali e un alone di tristezza. Dorelli passa con disinvoltura da questi attimi commoventi alle fasi ben più frequenti di ironia. Ma non si raggiunge mai un reale livello di comicità che del resto stonerebbe. La Giorgi ricalca questi toni contenuti anche se è monocorde. […]

Alfio Cantelli, «Il Giornale», 20.4.1984

 

[…] «I ciechi fanno la mortadella» ripeteva sempre Luis Buñuel che era sordo. Nulla vieta che si possa ridere anche della cecità, come dimostrano il Ciclope dell’Odissea e Lazzarillo de Tormes, ma nello sgranare il rosario degli incidenti che toccano al cieco, un po’ vero e un po’ finto, Vediamoci chiaro non tocca i vertici del buon gusto. Dorelli gira a vuoto […].

Tullio Kezich, «La Repubblica», 20.4.1984

 

[…] Salce ha usato il copione per scherzo e vendetta dopo una malattia e ha fatto bene. Adesso bisogna pretendere da uno dei fondatori della commedia italiana un’altra prova più direttamente salciana.

Stefano Reggiani, «La Stampa», 20.4.1984

 

[…] Luciano Salce firma un film-piuma un po’ stanco e insidiato da qualche lentezza, afflitto da capocciate, ruzzoloni e pubblicità di sigarette, ma che dice la sua moraletta con lieta amarezza. Benché arrivato al trentaseiesimo film, Salce sembra aver ammorbidito la sua vena sarcastica, il moralismo che gli è connaturato stavolta si esprime con l’amena indignazione di chi, volendo veder chiaro nella natura dell’uomo, prima se ne ritrae inorridito e poi trova conforto nella forza dell’amore […]. Modesto, però non più sconfortante di molti altri film casalinghi sulla piazza […], l’esito è favorito da interpreti che recitano con naturalezza […].

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 21.4.1984

GLI INNOCENTI VANNO ALL’ESTERO (1985)

 

Regia Luciano Salce; sogg. dal romanzo The innocents abroad di Mark Twain; scen. Alberto Silvestri, Luciano Salce, Dan Wakefield; dir.fot. Erico Menczer; mus. William Perry; mo. Angelo Curi; ass.mo. Maria Pia Petito; scg.e arr. Elio Balletti; a.arr. Fabio Vitali; co. Giulia Mafai; d.pr. Anselmo Parrinello; a.re. Roberto Palmerini; i.p. Giuseppe Butti; s.p. Antonio Tacchia; amm. Salvatore Farese; s.ed. Egle Guarino; op. Mario Morabito; ass.op. Martino Bonicelli; tr. Cesare Paciotti; parr. Marisa Costanzi; sarta Clara Fratarcangeli;fo. Mario Bramonti; mic. Giuseppe Muratori; mix. Danilo Moroni. Interpreti: Craig Wasson (Mark Twain), Luigi Proietti (Fergusson, la guida), Brooke Adams (Julia), David Ogden Stiers (Doc), Charles Kimbrough (editore), Ed Van Nuys (publisher), Anton Giulio Majano (rev. Hutkinson), John Stacy (dott. Andrews), Cindy Leadbetter (Kate), Venantino Venantini (Bartender), Brunello Chiodetti (Czar), Barry Morse, Andréa Ferréol (Mary), Jess Hahn, Gianni Bonagura (Cutter), Andrea Occhipinti (Charlie), Carlo Giuffrè (barbiere napoletano), Margherita Horowitz, Richard McNamara, Ferdinando Patriarca, Lucia Perego, Jacques Peyrac. Produzione: Giulio Scanni per FilmOdeon (Roma), Pro.Ge Fi (Parigi), Taurus Film (Monaco), The Greatest Amwell Company, Nebraska Etv Network Lincoln; durata: 120’.

NOTE: tit. orig. The innocents abroad. Film in due puntate: 29-31.1.1985 (Raiuno, 22.08, durata: 57’).

TRAMA: Quattro turisti americani sono in crociera per l’Europa: girano l’Italia in lungo e in largo (Pisa, Venezia, Roma, Napoli, Pompei, Paestum, Salerno), toccano Parigi, Atene e Il Cairo, ovunque mettendo in mostra i propri pregiudizi e le proprie ingenuità, guidati nel loro viaggio da una guida turistica che è sempre diversa ma sempre uguale.

 

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «La Repubblica», 29.1.1985; Anonimo, «Corriere della Sera», 29.1.1985; Massimo Bacigalupo, «L’Unità», 29.1.1985; Silvia Garambois, «L’Unità», 29.1.1985; Franco Leonardi, «Il Messaggero», 29.1.1985; Giorgio Albani, «Radiocorriere Tv», 27.1-2.2.1985, Piero Bairati, «Radiocorriere Tv», 27.1-2.2.1985; Giorgio Carbone, Leo Pasqua, Dizionario della Tv, Sugarco edizioni, Carnago (Va) 1992.

LE RECENSIONI

 

Non capita spesso – anzi, quasi mai – passando vicino ad una delle oscure «sale visione» della RAI, di sentire l’annoiato mai contento pubblico di critici che ride. E non capita mai, o quasi mai, di vederli sortire dal buio con aria addirittura allegra, dopo interminabili ore di «anteprima» di programmi tv. Ebbene, tutto ciò che è successo per il viaggio in Europa di Mark Twain, anno 1867, imbarcato nella prima gita organizzata dal Nuovo continente a quello Vecchio. […] Forse […] per questa nuova vocazione al kolossal gli americani hanno deciso di cedere la regia degli Innocenti vanno all’estero a un italiano, Luciano Salce, e grazie alle coproduzioni e ai dollari, gli hanno anche concesso un cast di attori e di caratteristi azzeccatissimi. Mark Twain, bel giovanotto, assai seccato perché tra i quaccheri l’alcool è proibito, è interpretato da Craig Wasson, il Danilo di Gli amici di Giorgia ed ora protagonista dell’ultimo film di Brian De Palma, Body Double. Brooke Adams è la «giornalista di provincia» ed il terzetto è chiuso da Doc, David Ogden Stiers: sono gli «irregolari» a bordo, che amano un bicchiere di champagne ed una «scappatella» anche se il capitano li vuole mettere ai ferri. Accanto a loro Andra Ferreol, Gianni Bonagura, Carlo Giuffré, Jess Hahn (il patito di souvenir). […] Luciano Salce si è lasciato portare dalle pagine di Mark Twain in un’Europa sparita, e si diverte a raccontarci i vizi dei «nonni» così simili a nostri. La trovata di far indossare a Gigi Proietti i panni della guida, per esempio, è perfettamente in tono con il romanzo […]. C’è una lieve storia d’amore sottintesa all’intero viaggio: quegli amoretti che nascono e muoiono in una lunga crociera […]. Ed è così che ce li ripropone Salce, con tocco leggero, mostrando al telespettatore lo splendore dei monumenti.

Silvia Garambois, «L’Unità», 29.1.1985

[…] È una satira dell’americano innamorato – ma superficialmente – della cultura europea: è già, quindi, una visione del turismo di massa. Quest’ironia viene calata in una sfortunata avventura amorosa vissuta dall’autore con una giovane compagna di viaggio e soprattutto in una serie esilarante di avventure grottesche in cui si trovano coinvolti Twain e gli altri «innocenti» turisti. Particolarmente gustoso è il personaggio di Ferguson, interpretato da Luigi Proietti, una specie di «guida universale» che i nostri si ritrovano ovunque […].

Anonimo, «Corriere della Sera», 31.1.1985

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QUELLI DEL CASCO (1988)

 

Regia Luciano Salce; sogg. Peter Gonzales [Filiberto Bandini]; scen. Franco Bucceri; dir.fot. Erico Menczer (Telecolor); mus. The Grop’s Power; mo. Antonella Cipriani; ass.mo. Luisa Cipriani; scg. Antonio Murru; ass.scg. Comasia Albertini; co. Silvio Laurenzi; ass.co. Mauro Asoli; d.pr. Enzo Tacchia; i.p. Roberto Portoghesi; s.p. Carlo Barbieri; cass. Romano Franci; s.ed. Renata Franceschi; a.re. Maurizio Sciarra; ass.re. Enrico Coletti; op. Roberto Bettoia; ass.op. Maria Elisa Basconi; cons.acrob. Franco Salamon; tr. Maurizio Nardi; a.tr. Maria Grazia Mazzolini; parr. Gina Usidda; sarta Maria Carmela Rimini; fo. Carlo Palmieri, Andrea Moser; mic. Bruno Pupparo; mix. Alberto Doni; attr. Ciro Monte; c.s.e. Enrico Morgia; c.s.m. Walter Martucci; grupp. Umberto Leurini; dir.dopp. Ornella Cappellini; f.sc. Roberto Russo. Interpreti: Tommy Givogre (Luciano), Sonia Degaudenz (Arianna), Dario Casalini (Nicola), Carmen Di Pietro (Gilda), Luana Ravegnini (Monica), Riccardo Rossi (Riccardo), Fabrizio Rogano (Sandro Crisanti), Francesco Bonelli, Giovan Battista Cannavacciuolo, Danilo Ceccarelli, Romina Lari (altri studenti), Gianluca Favilla (ing. Crisanti), Dario Salvatori (Peletti), Carla Cassola (la preside), Anna Longhi (la madre di Spina), Anna Melato (sig.ra Crisanti), Luigi De Filippo (padre Gavazzi), Daniela Poggi (l’amante di Matteo), Renzo Montagnani (prof. Impallomeni), Paolo Panelli (il suo portiere), Rosanna Di Lorenzo (la moglie del portiere), Luciano Salce (il vescovo), Paolo Paoloni (il maitre), Salvatore Jacono (portiere all’ufficio di Crisanti), Antonio De Leo (Matteo), Ronald Russo, Luigi Tondinelli, Mario De Candia, Teresa Di Palma, Rolando Fucili, Carla Pampaloni, Maria Pia Regoli, Fabio Rusca, Pasquale Vitiello. Produzione: Filiberto Bandini per Filmauro s.r.l., R.P.A. International Sas, Reteitalia s.p.a.; pr.es. Paolo Lucidi; durata: 94’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 5.12.1987, n. 7824 – Stabilimenti di produzione: Elios R.P.A. – Censura: Tutti – Lunghezza: m 2519 – Data inizio lavorazione: 27.7.1987 – Prima proiezione: 10.3.1988, al cinema Politeama Fassio di Chivasso (TO) – Programmazione: 10 città capozona, 78 giorni, 11.930 spettatori, £ 75.842.000 – Incasso: £ 135.581.000 – Titolo di lavorazione: I ragazzi del casco.

TRAMA: Alcuni studenti del liceo artistico romano Michelangelo passano le giornate facendo scherzi ai professori (il più bistrattato è l’inflessibile prof. Impallomeni), mangiando al fast food e correndo in motorino: è la generazione del casco. Tra di loro c’è l’irrefrenabile Spina, di famiglia proletaria e capace di mille trasformismi; il sintetico Nicola, innamorato della bella Monica, che però ha ambizioni di carriera e gli preferisce l’azzimato Peletti; il romantico Luciano che s’è invaghito della ragazza senza volto che pubblicizza l’uso del casco e non s’accorge di quanto la tenera Arianna sia innamorata di lui. Su tutti campeggia il severo ma buono padre Gavazzi, insegnante di religione. Il gruppetto di amici cerca di districarsi nella vita di tutti i giorni: l’insopportabile Peletti è sbertucciato di fronte a Monica, che ritorna da Nicola; Arianna lavora come dattilografa per mantenersi agli studi; Luciano indaga per scoprire chi è la ragazza del casco. Un giorno Arianna è rapinata di dieci milioni che doveva portare al suo ufficio e proprio Luciano, con i suoi amici, si adopera per ricercarli: trova il delinquente e lo sfida ad una gara di moto. Vincerà, recupererà i soldi di Arianna e scoprirà che è proprio lei la ragazza del casco che sta cercando.

 

BIBLIOGRAFIA: Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 13.3.1988; Fabio Bo, «Il Messaggero», 22.3.1988; Giovanni Bogani, «La Nazione», 31.3.1988; Giovanni Bogani, «Segnocinema», 34, set. 1988; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

 

[…] Il consueto film per ragazzi, sciatto, malcongegnato e destinato alla TV, cui Luciano Salce presta la firma e un’apparizione in vesti di cardinale […]. La moto, i motorini, il casco non sono adorati feticci, appena oggetti d’uso […].

Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 13.3.1988

[…] Stile pubblicitario abborracciato per un film imperfetto, sconclusionato, inutile. Eppure Quelli del casco segna il ritorno alla regia, dopo quattro anni di assenza (il suo ultimo film fu Vediamoci chiaro) di Luciano Salce. Sugge il senso dell’operazione. Potrebbe essere scambiato per il «pilote» di una serie televisiva pomeridiana destinata all’insuccesso. Tra gli interpreti, tutti giovanissimi, qualche «guest star» da tempo lontana dagli schermi […]. Cameo dimenticabilissimo di Renato [sic!] Salvatori.

Fabio Bo, «Il Messaggero», 22.3.1988

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UN AMERICANO IN VACANZA (1945)

Regia Luigi Zampa; sogg. Gino Castrignano; scen. Aldo De Benedetti, Luigi Zampa; dir.fot. Vaclav Vich; mus. Nino Rota; mo. Eraldo Da Roma; arr. Boris Aquarone; d.pr. Ferruccio De Martino; i.p. Clemente Fracassi; s.ed. Carla Civelli; a.re. Antonio Altoviti; tr. Giuseppe Annunziata; fo. Romeo Pamieri. Interpreti: Valentina Cortese (Maria), Leo Dale (Dick), Andrea Checchi (Roberto), Adolfo Celi (Tom), Paolo Stoppa (sor Augusto), Elli Parvo (Elena), Giovanni Dolfini (don Giuseppe), Felice Minotti (padre di Roberto), Gino Baghetti (monsignor Caligaris), Anna Maria Padoan (la signorina Paolina), Arturo Bragaglia (il sacrestano), Oreste Fares (portiere), Luciano Salce (ufficiale americano alla festa da ballo), Elettra Duskovich (contessina Arcieri), Achille Ponzi (Pietro), Armando Annuale, Armando Furlai. Produzione: Carlo Ponti per Lux Film, Castrignano; durata: 99’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 21.11.1945, n. 553 – N.O. del 12.9.1945 – Stabilimenti di produzione: in esterni – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2711 – Data inizio lavorazione: 30.10.1945 – Prima proiezione: – Programmazione: – Incasso: £ 60.000.000. Esce in Gran Bretagna nel 1949.

TRAMA: Due soldati americani, Dick e Tom, vengono mandati in licenza premio per una settimana a Roma, mentre la guerra di liberazione è ancora in corso. Tom non sa parlare una parola d’italiano, ma Dick, che ha la madre veneta, è padrone della lingua ed anche un gran donnaiolo. Sulla strada per Roma, in una paesino semidistrutto dai bombardamenti, incontrano una maestrina, Maria, che va verso la capitale a cercare aiuto per i suoi compaesani. La ragazza è gentile e riservata e non cede alle lusinghe di Dick. Durante la permanenza a Roma, però, i due fanno amicizia e scoprono di provare un sentimento vero l’uno per l’altra. Quando Maria, ritornata al paese, si apre al rapporto con Dick è forse già tardi, perché il soldato americano è tornato al fronte e chissà se ritornerà.

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «Corriere della Sera», 15.6.1946; Antonio Pietrangeli, «Star», n. 16, 1946; L. B., «La critica cinematografica italiana», n. 2, 1946; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 20, 1946; Gianni Rondolino, «Catalogo Bolaffi del Cinema italiano – 1945/1955»; Domenico Meccoli, Luigi Zampa, Cinque Lune, Roma 1956; Masolino D’Amico, La commedia all’italiana, Mondadori, Milano 1985; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

Semplice il racconto e semplice il modo di esporlo […]. Il regista Luigi Zampa, potendo valersi anche della disinvoltura di Adolfo Celi come altro protagonista, ha mantenuto al film un conveniente tono di attualità e di scioltezza: bene selezionati anche gli altri attori italiani, fra i quali Andrea Checchi, Paolo Stoppa ed Elli Parvo.

Anonimo, «Corriere della Sera», 15.6.1946

L’ASTUTO BARONE (1948)

Regia Renato Dery [Riccardo Freda]; scen. Riccardo Freda, Paolo Panelli, Tino Buazzelli; dir.fot. Rodolfo Lombardi; mus. Franco Mannino; mo. Riccardo Freda, Otello Colangeli; scg. Ettore Laccetti, Sergio Baldacchini. Interpreti: Paolo Panelli, Tino Buazzelli, Nino Manfredi, Rossella Falk, Bice Valori, Luciano Salce, Orazio Costa. Produzione: Attilio Riccio; durata: 25’

TENORI PER FORZA (1948)

Regia Renato Dery [Riccardo Freda]; scen. Riccardo Freda, Paolo Panelli, Tino Buazzelli; dir.fot. Rodolfo Lombardi; mus. Franco Mannino; mo. Riccardo Freda, Otello Colangeli; scg. Ettore Laccetti, Sergio Baldacchini. Interpreti: Paolo Panelli, Tino Buazzelli, Nino Manfredi, Rossella Falk, Bice Valori, Luciano Salce, Orazio Costa. Produzione: Attilio Riccio; durata: 25’

BIBLIOGRAFIA: Stefano Della Casa, Riccardo Freda, Bulzoni, Roma 1999.

ANGELA (1951)

Regia Tom Payne, Abilio Pereira de Almeida; scen. Alberto Cavalcanti, Nery Dutra, Anibal Machado; dir.fot. H.E. Fowle; mus. Francisco Mignone; mo. Landislao Babuska, Edith Hafenrichter, Oswald Hafenrichter, Alvaro de Lima Novaes; scg. Pierino Massenzi; ass.scg. Luiz Sacilotto; i.p. Geraldo Faria Rodrigues; s.ed. Bernadete Ruch; a.re. Agostinho Martins Pereira; op. Robert Huke; ass.op. Jaime Pacini, Carlo Guglielmi; elettr. Ruben Bandeira; tr. Jerry Fletcher; a.tr. Valerie Fletcher; parr. Gerda Edith Ziemens; fo. Erik Rasmussen; a.fo. Ove Scherin, Boris Silitschanou, Michael Stoll. Interpreti: Eliane Lage (Angela), Abilio Pereira de Almeida (Gervasio), Luciano Salce, Alberto Ruschel, Mário Sérgio, Ruth de Souza, Margot Bittencourt, Roberto Assunpção, Adolfo Barroso, Inezita Barroso, Xandó Batista, Edson Borges, Lúcio Braun, Luiz Calderaro, Nelson Camargo, Sérgio Cardoso, A.C. Carvalho, André Chaim, Renato Consorte, Albino Cordeiro, Kleber Menezes Dória, Angelo Dreos, Maria Sá Earp, Antunes Filho, Jerry Fletcher, Noris Gastal, Sérgio Hingst, Nydia Lícia, Nair Lopes, Milton Luiz, Maria Clara Machado, Jordano Martinelli, Ester Penteado, Agostinho Martins Pereira, Pio Piccinini, Margot Pollice, Tony Rabatoni, José Renato, Milton Ribeiro, Carlos Thiré, Oswaldo Vidigal, Gerda Edith Ziemens. Produzione: Tom Payne, Abilio Pereira de Almeida, Pio Piccinini; durata: 95’.

NOTE: Premio “Governador do Estado” Cinema come miglior attore non protagonista a Luciano Salce (São Paulo, 25.1.1954).

TERRA È SEMPRE TERRA (1951)

Regia Tom Payne; sogg. e scen. Abilio Pereira de Almeida, dalla sua commedia Paiol Velho; dial. Guilherme de Almeida; dir.fot. H. E. Fowle; mus. Guerra Peixe; mo. Edith e Oswald Hafenrichter; ass.mo. Landislau Babuska, Ray Endsleigh; scg. Martim Gonçalves, Pierino Massenzi, Luiz Sacilotto; d.pr. Cid Leite Da Silva; ass.pr. Geraldo Faria Rodrigues; s.ed. Gino Brentani; a.re. Oswaldo Kathalian, Roberto Perchiavalli, Agostinho Martins Pereira; op. Jacques Deheinzelin, Robert Huke; ass.op. Geraldo Gabriel, Carlo Guglielmi; tr. Jerry e Valerie Fletcher; fo. Erik Rasmussen; ass.fo. Welter Cenci, Erik Rasmussen, Ove Scherin; mic. Michael Stoll; c.s.e. Ruben Bandeira. Interpreti: Marisa Prado (Lina), Mario Sergio (João Carlos), Abilio Pereira de Almeida (Antonio Loferato), Ruth de Souza (Bastiana), Eliane Lange (Dora), Ricardo Campos, Lima Barreto (Pires), Salvador Daki (Lourenço), Zilda Barbosa (Irene), José Queiros Matoso, Célia Biar (Filò), Ruben Bandeira, Marcia Bem, A. C. Carvalho, Renato Consorte, Albino Cordeiro, Cid Leite da Silva, Francisco de Sa, Kleber Menezes Doria, Angelo Dreos, Venéleo Fornasari, Geraldo Gabriel, João Batista Giotti, Oswaldo Kathalian, Gilda Lage, Albino Machado, Geraldo Faria Rodrigues, Alberto Ruschel, Luciano Salce, Ilse Schirm. Produzione: Alberto Cavalcanti; durata: 90’.

NOTE: Stabilimenti di produzione: Vera Cruz – Censura: Tutti.

TRAMA: Numa plantação de café abandonada, o capataz Tonico dirige tudo com mão de ferro.Casado com uma mulher muito mais jovem, admira-a apenas como um objeto. Seu único interesse é conseguir dinheiro, roubando nas colheitas. Na cidade, a dona da plantação decide mandar seu filho, jogador e mulherengo, cuidar da fazenda. No vilarejo vizinho, conhece várias pessoas. Jogando, perde muito dinheiro, inclusive o dinheiro guardado para o pagamento de seus peões. Tonico se oferece para comprar-lhe a plantação e, assim, pagar-lhe as dívidas de jogo.

PICCOLA POSTA (1955)

Regia Steno; sogg. e scen. Steno, Lucio Fulci, Sandro Continenza; dir.fot. Tonino Delli Colli; mus. Raffaele Gervasio; mo. Giuliana Attenni; ass.mo. Marcella Damarini; scg. Gastone Carsetti; arr. Franco Lolli; co. Giovanna Natili; o.g. Emo Bistolfi; i.p. Renato Tonini; s.p. Emanuele Brescini; s.ed. Carla Fierro; a.re. Lucio Fulci; op. Sergio Bergamini; ass.op. Augusto Tinelli; tr. Eligio Trani; a.tr. Emilio Trani; fo. Eraldo Giordani. Interpreti: Franca Valeri (Lady Eva), Alberto Sordi (Rodolfo Vanzino di Castelfusano d’Arezzo), Peppino De Filippo (Gigliotti), Sergio Raimondi (Giorgio Cappelli), Anna Maria Pancani (Franchina), Nanda Primavera (signora Cangiullo), Amalia Pellegrini (donna Virginia), Memmo Carotenuto (Ranuccio), Nietta Zocchi (sig.ra Gigliotti), Georges Bréhat (medico inglese), Silvio Bagolini (Borgiani), Luciano Salce (il padrone di Wotan), Salvo Libassi (dott. Rocco Tamburello), Mario Siletti (il padre di Franchina), Vincenzo Talarico (l’editore), Marco Tulli (un ospite all’Animal House), Nicoletta Orsomando (se stessa), Gianni Baghino (l’ortolano), Lucio Fulci (“un’anima semplice”), Renato Bonifazi, Franco Jamonte, Giusy Raspani Dandolo, Lia Lena, Cinzia Manes, Zulima Badaloni, Tiziana Delfi, Marida Vani. Produzione: Sandro Pallavicini per Incom; durata: 95’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 12.10.1955, n. 1656 – N.O. n. 20464, del 19.12.1955 – Stabilimenti di produzione: Incom – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2816 – Data inizio lavorazione: 18.8.1955 – Prima proiezione: 22.12.1955 al cinema Imperiale di Roma – Programmazione: – Incasso: £ 161.450.000.

TRAMA: Alcune storie si intrecciano intorno alla rubrica della “piccola posta” del settimanale «Adamo ed Eva», tenuta da Lady Eva, sedicente baronessa polacca e in realtà giovane zitella romana con madre a carico. Tra le donne che chiedono consiglio a Lady Eva c’è la matura moglie del vigile Gigliozzi, alla disperata ricerca di un modo per risvegliare il sopito sentimento amoroso del marito; una formosa ragazza di provincia che sogna di fare fortuna al cinema; una ricchissima ottantacinquenne alla ricerca di nuove avventure. Lady Eva cercherà la soluzione dei problemi di ognuno, tra divertenti equivoci: la ragazza troverà la realizzazione dei propri sogni sposando un aitante veterinario su cui aveva riposto le proprie attenzioni la stessa Lady Eva, mentre la ricca ottantacinquenne troverà la felicità in una casa di riposo gestita da un altro sedicente nobiluomo, Rodolfo Vanzino Castelfusano d’Arezzo, che mira all’eredità della vecchia e cercherà in tutti i modi di ucciderla. I casi si risolveranno in un commissariato di polizia, ma Lady Eva continuerà a fare la felicità delle sue lettrici.

BIBLIOGRAFIA: M. G., «Avanti!», 23.12.1955; Aldo Scagnetti, «L’Unità», 23.12.1955; G. S., «Paese», 23.12.1955; Vice, «Il Messaggero», 23.12.1955; Vice, «Il Tempo», 23.12.1955; Vice [N.F.], «La Voce Repubblicana», 24.12.1955; M. V., «Quotidiano», 28.12.1955; Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 1.1.1956; Pietro Pintus, «Gazzetta Sera», 5.1.1956; Dario Ortolani, «Gazzetta del Popolo», 5.1.1956; Leo Pestelli, «La Stampa», 5.1.1956; Giorgio Santarelli, «La Rivista del Cinematografo», 1, gen. 1956; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Bruno Ventavoli, Al diavolo la celebrità, Lindau, Torino 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Il cinema italiano, specie quello comico, usa affidare parti di primo piano a caratteristi, come appunto la Valeri e Sordi, che starebbero bene in limiti marginali e sbiadiscono, invece, nelle artificiose dilatazioni dei compiti. Lealmente va riconosciuto che Piccola posta induce spesso alla risata. Ci si pente poi di aver riso degli scherni alle vecchie signore […].

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 1.1.1956

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GUARDIA, LADRO E CAMERIERA (1958)

Regia Steno; sogg. e scen. Steno, Lucio Fulci, Sandro Continenza; dir.fot. Riccardo Pallottini; mus. Lelio Luttazzi; mo. Gisa Radicchi Levi; scg. Alberto Boccianti; arr. Arrigo Breschi; co. Giuliano Papi; d.pr. Romolo Laurenti, Carlo Vignati; i.p. Giorgio Riganti; s.p. Gino Fanano; s.ed. Elsa Carnevali; a.re. Mariano Laurenti; op. Claudio Racca; a.op. Silvano Mancini; tr. Guglielmo Bonotti; parr. Maria Miccinelli; fo. Franco Groppioni. Interpreti: Gabriella Pallotta (Adalgisa Pellicciotti), Nino Manfredi (Otello Cucchiaroni), Fausto Cigliano (Amerigo Zappitelli), Bice Valori (la contessa), Luciano Salce (il conte tedesco), Mario Carotenuto (il “professore”), Marco Guglielmi (Franco), Gianni Minervini (un’altra guardia), Giampiero Littera (Angelino), Salvo Libassi (Gioacchino, il barista), Enzo Garinei (il medico del Pronto Soccorso), Marco De Simone (Bacchino). Produzione: Isidoro Broggi e Renato Libassi per D.D.L.; durata: 86’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 6.3.1958, n. 1970 – N.O. n. 26378, del 10.3.1958 – Stabilimenti di produzione: I.N.C.I.R.-De Paolis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2330 – Data inizio lavorazione: 24.12.1957 – Prima proiezione: 14.3.1958, al Supercinema di Palermo – Programmazione: – Incasso: £ 179.127.000– Titoli stranieri: Maid, Thief and Guard.

TRAMA: È l’ultima notte dell’anno, a Roma, ed il giovane Otello non ha i soldi per andare a divertirsi: così, a malincuore, accetta l’offerta di due suoi amici, Franco e Angelino, di andare a fare uno sgobbo diretto da una grande mente criminale, il “Professore”. L’idea è quella di rubare in casa di una nobile famiglia, al quarto piano di un palazzo dei Parioli, grazie alle doti di scalatore di Otello, ex paracadutista. Ma Otello non è mai stato paracadutista e, quando con difficoltà penetra nell’appartamento, dopo l’uscita dei nobili, lo trova occupato dalla loro cameriera, Adalgisa, che chiama una guardia, Amerigo. A questo punto comincia una lunga serie di equivoci che coinvolgono tre guardie e gli altri tre ladri: Adalgisa si innamora, ricambiata, di Otello e di Amerigo; Otello, per gelosia, riesce a fare un bel bottino, ma è costretto a riportarlo indietro, travestito con la divisa di Amerigo; il conte tedesco, tornato a casa, lo trova lì, scambiandolo per Amerigo e lo ringrazia per l’efficienza: Amerigo ottiene la promozione per la sua “bravura”, ma Otello avrà l’amore di Adalgisa.

BIBLIOGRAFIA: Paolo Valmarana, «Il Popolo», 23.3.1958; Vice, «Avanti!», 23.3.1958; Vice, «Il Messaggero», 23.3.1958; Vice, «Il Tempo», 23.3.1958; Vice, «L’Unità», 23.3.1958; Anonimo, «Corriere Lombardo», 14.5.1958; Anonimo, «Corriere della Sera», 14.5.1958; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 43, 1958; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Bruno Ventavoli, Al diavolo la celebrità, Lindau, Torino 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] La commediola, dopo un inizio impacciato, prende l’avvio con scioltezza e riesce a divertire il pubblico dal gusto non troppo esigente. Steno, che è anche uno degli autori della vicenda, l’ha diretta alla svelta, certo, senza grande impegno ma con un innegabile estro.

Vice, «Il Messaggero», 23.3.1958

TOTO’ NELLA LUNA (1958)

Regia Steno; sogg. Lucio Fulci, Steno; scen. Sandro Continenza, Ettore Scola, Steno; dir.fot. Marco Scarpelli; mus. Alessandro Cicognini; mo. Giuliana Attenni; scg. Giorgio Giovannini; arr. Riccardo Domenici; co. Ugo Pericoli; i.p. Pio Angeletti; s.p. Umberto Santoni; a.s.p. Giorgio Musso; s.ed. Emilio Miraglia; a.re. Mariano Laurenti; op. Pasquale De Santis; tr. Goffredo Rocchetti; fo. Roy Mangano. Interpreti: Totò (Pasquale Belafronte), Sylva Koscina (Lidia, sua figlia), Ugo Tognazzi (Achille Paoloni), Luciano Salce (Von Braut), Sandra Milo (Tatiana), Richard McNamara (George Campbell), Agostino Salvietti (l’amministratore), Giacomo Furia (commendator Santoni), Renato Tontini (Vladimiro), Jim Dolen (O’ Connor), Francesco Mulé (un vigile), Marco Tulli (un creditore), Ignazio Leone (un poliziotto), Salvo Libassi (altro poliziotto), Toni Ucci (un medico), John Karlsen (dr. John Forrester), Anna Di Giulio, Lamberto Antinori. Produzione: Mario Cecchi Gori per Maxima Film, Montflour Film, Variety Film; durata: 97’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 3.10.1958, n. 2043  – N.O. n. 28136, del 17.11.1958 – Stabilimenti di produzione: Dino De Laurentiis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2770 – Data inizio lavorazione: 29.8.1958 – Prima proiezione: 28.11.1958, al cinema Modica di Bologna – Programmazione: – Incasso: £ 368.650.000 – Titoli stranieri: Totò in the Moon.

TRAMA: Uomo di fatica presso la redazione del rotocalco «Soubrette», il giovane Achille Paoloni ha ambizioni letterarie ed un romanzo di fantascienza nel cassetto, pronto per essere pubblicato. Purtroppo deve scontrarsi con l’ostilità del suo direttore, il cav. Pasquale, che non crede nelle qualità del giovane, oltretutto innamorato di sua figlia Lidia. Tutto cambia quando un medico scopre che nel sangue di Achille è presente il glumonio, elemento che gli consentirà di essere lanciato nello spazio. Gli americani cercano di acquistare Achille, offrendogli trenta milioni di dollari, ma, per un equivoco, il giovane crede che vogliano comprargli i diritti del romanzo. Svelato l’equivoco, il cav. Pasquale non esiterà a vendere il genero ad una potenza straniera, capeggiata dal losco emissario Von Braut, pronto a lanciare nello spazio sia Achille che Pasquale. Ma ad intralciare i progetti di Von Braut interverrà un’intelligenza spaziale che creerà due perfetti doppioni dei due uomini, i “cosoni”. Saranno Pasquale ed il “cosone” di Achille ad essere lanciati sulla Luna, da dove non faranno più ritorno…

BIBLIOGRAFIA: Leo Pestelli, «La Stampa», 19.11.1958; Anonimo, «Il Giorno», 17.12.1958; Anonimo, «Corriere d’Informazione», 19.12.1958; Valentino De Carlo, «La Notte», 19.12.1958; Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 19.12.1958; Vice, «Avanti!», 19.12.1958; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 45, 1959; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Bruno Ventavoli, Al diavolo la celebrità, Lindau, Torino 1999; Claudia e Giovanni Mongini, Storia del cinema di fantascienza, Fanucci, Roma 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Il Viaggio nella Luna di Méliès, agli albori del cinema, era più spassoso e più innocente.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 19.12.1958

TIPI DA SPIAGGIA (1959)

Regia Mario Mattoli; sogg. e scen. Castellano e Pipolo; dir.fot. Riccardo Pallottini (colori); mus. Gianni Ferrio; mo. Gisa Radicchi Levi; scg. Alberto Boccianti; arr. Riccardo Dominici; co. Giuliano Papi; d.pr. Romolo Laurenti, Carlo Vignati; i.p. Toto Mignone; s.p. Giorgio Baldi; amm. A. Galassini Rinaldi; s.ed. Elsa Carnevali; a.re. Gabriele Palmieri; tr. Cesare Gambarelli; parr. Maria Miccinelli; fo. Pietro Ortolani; tit. Gibba [Francesco Maurizio Guido]. Interpreti: Ugo Tognazzi (Pasubio Giovinezza), Christian Martell (Barbara Patton), Johnny Dorelli (Giorgio Binotti), Lauretta Masiero (Silvia Barendson), Luciano Salce (Ionescu), Giustino Durano (Nick Valmora), Fredo Pistoni (Amerigo Pisani), Edy Vessel (Lucy), Liana Orfei (Magalì), Annie Gorassini (Hildegarde), Cesare Polacco (principe Joachim), Armando Bandini (il suo segretario), Nando Angelini (cameriere), Gino Buzzanca (Giovanni Buzzanca), Peppino De Martino (vigile urbano), Ermelinda De Felice (padrona della trattoria), Nino Milano (cameriere bar Trinacria), Mimmo Poli (il “bagnone”), Ester Carloni (la signora caritatevole), Nietta Zocchi (Eva), Salvo Libassi (lo speaker), Gianni Minervini, Litz Kubiska, Fiorella Clerici, Jill Beattle, Toto Mignone. Produzione: Isidoro Broggi e Renato Libassi per D.D.L., Manenti Film; durata: 101’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 25.8.1959, n. 2176 – N.O. n. 30586, del 11.11.1959 – Stabilimenti di produzione: I.N.C.I.R.-De Paolis – Censura: v.m. 16 anni – Lunghezza: m. 2756 – Data inizio lavorazione: 29.7.1959 – Prima proiezione: 12.11.1959, al cinema Arlecchino di Bergamo – Programmazione: – Incasso: £ 367.600.000.

TRAMA: Quattro amici con ambizioni teatrali (l’attore Nick, il cantante Giorgio, la maschera Pasubio, il cameriere Amerigo) decidono di passare le vacanze a Taormina (prendendo a “prestito” i soldi della compagnia per cui lavorano) con l’intenzione di impalmare una miliardaria americana, Barbara Patton, proprietaria di un Istituto di bellezza e donna col vizietto del matrimonio. Sono quattro tipi diversi per fisico e per carattere: uno di loro dovrà pur essere scelto! Ma le loro velleità si scontrano con quelle delle dipendenti di Barbara, che hanno interesse a lasciare la loro padrona senza marito e che, una alla volta, si buttano tra le braccia dei pretendenti di turno. Alla fine tutti troveranno una sistemazione, anche se non sarà quella prevista: anche Pasubio, a lungo perseguitato da Ionescu, psicanalista rumeno convinto dell’omosessualità del giovane e pronto a curarlo con un’agghiacciante terapia musicale.

BIBLIOGRAFIA: Vice, «Il Tempo», 14.11.1959; Marcello Clemente, «La Giustizia», 14.11.1959; Vice, «L’Unità», 14.11.1959; A. Albertazzi, «Intermezzo», 22/23, 15.12.1959; Pietro Bianchi, «Il Giorno», 1.1.1960; Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 1.1.1960; Leo Pestelli, «La Stampa», 1.1.1960; Anonimo, «Il nuovo spettatore cinematografico», 7, 1960; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 46, 1959; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Gli attori che prendono parte a questo film signoreggiano, pare, sugli schermi della televisione; la mansuetudine che ci siamo imposta consiglia di omettere le considerazioni che, in epoca di schietta malignità, potrebbero essere fatte sulle sofferenze dei telespettatori. […]

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 1.1.1960

[…] Anche se molte intenzioni comiche cascano nel vuoto, quattro risate si fanno, attesa la voga rivistaiola del protagonista, affiancato da Giustino Durano, Johnny Dorelli, Luciano Salce e Fredo Pistoni.

Leo Pestelli, «La Stampa», 1.1.1960

I BACCANALI DI TIBERIO (1960)

Regia Giorgio C. Simonelli; sogg. e scen. Mario Guerra, Castellano e Pipolo; dir.fot. Tino Santoni (Eastmancolor); mus. Angelo Francesco Lavagnino, Carlo Savina; mo. Dolores Tamburini; scg. Franco Lolli; arr. Giulio Sperabene; co. Dina Di Bari; d.pr. Guglielmo Colonna; i.p. Renato Jaboni, Enrico Magretti; s.ed. Franca Trombetti; a.re. Nick Nostro; op. Enrico Cignitti; ass.op. Luigi Di Giorgio; tr. Dulio Giustini; parr. Lina Cassini; fo. Umberto Picistrelli. Interpreti: Walter Chiari (Cassio), Ugo Tognazzi (Primo), Abbe Lane (Cinzia O’Connor), Tino Buazzelli (Tiberio), Aroldo Tieri (Lacone), Luciano Salce (il colonnello), Mara Berni (Pomponia), Olimpia Cavalli (Flavinia), Tiberio Murgia (il pretoriano), Luigi Pavese (serg. Vinicio), Mario Castellani (pretore Caio Leto), Pietro Tordi (Bruto), Glauco Onorato (l’arbitro), Salvatore Campochiaro (Quintiliano), Alfredo Rizzo (Marco), Gianni Baghino (un giocatore nell’arena), Mimmo Poli (un servo ai baccanali), Salvo Libassi (la guardia), Mimmo De Ninno, Janine Hendy, Helga Anderson [Elga Andersen], Paolo Cavallo, Ignazio Balsamo, Ignazio Leone, Aldo Moser, Franco Jamonte, Giovanni Vari, Elisabeth Kubicska, Gina Mascetti, Sergio Parlato, Giuliano Mancini, Fiorella Clari, Bruno Tocci, Nadia Lara, Annie Gorassini. Produzione: Cineproduzioni Emo Bistolfi; durata: 88’ (105’).

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 13.11.1959, n. 2209 – N.O. n. 30912, del 7.1.1960 – Stabilimenti di produzione: Cinecittà – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2768 – Data inizio lavorazione: 22.6.1959 – Prima proiezione: 15.1.1960, al cinema Capitol di Roma – Programmazione: – Incasso: £ 464.500.000 – Titolo di lavorazione: I baccanali di Tiberio-I magnifici due – Titoli stranieri: Tiberius.

TRAMA: Precipitati dal salto di Tiberio a seguito di un incidente, i giovani Primo e Cassio si ritrovano proiettati nell’antica Roma, proprio ai tempi dell’imperatore Tiberio. Qui vengono coinvolti in un complotto: un gruppo di inglesi capeggiate da Cinzia O’Connor si sostituisce alle ballerine chiamate per i baccanali indetti dall’imperatore, con l’intenzione di uccidere Tiberio e sostituirlo con Lacone, capo della congiura: lo scopo è quello di ottenere l’indipendenza della Britannia. Scambiati per spie dell’imperatore, Primo e Cassio vengono arrestati e spediti nel corpo militare guidato da uno scombinati colonnello e pronto a partire per la guerra contro i Parti. Ricattando Tiberio, che hanno trovato ad occhieggiare le donne inglesi nell’impenetrabile tempio di Vesta, Primo e Cassio riescono a farsi liberare ed a partecipare ai famigerati baccanali. Si troveranno proprio al centro dell’attentato a Tiberio, che tuttavia non avverrà: Cinzia riconoscerà nell’imperatore il padre mai conosciuto, il perfido Lacone verrà arrestato, Primo e Cassio si risveglieranno, con la testa dolorante, ai giorni nostri…

BIBLIOGRAFIA: Maurizio Liverani, «Il Globo», 16.1.1960; Enzo Muzii, «L’Unità», 16.1.1960; Vice, «La Stampa», 22.1.1960; Anonimo, «Corriere della Sera», 31.1.1960; U. Tani, «Intermezzo», 1/2, 31.1.1960; Vice, «Avanti!», 31.1.1960; Anonimo, «Il nuovo spettatore cinematografico», 8, 1960; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 47, 1960; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Si ride poco […]. La colpa è del regista, lo squallido Giorgio Simonelli […].

Enzo Muzii, «L’Unità», 16.1.1960

I baccanali di Tiberio, a colori, diretto da Giorgio Simonelli, non può dirsi una parodia di grana delicata: non è però priva di qualche trovata azzeccata: i crudeli giochi del circo, per esempio, trasformati in innocua corrida senza spargimento di sangue; oppure lo sdegno della folla che frantuma i vasi sulla testa dei cantanti «urlatori», a dimostrazione di una invidiabile sensibilità musicale dei romani.

Anonimo, «Corriere della Sera», 31.1.1960

IL CARABINIERE A CAVALLO (1961)

Regia Carlo Lizzani; sogg. Antonio Pietrangeli, Ettore Scola, Ruggero Maccari; scen. Ruggero Maccari, Ettore Scola; dir.fot. Gianni Di Venanzo; mus. Carlo Rustichelli; mo. Franco Fraticelli; ass.mo. Cesarini Casini; scg. Luigi Scaccianoce; arr. e amb. Piero Gherardi, Nedo Azzini; co. Lucia Mirisola; d.pr. Renato Jaboni; i.p. Paolo Mercuri; s.p. Pilade Collaveri; a.s.p. Tony Selvaggi; s.ed. Lina D’Amico; coll.re. Ettore Scola; a.re. Emilio P. Miraglia; ass.re. Ilde Muscio, Roberto Arata; op. Pasquale De Santis; ass.op. Marcello Mastrogirolamo, Emilio Loffredo; tr. Giuliano Laurenti, Guglielmo Bonotti; parr. Renata Magnanti, Dina Centanni; fo. Luigi Salvi; rec. Domenico Dubbini; f.sc. Alfonso Avincola. Interpreti: Nino Manfredi (Franco Bartolomucci), Peppino De Filippo (Tarquinio), Annette Stroyberg (Letizia Maimone), Maurizio Arena (Renato Gorini), Luciano Salce (Don Roberto), Clelia Matania (madre di Letizia), Eugenio Maggi (Saverio Maimone), Aldo Giuffrè (il tenente istruttore), Silvio Anselmo (Lazzaro), Guido Celano (padre di Rita), Lamberto Antinori (il barbiere), Anthea Nocera (Rita), Luciano Bonanni (il sagrestano), Leopoldo Valentini (zingaro anziano), Renato Chiantoni (dr. Chiantini), Silvana Corsini (giovane zingara), Franco Pesce (il testimone di nozze), Gianni Baghino (Otello), Fanfulla [Luigi Visconti], Antonio Mazza, Giancarlo Maestri, Mimmo Poli, Giuliano Persico. Produzione: Maxima Film; durata: 85’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 24.1.1961, n. 2446 – N.O. n. 34318, del 15.6.1961 – Stabilimenti di produzione: Dino De Laurentiis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2311 – Data inizio lavorazione: 13.12.1960 – Prima proiezione: 29.7.1961, al cinema Giardino d’inverno di Bordighera (IM) – Programmazione: – Incasso: £ 380.578.000 – Titolo di lavorazione: Il carabiniere. Premio Speciale al VII Festival Internazionale del Film Comico e Umoristico di Bordighera.

TRAMA: Poiché non ha ancora trent’anni, il carabiniere a cavallo Franco Bartolomucci, prima di partire per Torino, è costretto a sposarsi di nascosto con Letizia, giovane maestra della provincia romana. Il giorno prima delle nozze, però, due zingare gli rubano il cavallo Rutilio. Così, insieme all’amico Tarquinio, carabiniere in pensione, i due sposini passano il giorno delle nozze alla ricerca di Rutilio: prima a Porta Portese, poi al mattatoio, infine sulla Cassia, in un campo di zingari. Grazie all’acume di Tarquinio, Franco riuscirà a ritrovare il cavallo ed a consumare ugualmente le nozze con Letizia, prima di partire per Torino.

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «Fiera del Cinema», 2, feb. 1961; Carlo Silva, «Il Giorno», 30.7.1961; Vice, «La Stampa», 1.9.1961; Anonimo, «Corriere della Sera», 2.9.1961; Valentino De Carlo, «La Notte», 3.9.1961; Vice, «Il Messaggero», 8.9.1961; Vice, «L’Unità», 8.9.1961; Vice, «Il Resto del Carlino», ?.9.1961; Mino Argentieri, «Vie Nuove», set. 1961; Giulio Cattivelli, «Nuovo Spettatore Cinematografico», 25, ott. 1961; Giacinto Ciaccio, «Rivista del cinematografo», 11., nov. 1961; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 50, 1961; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Carlo Lizzani ha fatto stavolta centro. Si è servito di una indovinata sceneggiatura di Scola e Maccari, fertile di trovate e di invenzioni e abbondantemente innaffiata di battute imbroccate. Qualche volta la pellicola va fuori tema […] ma anche questi capitoli si salvano grazie alla rapidità e scioltezza dell’esecuzione. […] Nei ruoli marginali: Maurizio Arena, Clelia Matania e Luciano Salce.

Anonimo, «Corriere della Sera», 2.9.1961

[…] Una sorpresa è inoltre la riuscita prova, in un genere non suo, del regista Lizzani, che sapevamo impegnato (si pensi a Il gobbo) in ben altri temi.

Vice, «Il Messaggero», 8.9.1961

Un’occhiata al «cast» è quanto basta per capire che lo spettacolo è buono: abile e azzeccata la sceneggiatura di Scola e Maccari, sorprendente la regia di Carlo Lizzani in quanto impegnata in un genere non suo e tuttavia sufficientemente adeguato al tono del film, sprovveduto come al solito Nino Manfredi […], spontaneo e sicuro Peppino De Filippo. […] Un film divertente senza molti cedimenti di gusto.

Giacinto Ciaccio, «Rivista del cinematografo», 11., nov. 1961

LA RAGAZZA DI MILLE MESI (1961)

Regia Steno; sogg. dalla commedia Le rayon des jouets di Jacques Deval; scen. Marcello Fondato, Vittorio Metz, Steno; dir.fot. Aldo Giordani; mus. Armando Trovajoli; mo. Gisa Radicchi Levi; scg. Alberto Boccianti; o.g. Mario Silvestri; a.re. Mariano Laurenti; op. Antonio Modica. Interpreti: Ugo Tognazzi (Maurizio D’Alteni), Danielle De Metz (Didì), Raimondo Vianello (Marco), Sophie Desmarets (Armanzia), Francesco Mulè (Amleto), Francis Blanche (commendator Borgioli), Luciano Salce (lo psicanalista), Lilly Lembo (Fabiana), Ernesto Calindri (il colonnello), Gloria Paul (Lorella), Simonetta Rimoldi (Maria Grazia), Maria Marchi, Giò Stajano, Silvio Bagolini, Margaret Rose Keil, Rosalba Neri, Piero Gerlini. Produzione: Giuseppe Amato per Amato Film; durata: 105’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 1.7.1961, n. 2528 – N.O. n. 35440, del 25.8.1961 – Stabilimenti di produzione: Cinecittà – Censura: v.m. 16 anni – Lunghezza: m. 2715 – Data inizio lavorazione: 22.5.1961 – Prima proiezione: 1.9.1961, al cinema Lux di Torino – Incasso: £ 250.168.000. Rieditato nel 1964 come Tognazzi e la minorenne.

TRAMA: Maurizio, disegnatore di modelli, dopo una grave delusione d’amore, decide di partire per l’Africa. Una signora gli si rivolge per l’affitto della sua villa, dove vuole nascondere la propria figlia Didì che, a vent’anni, ha ancora il cervello di una bambina. Maurizio si innamora, improvvidamente, di Didì e decide di sposarla, anche se mentalmente ritardata. A questo punto, però, Didì gli rivela che la sua è tutta una finzione, architettata per non farlo partire. Allora anche Maurizio, per vendetta, si finge matto e, nei panni di un esploratore, spara su chiunque crede sia una belva: in particolare tutti quelli coinvolti nella bugia di Didì. Ma saputo che Didì s’è pentita la raggiunge alla stazione prima che la ragazza parta per sempre.

BIBLIOGRAFIA: Vice, «Il Messaggero», 2.9.1961; Vice, «La Stampa», 2.9.1961; Vice, «L’Unità», 2.9.1961; Vice, «Avanti!», 3.9.1961; Anonimo, «Corriere della Sera», 3.9.1961; Anonimo, «Il Giorno», 3.9.1961; Anonimo, «Corriere della Sera», 3.9.1961; Valentino De Carlo, «La Notte», 5.9.1961; Anonimo, «Nuovo Spettatore Cinematografico», 27, dic. 1961; «Le Vostre Novelle», 49, 1961; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 50, 1961; René Lefèvre, «Saison ‘64», 1964; Anonimo, «Fotogramas», 883, 17.9.1965; Bruno Ventavoli, Al diavolo la celebrità, Lindau, Torino 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Tratto da una commedia del francese, Jacques Deval, La ragazza di mille mesi è un film senza pretese ma che riesce a far sorridere grazie principalmente alla misurata interpretazione di Ugo Tognazzi, il quale ha al suo fianco la bella Danielle De Metz, Raimondo Vianello, il Mulè, il Salce e Sophie Desmarets. Efficace la regia di Steno.

Vice, «Il Messaggero», 2.9.1961

[…] La farsa è chiassosa e non sempre le sue buffonerie sono di gusto scelto: le risate tuttavia non mancano, specialmente per merito di Tognazzi. Danielle De Metz bamboleggia con grazia e con ben simulata civetteria, come è suo compito. Fra gli altri Sophie Desmarets, Francesco Mulè e Luciano Salce.

Anonimo, «Corriere della Sera», 3.9.1961

[…] Il film […] è […] uno dei soliti fareschi pretesti per permettere a Tognazzi e Vianello di fare un po’ di smorfie; attendibilità e buon gusto Steno li ha mandati in ferie. Il solo a salvarsi, pur non sprecandosi, è Luciano Salce […].

Valentino De Carlo, «La Notte», 5.9.1961

IL GIORNO PIU’ CORTO (1963)

Regia Sergio Corbucci; sogg. Sandro Continenza; scen. Giorgio Arlorio, Bruno Corbucci, Gianni Grimaldi; dir.fot. Enzo Barboni; mus. Piero Piccioni; mo. Ruggero Mastroianni; scg. Carlo Simi; a.arr. Giovanni Axerio; co. Marcella De Marchis; a.co. Eleonora Bonicelli; d.pr. Alfredo Melidoni; i.p. Franco Manco; s.p. Luciano Luna; s.ed. Adolfo Dragone; a.re. Franco Rossellini; ass.re. Ruggero Deodato; op. Stelvio Massi; tr. Libero Politi; parr. Nicla Pertosa; fo. Enzo Silvestri; f.sc. Giovan Battista Poletto. Interpreti: Franco Franchi (Franco Lo Grugno), Ciccio Ingrassia (Francesco Coppola), Virna Lisi (Naja), Nino Taranto (zio Turi), Gino Cervi (col. Daini), Franco Giacobini (serg. maggiore), Raimondo Vianello (feldmaresciallo Von Gassman), Walter Chiari (avvocato difensore), Carlo Pisacane (zio Michele), Ugo Tognazzi (pastore), Peppino De Filippo (zio Peppino), Eduardo De Filippo (un mafioso), Jean-Paul Belmondo, Franca Bettoja, Lorella De Luca, Aldo Giuffrè, Ivo Garrani, Renata Mauro, Sandra Mondaini, Enrico Viarisio, Franco Volpi, Lia Zoppelli (gli eredi di zio Michele), Gino Buzzanca, Giacomo Furia, Nino Terzo (guardie del corpo mafiose), Antonella Lualdi (fioraia), Nino Castelnuovo (suo corteggiatore), Dino Mele (Dino), Rina Morelli, Paolo Stoppa (i suoi genitori), Fiorenzo Fiorentini (il marito balbuziente), Yvonne Sanson (sua moglie), Ettore Manni (Ettore), Gabriele Tinti (bersagliere), Dany Paris, Franca Valeri, Vittorio Caprioli, Nora Ricci, Gianni Garko (persone in attesa alla stazione), Franco Citti (fante romano), Aldo Fabrizi (facchino alla stazione), Gabriele Ferzetti (tenente in trincea), Renato Salvatori (soldato che scrive), Amedeo Nazzari (soldato strabico), Walter Pidgeon (Ernest Hemingway), Erminio Macario (soldato torinese), Gordon Scott (soldato che grida: “Ricordatevi di Alamo!”), Emilio Pericoli, Joe Sentieri (soldati cantanti), Teddy Reno (soldato di Trieste), Angel Aranda, Alberto Lupo, Massimo Serato (tre ufficiali), Giuliano Gemma, Enio Girolami, Umberto Orsini, Philippe Leroy, Tiberio Murgia, Fausto Tozzi (soldati combattenti), Luciano Salce (soldato tedesco imboscato), Jacques Sernas (ten. Fiorelli), Lilla Brignone (capo crocerossine), Sergio Fantoni, Alberto Farnese (aiutanti del colonnello), Annie Girardot, Anouk Aimée, Luisella Boni, Ilaria Occhini (crocerossine), Rossella Como (infermiera), Aroldo Tieri (soldato interprete), Francesco Mulè (soldato ferito), Folco Lulli, Piero Lulli, Romolo Valli (ufficiali a teatro), Franco Fabrizi (soldato con la borsa del ghiaccio), Memmo Carotenuto (capitano in infermeria), Mac Ronay (il mago Maccheroni), Cristina Gajoni (presentatrice timida), Paolo Ferrari, Paolo Panelli (ufficiali medici), Aldo Bufi Landi, Maurizio Arena (soldati nel pagliaio), Gerard Herter (col. comandante), Franco Balducci (soldato austriaco ubriaco), Rick Battaglia, Werner Bentivegna, Mario Girotti, Roberto Risso, Stelvio Rosi, Giacomo Rossi Stuart (soldati austriaci), Mark Damon, Pierre Brice (ufficiali austriaci), Franco Ressel, Mario De Simone (ufficiali austriaci condannati a morte), Claudio Gora (capitano di guardia), Massimo Girotti (capitano alla finestra), Scilla Gabel (la sua amante), Fred Williams (cap. Rilke), Antonio Acqua, Peter Baldwin (aiutanti di campo), Luigi Pavese (giudice corte marziale), Franco Sportelli (avvocato dell’accusa), Stewart Granger (avvocato), Totò (cappellano militare). Produzione: Goffredo Lombardo per Titanus, Cinecompar; durata: 91’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 20.12.1962, n. 2902 – N.O. n. 39535, del 9.2.1963 – Stabilimenti di produzione: Titanus – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2481 – Data inizio lavorazione: 19.10.1962 – Prima proiezione: 14.2.1963, al cinema Odeon di Milano – Incasso: £ 615.300.000 (14°) – Titoli stranieri: The Shortest Day (Usa).

TRAMA: Ricevuto in eredità un figlio adottivo suo coetaneo (il babbeo Franco), il venditore ambulante Francesco Coppola, dopo aver perso il suo carrettino di ambulante, si ritrova, per una serie di equivoci, a partire per il fronte della prima guerra mondiale, insieme al figliastro. A Caporetto, nonostante la loro palese inadeguatezza, i due soldati si comportano da eroi: prima fanno prigioniero un soldato tedesco (che in realtà si consegna dopo essersi imboscato), poi abbattono un potentissimo cannone del nemico, dopo essersi infiltrati (involontariamente) tra le fila dell’esercito avversario. Ritornati tra le truppe italiane con la divisa nemica, sono scambiati per traditori e condotti alla corte marziale. Ma al processo, nonostante l’idiozia del loro avvocato difensore, riusciranno a dimostrare la propria innocenza.

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «Fiera del Cinema», 1, gen. 1963 e 2, feb. 1963; Alberico Sala, «Corriere d’Informazione», 15.2.1963; Anonimo, «Corriere della Sera», 15.2.1963; Valentino De Carlo, «La Notte», 16.2.1963; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 16.2.1963; Vice, «Avanti!», 16.2.1963; Vice, «L’Italia», 16.2.1963; Vice, «Il Messaggero», 16.2.1963; Leo Pestelli, «La Stampa», 27.2.1963; Anonimo, «Nuovo spettatore cinematografico», 35, 1963; Richard Richelmy, «Cineforum», 23, mar. 1963; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 53, 1963; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

Da un film nato col principale scopo di accodarsi al successo del Giorno più lungo facendo la parodia del film di guerra eravamo pronti ad attenderci il peggio. Invece Il giorno più corto è uno spettacolo passabile e tutto sommato persino divertente. […] Più che altro il divertimento è dovuto alla presenza di alcune decine di attori noti e meno noti a cui sono affidate piccole macchiette a volte abbastanza gustose (Walter Chiari avvocato, Aroldo Tieri alle prese con Anouk Aimée, Nino Taranto mafioso, Luciano Salce e Raimondo Vianello ufficiali tedeschi) o fuggevoli apparizioni […].

Valentino De Carlo, «La Notte», 16.2.1963

[…] Per restare, però, nei limiti del film di Corbucci quale motivo lo ha indotto a costituire, sulle smorfie della coppia Franchi-Ingrassia, una farsa ove un gran numero di attori contribuisce a render «spettacolo» ciò che rimane sempre un puro e semplice giochetto da avanspettacolo? Sono i misteri della produzione italiana, la quale parla di ridimensionare la propria attività e poi scopre, una volta di più, le incongruenze impegnando forti capitali su un film inutile e sbagliato come questo.

Richard Richelmy, «Cineforum», 23, mar. 1963

GLI ONOREVOLI (1963)

Regia Sergio Corbucci; sogg. Bruno Corbucci, Gianni Grimaldi; scen. Bruno Corbucci, Gianni Grimaldi, Renato Mainardi, Vittorio Metz, Vittorio Vighi, Mario Guerra; dir.fot. Enzo Barboni; mus. Armando Trovajoli; mo. Roberto Cinquini; scg. Aurelio Crugnola; arr. Ennio Michettoni; co. Nori Bonicelli; d.pr. Anna Maria Campanile; i.p. Sergio Borelli; a.re. Ruggero Deodato; op. Stelvio Massi. Interpreti: Totò (Antonio La Trippa), Franca Valeri (prof.ssa Bianca Sereni), Peppino De Filippo (prof. Giuseppe Mollica), Gino Cervi (sen. Rossani-Breschi), Walter Chiari (Salvatore Dagnino), Franco Fabrizi (Roberto Ciccoletti), Aroldo Tieri (Saverio Fallopponi), Riccardo Billi (portinaio), Memmo Carotenuto (benzinaio), Stelvio Rosi (il biondino), Anna Campori (sig.ra La Trippa), Linda Sini (sig.ra Rossani-Breschi), Carlo Lombardi (presidente del PNR), Mario Castellani (segretario), Fiorenzo Fiorentini (propagandista), Agostino Salvietti (Nicola), Mario De Simone (altro propagandista), Franco Giacobini (De Angelis), Cristiano Cucchini (Tonino Rossani-Breschi), Carlo Pisacane (abitante di Roccasecca), Luciano Salce (un invitato), Alberto Sorrentino, Antonio Acqua, Mimmo Poli. Produzione: Gianni Buffardi per Jolly Film; durata: 106’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 4.7.1963, n. 3036 – N.O. n. 41151, del 13.9.1963 – Stabilimenti di produzione: Titanus – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2899 – Data inizio lavorazione: 29.4.1963 – Prima proiezione: 11.10.1963, al cinema Pavone di Perugia – Incasso: £ 239.263.000 – Titolo di lavorazione: Vinca il migliore.

Tutti i libri in circolazione attribuiscono a Luciano Salce una partecipazione al film, nel generico ruolo di un invitato. Nella copia da noi visionata non c’è traccia di Salce, così come il suo nome non è nemmeno riportato sui titoli di testa del film.

BIBLIOGRAFIA: Giulio Cattivelli, «Libertà», 6.10.1963; Vice, «Paese Sera», 12.10.1963; Vice, «Il Messaggero», 12.10.1963; Vice, «La Stampa», 1.11.1963; S. Nati, «Intermezzo», 21/22, 30.11.1963; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 54, 1963; Onorato Orsini, «La Notte», 20.2.1964; Vice, «Corriere d’Informazione», 20.2.1964; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE DOLCI SIGNORE (1967)

Regia Luigi Zampa; sogg. e scen. Ruggero Maccari, Ettore Scola, Stefano Strucchi; dir.fot. Ennio Guarnieri (Eastmancolor); mus. Armando Trovajoli; mo. Nino Baragli; ass.mo. Giampiero Giunti; scg. e co. Maurizio Chiari; arr. Bruno Cesari; ass.co. Marisa Crimi; d.pr. Romano Dandi; i.p. Egidio Quarantotto; s.p. Ermes Gallippi; amm. Alfredo D’Alessio; s.ed. Mimmola Girosi; a.re. Alberto Rietti, Joe Pollini, Don Carlos Dunaway; coreog. Gino Landi; op. Arturo Zavattini; ass.op. Emilio Loffredo, Nazzareno Rossi, Sergio Salvati; tr. Nilo Jacoponi, John O’gorman; parr. Jole Cecchini; fo. Fernando Pescetelli; mix. Fausto Ancillai; ediz. Mario Milani; animaz. Pino Zac. Interpreti: Ursula Andress (Anna Del Monte), Virna Lisi (Luisa Salvioni), Claudine Auger (Esmeralda), Marisa Mell (Paola), Jean-Pierre Cassel (Aldo Salvioni), Frank Wolff (Cesare), Lando Buzzanca (il mondano del Number One), Mario Adorf (Orlando), Vittorio Caprioli (il “brigadiere”), Luciano Salce (il neurologo), Brett Halsey (Carlo Del Monte), Marco Guglielmi (Berto), Franco Fabrizi (Sandro), Margherita Guzzinati (Matilde), Lia Zoppelli (madre di Luisa), Nello Pazzafini (il “gorilla”), Fred Williams (il ragioniere), Arthur Hansel (playboy), Ivan G. Scratuglia, Giancarlo Badessi (invitato alla festa), Stash De Rola (Giovanni), Pietro Morfea (un ricattatore), Luis Valenzano. Produzione: Gianni Hecht Lucari per Documento Film; pr.es. Fausto Saraceni; durata: 116’ (88’ versione Usa).

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 13.12.1966, n. 3918  – Stabilimenti di produzione: – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 3036 – Data inizio lavorazione: 25.11.1966 – Prima proiezione: 19.9.1967 al cinema Leumann di Leumann (TO) – Programmazione: 16 città capozona, 374 giorni, £ 242.852.000 – Incasso: £ 734.917.000 – Titoli stranieri: Pas folles le mignonnes (Fra), Anyone Can Play (Usa).

TRAMA: Amori, letti e tradimenti di quattro giovani amiche della Roma bene: Luisa, ricattata da tre figuri dopo una scappatella coniugale, risolverà imprevedibilmente la situazione quando i ricattatori spiffereranno tutto al marito, anche lui non proprio irreprensibile; Anna, perseguitata in sogno da un maschiaccio nerboruto, si rivolge ad un neurologo che le consiglia come cura di andare a letto con il suo persecutore: la cura sarà fin troppo piacevole; Esmeralda, innamorata del giovane contabile del marito, fugge di casa per non cadere in tentazione durante una lunga assenza del coniuge, ma sarà proprio quest’ultimo, inconsapevolmente, a spingerla tra le braccia del giovane; Paola, invece, sposata ad un marito politico e bigotto, fa lo spogliarello durante una serata di beneficenza e lo fa talmente bene da continuare come professionista, accompagnata proprio dal premuroso marito.

BIBLIOGRAFIA: Vice, «Corriere della Sera», 22.9.1967; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 23.9.1967; Vice, «Il Popolo», 23.9.1967; Vice, «L’Unità», Roma, 23.9.1967; Vice, «Avanti!», 24.9.1967; Leo Pestelli, «La Stampa», 27.9.1967; Fabio Rinaudo, «Film Mese», 8/9, ago.-set. 1967; Gianfranco Corbucci, «Cinema Nuovo», 189, set.-ott. 1967; Domenico Meccoli, «Epoca», 1.10.1967; Angelo Solmi, «Oggi», 5.10.1967; Alessandro Garbarino, «Rivista del cinematografo», dic. 1967; Ermanno Comuzio, «Cineforum», 72, feb. 1968; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 63, 1968; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Luigi Zampa non ha inteso stavolta scagliarsi contro nulla e nessuno. Si è concesso una meritata quanto festosa «vacanza» con una commedia burlesca che contiene quattro ritrattini femminili improntati alla malizia e disegnati con garbata ironia per ammettere che, dopo tutto, i mariti non meritano consorti più assennate di quelle che hanno. […] La spassosa caricatura del neurologo è fornita da Luciano Salce.

Vice, «Corriere della Sera», 22.9.1967

[…] Le quattro storie si svolgono contemporaneamente, intrecciandosi quel tanto che basta perché il film non sia un ennesimo film ad episodi e ne scaturisca invece una certa pittura d’ambiente, superficiale ma non falsa. Luigi Zampa dirige la quadriglia con disinvolta sagacia. Le belle protagoniste sono tutte ugualmente spigliate e maliziose. Le affiancano, quali mariti: Brett Halsey, Jean-Pierre Cassel, Frank Wolff e Marco Guglielmi; nonché Vittorio Caprioli, Lando Buzzanca, Luciano Salce e uno spassosissimo Mario Adorf.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 23.9.1967

[…] Gianni Hecht Lucari è il più mercantile dei nostri produttori. Non ha mai fatto un film d’impegno e Luigi Zampa, limitandosi a voltare in linguaggio corretto e scorrevole la sceneggiatura di Maccari e Scola, non lo ha indotto certo a cambiare strada.

Gli interpreti, e soprattutto le interpreti, compiono il loro dovere: eleganti, fatue, svitate, fin troppo decisamente prive di inibizioni; Mario Adorf è divertente nella figura del vigile mostro. Così Lando Buzzanca onorevole ricattatore, e Luciano Salce assiomatico neurologo. Il dialogo non è sprovvisto di spirito, ma l’asse della commedia, sebbene con leggerezza, ruota attorno all’ovvietà.

Vice, «L’Unità», Roma, 23.9.1967

Foto Gallery

OH DOLCI BACI E LANGUIDE CAREZZE (1970)

Regia Mino Guerrini; sogg. Elvy Bayardo, Marino Onorati; scen. Elvy Bayardo, Marino Onorati, Mino Guerrini, Luciano Salce; dir.fot. Carlo Carlini (Telecolor); mus. Peppino De Luca, Carlo Pes; mo. Ornella Micheli; ass.mo. Bruno Micheli; scg. Franco Bottari; a.co. Antonella Ibba; o.g. Silvio Battistini; d.pr. Alfonso Donati; s.p. Loredana Pagliano; i.p. Alfredo Di Santo, Maurizio Marvisi; cass. Pietro Speziali; s.ed. Lina D’Amico; a.re. Gianfranco Battistini; op. Luigi Filippo Carta, Sergio Martinelli; ass.op. Ruggero Radicchi; tr. Marisa Tilli; parr. Anna Fabrizi; eff.sp. Aldo Frollini, Silvio Braconi; fo. Massimo Jaboni, Fernando Pescetelli; mic. Massimo Donati. Interpreti: Luciano Salce (ing. Carlo Valcini), Isabella Rey (Bimbi), Rita Calderoni (Alessandra), Gioia Desideri (Emma Valcini), Fiorenzo Fiorentini (il maggiordomo), Giuliana Rivera (amica di Valcini), Enzo Liberti (un dirigente della Petrolchim), Tullio Altamura (avvocato di parte civile), Lino Banfi (detenuto omosessuale), Loris Zanchi (avvocato), Giulio Massimini (un agente), Daniela Goggi (figlia di Valcini), Luisa Di Gaetano, Gualtiero Isnenghi, Corrado Sonni, Monica D’Ambrogio, Carmelo Speranza, Rita Guerrieri, Nicolas Ladenius, Rosa Toros, Stefano Oppedisano. Produzione: Fulvio Lucisano per Italian International Film, Transeuropa Film; durata: 92’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 3.2.1970, n. 4689 – Stabilimenti di produzione: De Paolis – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 2738 – Data inizio lavorazione: 30.6.1969 – Prima proiezione: 29.1.1970, al cinema Odeon di Riccione (FO) – Programmazione: 12 città capozona, 99 giorni, £ 27.829.000 – Incasso: £ 82.401.000– Titoli stranieri: Sweet Kisses (Filippine), Sweet Kisses and Languid Caresses (Gb).

TRAMA: L’ing. Carlo Valcini è un alto dirigente della Petrolchim con ambizioni di presidenza: ha due beibambini, una moglie affascinante, fa vita di società ed è addirittura intervistato dalla Tv. Un giorno, davanti alla sua società, si installa un circolo culturale alternativo, a metà tra un Filmstudio ed un Workshop. Carlo fa conoscenza con Alessandra e Bimbi, di cui si innamora. Si trova così coinvolto nel mondo dei figli dei fiori, degli amori liberi, della marijuana. Il capriccio per Bimbi diventa un vero e proprio infatuamento e Carlo segue la ragazza nei raduni amorosi, si taglia i baffi, si fa la moto, si veste da hippy e si compra una garçonniere, trascurando famiglia e lavoro. Però non transige di fronte alla marijuana, che nascosta da Bimbi nella sua macchina, finisce per caso nella garçonniere. Per recuperarla, Bimbi ed Alessandra vanno a casa di Carlo e lo convincono a fumarla insieme a loro. Vengono sorpresi dalla polizia, Carlo viene arrestato ed al processo viene condannato a quattro anni e mezzo per detenzione di stupefacenti e corruzione di minori.

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «King Cinema», nov. 1969; Vice, «Avanti!», 28.2.1970; Vice, «Il Messaggero», 28.2.1970; Vice, «L’Unità», Roma, 28.2.1970; Lino Cavicchioli, «Domenica del Corriere», 24.3.1970; Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 15.5.1970; Vice, «La Stampa», 24.5.1970; Anonimo, «Cinesex», 12, apr. 1970; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», 1970; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

Luciano Salce

Quando mi hanno proposto di lavorare in O dolci baci e languide carezze come attore […] mi son risentito addosso “la voglia matta”. Voglio dire il desiderio del quarantenne che si dà da fare con le ragazzine. Alcuni anni fa, si ricorderà, avevo girato come regista un film intitolato La voglia matta nel quale si anticipavano molte cose del comportamento dei giovani di oggi. Quel mio film non l’ho dimenticato. Leggendo il soggetto di Marino Onorati e Elvy Baiardo, che nel nuovo film, diretto da Mino Guerrini, racconta le peripezie di un quarantenne irretito da una minorenne, mi son detto: questo fa proprio per me; recitare certe parti è sempre piacevole…

Anonimo, Voglia matta fra gli hippies, tamburino dell’ufficio stampa

LE RECENSIONI

In tono decisamente scherzoso e con un pizzico di ironia ecco affrontato un caso che riflette, in particolare, il nostro tempo. […] Pur concepito in chiave umoristica, si risolve in una satira di costume che non manca sovente di cogliere nel segno in quanto ben puntualizzata da Mino Guerrini il quale ha diretto con garbo anche se talvolta con accentuata involutezza. Degli attori convincente l’esordio di Luciano Salce […].

Vice, «Il Messaggero», 28.2.1970

[…] Lo squallore della pellicola è tale che oscura qualsiasi considerazione di merito e ogni reazione psicologica. Confezionato a colori come un carosello di quart’ordine, il film non cela la sua sostanza profondamente reazionaria che si colora spesso di patetiche venature senili. La pubblicità avverte che il film («moderno») «insegna soprattutto agli uomini dai quaranta in su… come si trasforma un integerrimo cittadino in un “turpe individuo”». Infatti […].

Vice, «L’Unità», Roma, 28.2.1970

[…] Lo spunto vetusto non va molto più in là dell’enunciato nel film di Mino Guerrini […]. Una sceneggiatura grossolana e priva di immaginazione ha ridotto il conflitto fra generazioni a semplicistica caricatura. L’aggravante di una regia disordinata e senza estro impedisce persino a Luciano Salce e Isabella Rey (la rivelazione de La bambolona) di dar tono e vivacità alla recitazione. In secondo piano si fa notare Giuliana Rivera.

Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 15.5.1970

IL PRETE SPOSATO (1970)

Regia Marco Vicario; sogg. e scen. Marco Vicario, Ottavio Jemma (n.a.); dir.fot. Sandro D’Eva (Eastmancolor); mus. Armando Trovajoli; mo. Nino Baragli; ass.mo. Marcello Olasio, Lamberto Mancini; scg. Flavio Mogherini; ass.scg. Giuseppe Aldrovandi; arr. Alessandro Gioia; ass.arr. Armando Vincenti; co. Simonetta Sabatini; o.g. Alfonso Vicario; d.pr. Dino Di Salvio; i.p. Roberto Onorati; s.ed. Anna Maria Montanari; a.re. Renzo Genta; op. Carlo Fiore; ass.op. Giulio Grasselli; tr. Michele Trimarchi; parr. Maria Teresa Corridoni; fo. Mario Bramonti, Franco Bassi; mix. Mario Malcesi; c.s.e. Aldo Carocci; c.s.m. Marcello Armanni; f.sc. Leo Massa; uff.st. Lucherini, Rossetti, Spinola. Interpreti: Lando Buzzanca (don Salvatore Maccagnone), Rossana Podestà (Silvia Gigliotti), Salvo Randone (don Clemente), Magali Noël (contessa Bellini), Luciano Salce (monsignor Torelli), Enrico Maria Salerno (il prete psichiatra), Barbara Bouchet (matrigna di Paola), Silvia Dionisio (Liliana Bellini), Mariangela Melato (la prostituta raccolta da don Salvatore), Karin Schubert (bionda in motocicletta), Pietro De Vico (il prete balbuziente), Emilio Bonucci (seminarista bruno), José Cruz (seminarista biondo), Eugene Walter (on. Bergonzi), Nerina Montagnani (vecchia che si confessa), Ely Galleani (Paola), Wolf Hillinger (Valerio), Maria Tedeschi (una parrocchiana), Fulvio Mingozzi (un agente), Wendy D’Olive, Isabella Savona, Katerin Lidtfeld, Dante Cona, Alberto Rossetti, Margherita Horowitz, Marco Marocchini, Alessio Gaspa, Manlio Salvatore, Patrizia Gregori, Alessandro Vagoni, Luciano Bonanni, Maria De Benedictis. Produzione: Marco Vicario per Atlantica Cin.ca (Roma), Terra Film, Telcia Film (Parigi); durata: 98’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 19.5.1970, n. 4753 – Stabilimenti di produzione: De Paolis – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 2750 (2693) – Data inizio lavorazione: 16.3.1970 – Prima proiezione: 8.10.1970, al cinema Ar. Sole di Cattolica (FO) – Programmazione: 16 città capozona, 1412 giorni, £ 926.262.000 – Incasso: £ 2.410.226.000 (6°) – Titoli stranieri: Intimacy (Gb), The Swinging Confessors (Usa).

TRAMA: Giunto a Roma da un piccolo paese siciliano, don Salvatore si ritrova in una realtà complessa che lo manda in crisi e lo costringe a ripensare la sua vocazione. Seminaristi tedeschi, figlie di papà, donne mature: tutti sembrano avere una sola idea in testa: il sesso. E don Salvatore, che ascolta le loro confessioni, è turbato e disorientato. Gli si offrono una matrigna in topless, una madre con la mania ecclesiastica, perfino un onorevole omosessuale, ma è soprattutto una giovane e simpatica prostituta, Silvia, ad inseguirlo. Finché don Salvatore scopre di essersi innamorato di lei. Cerca di trovare conforto in un monsignore, che però ha saputo risolvere lo stesso problema di don Salvatore in modo più astuto, ed in un frate psichiatra, quando è assalito dalle visioni. Chiede ai superiori il permesso di sposarsi senza spretarsi, ma gli viene rifiutato. Perciò decide di rimanere prete e Silvia, per non essergli d’intralcio, pur amandolo, si fa da parte, andandosene da Roma.

BIBLIOGRAFIA: Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 14.10.1970; Paolo Valmarana, «Il Popolo», 15.10.1970; Vice, «Avanti!», 15.10.1970; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 1.11.1970; Leo Pestelli, «La Stampa», 11.11.1970; Giacomo Gambetti, «Bianco e Nero», 11/12, dic. 1970; L. Fhon, «Cinesex», 28, dic. 1970; Umberto Rossi, «Cinema 60», 81-82, 1971; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 70, 1971; Noël Simsolo, «Saison ‘74», 1974; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

Un film tutt’altro che squisito, anzi pieno di scompensi e talvolta irritante, ma meno nefando di quanto potesse far temere il risaputo cattivo gusto dei cineasti che mescolano il diavolo all’acqua santa […]. Risolto in commedia all’italiana, che chiede i consueti tributi alle situazioni piccanti, lo spinoso problema è appena sfiorato […]. Tuttavia, soprattutto nella seconda parte, il film ha qualche momento garbato. […] Lando Buzzanca, sempre volenteroso, qui più schietto che altrove, ha un piglio che rende simpatica la sua macchietta. […] I suoi poco raccomandabili superiori sono Luciano Salce in veste di monsignore, Salvo Randone parroco alla Don Abbondio, ed Enrico Maria Salerno frate psicanalista. […]

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 1.11.1970

MAZZABUBU’… QUANTE CORNA STANNO QUAGGIU’? (1971)

Regia Mariano Laurenti; sogg. Sandro Continenza; scen. Sandro Continenza, Amedeo Sollazzo; dir.fot. Tino Santoni (Eastmancolor); mus. Roberto Pregadio; mo. Giuliana Attenni; scg. Antonio Visone; a.scg. Pasquale Germano; co. Adriana Spadaro; d.pr. Giovanni Antonio Giurgola; i.p. Michele Germano; s.ed. Maria Rosaria Cilento; a.re. Alessandro Metz; op. Sergio Bergamini; ass.op. Mario Pastorini; tr. Giuliano Laurenti; a.tr. Giovanni Morosi; parr. Paolo Borzelli; fo. Pietro Ortolani; anim. Fabio Pacifico, Milena Cubrakovic, Tina Hess; uff.st. Lucherini, Rossetti, Spinola. Interpreti: Carlo Giuffrè (il presentatore), Isabella Biagini (moglie di Franco), Sylva Koscina (moglie del presentatore), Silvana Pampanini (la “marchettara”), Ettore Manni (il medico fecondatore), Giancarlo Giannini (Lucio), Rosemarie Dexter (Emma), Franco Franchi (Franco), Ciccio Ingrassia (Ciccio), Fausto Tozzi (il marito eschimese), Gianna Serra (sua moglie), Renzo Montagnani (Bepi), Luciano Salce (il critico d’arte), Pippo Franco (l’ospite eschimese), Maurizio Bonuglia (consolatore di Emma), Franco Giacobini (Boemondo), Sergio Leonardi (venditore di libri porta a porta), Mariolina Cannuli (moglie di Ciccio), Nadia Cassini (moglie del tifoso), Umberto D’Orsi (commendator Bordiga), Lino Banfi (pizzicagnolo), Riccardo Garrone (Agilulfo), Michele Malaspina (direttore anziano hotel), Lars Bloch (pittore), Enzo Turco (amico di Gennarino), Marilia Branco (Carla, moglie del critico d’arte), Maria Pia Conte (moglie del pizzicagnolo), Rosa Torosh (moglie di Agilulfo), Guido Mannari (baciatore allo stadio), Claudie Lange (moglie di Bordiga), Alfredo Rizzo (il politico antidivorzista), Maurizio Arena (Giuseppe), Gianni Musy Glori (Gigetto), Gino Pagnani (il marito felice), Fulvio Mingozzi (uomo che aspetta un bambino), Giuseppe Terranova (cornuto allo stadio), Daniele Vargas, Ugo Adinolfi. Produzione: Gino Mordini per Claudia Cin.ca; durata: 91’ (80’).

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 31.12.1970, n. 4901 – Stabilimenti di produzione: I.N.C.I.R.-De Paolis – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 2452 – Data inizio lavorazione: 23.11.1970 – Prima proiezione: 25.2.1971, al cinema Ideal di Torino – Programmazione: 15 città capozona, 194 giorni, £ 68.121.000 – Incasso: £ 370.336.000.

TRAMA: Un professore presenta una rassegna di aneddoti che hanno per tema storie di adulteri di ogni epoca e luogo: uno scambio di coppie finito male per gelosia reciproca; un critico d’arte che riconosce la moglie nel quadro di un pittore astrattista; il paradossale senso di ospitalità di una famiglia eschimese; un pizzicagnolo cornificato da un venditore porta a porta; i tentennamenti di una sposina in viaggio di nozze sono equivocati dal marito che non la crede più vergine: quando lui torna da lei, questa ha perso veramente la verginità grazie ad un compiacente direttore d’albergo; un commendatore sterile sceglie il fecondatore di sua moglie.

BIBLIOGRAFIA: D. Mori, «Cinesex», 32, 1.2.1971; Anonimo, «Corriere della Sera», 15.5.1971; Vice, «Il Messaggero», 22.5.1971; Vice, «L’Unità», Roma, 22.5.1971; Vice, «Avanti!», 23.5.1971; Anonimo, «New Cinema», mag. 1971; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», 71, 1971; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Marco Bertolino, Ettore Ridola, Vizietti all’italiana, Igor Molino Editore, Firenze 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Il film è pari alla sottile ironia del suo titolo […]. Meglio non addentrarsi negli altri «eleganti» particolari del film, che vede impegnata una folta schiera d’attori, fra i quali, gli unici degni di una, sia pur balanda menzione, sono Renzo Montagnani, Giancarlo Giannini e Luciano Salce.

Anonimo, «Corriere della Sera», 15.5.1971

[…] Date le caratteristiche dell’argomento ci sarebbe voluto un grande rigore per evitare di cadere nella banalità, ma non sempre la pellicola, diretta da Mariano Laurenti, ci è riuscita. Quindi accanto a episodi abbastanza divertenti e sorretti da una certa satira di costume non mancano quelli degni di una sala di avanspettacolo. […]

Vice, «Il Messaggero», 22.5.1971

HOMO EROTICUS (1971)

Regia Marco Vicario; sogg. e scen. Piero Chiara, Marco Vicario, da un’idea di Marco Vicario; dir.fot. Tonino Delli Colli (Eastmancolor); mus. Armando Trovajoli; mo. Sergio Montanari; ass.mo. Anna Napoli, Lamberto Mancini; scg. Flavio Mogherini; co. Lucia Mirisola; arr. Carlo Gervasi; o.g. Alfonso Vicario; d.pr. Lucio Trentini; i.p. Giorgio Russo, Federico Tocci; s.p. Federico Starace; s.ed. Anna Maria Montanari; a.re. Stefano Rolla; op. Giovanni Ciarlo; ass.op. Carlo Tafani; tr. Michele Trimarchi, Renzo Francioni; parr. Grazia De Rossi, Maria Miccinelli; fo. Raul Montesanti, Tullio Petricca; mix. Franco Bassi; sincr. Mario Maldesi; c.s.e. Alberto Ridolfi; c.s.m. Augusto Diamanti; attr. Armando Vincenti; foto scena Leo Massa; f.sc. Gianni Vino; uff.st. Lucherini, Rossetti, Spinola. Interpreti: Lando Buzzanca (Michele Cannaritta), Rossana Podestà (Cocò Crampugnani), Luciano Salce (ing. Achille, suo marito), Bernard Blier (dr. Mezzini), Sylva Koscina (Carla), Adriana Asti (marchesa Agnese Trescori), Ira Fürstenberg (sig.ra Mezzini), Michele Cimarosa (Tano Fichera), Sandro Dori (Ambrogio), Angela Luce (cameriera), Brigitte Skay (Amanda), Piero Chiara (giudice Cimetta), Pietro De Vico (cicerone museo), Nanni Svampa (il cantante), Ugo Fangareggi (tassista), Lino Patruno (Bestetti), Jacques Herlin (prof. Godet), Evi Marandi (Giusy), Femi Benussi (Ersilia), Ettore G. Mattia (un giornalista), Paola Tedesco (amica di Carla), Simonetta Stefanelli (Concettina), Filippo De Gara (prof. Sellung), Fulvio Mingozzi (dott. Merigi), Shirley Corrigan (un’amante di Michele), Pia Giancaro (altra amica di Cocò), Catherine Diamant, Sergio Serafini, Greta Vajant, Alberto Plebani, Maria Pia De Benedictis, Bruno Boschetti, Giuseppe Leone, Federico Pietrabruna, Calogero Azzaretto, Margherita Horowitz. Produzione: Marco Vicario per Atlantica Cin.ca Produzione Films (Roma), Optimax Film, Les Productions Jacques Roitfeld (Parigi); durata: 115’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 24.4.1971, n. 4960 – Stabilimenti di produzione: De Paolis – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 3064 (3050) – Data inizio lavorazione: 5.4.1971 – Prima proiezione: 30.9.1971, al cinema Turismo di Riccione (FO) – Programmazione: 16 città capozona, 1111 giorni, £ 719.311.000 – Incasso: £ 2.210.832.000 (10°) – Titoli stranieri: Man of The Year (Usa), Husband, Italian Style (Filippine). La canzone Concorrenza sleale (G. Brassens – E. Medail) è cantata da Nanni Svampa.

TRAMA: Il siciliano Michele Cannaritta è costretto ad emigrare a Bergamo perché minacciato di morte dai parenti di quattro ragazze che ha ingravidato al suo paese. Con l’aiuto del barbiere Tano Fichera riesce a trovare un posto di cameriere nella facoltosa famiglia Crampugnani. E qui Michele ha subito modo di far vedere le sue qualità: dotato di tre testicoli, è un superdotato ed è subito conteso dalle donne della città. Cocò Crampugnani lo istruisce, lo educa e se lo porta a letto, sotto gli occhi prima ingelositi e poi ingolositi del marito Achille, impudico voyeur. Ma Michele, che è diventato un vero e proprio caso cittadino e viene addirittura esposto all’Università, si ripassa tutte le amiche di Cocò, fino a costringere la sua padrona a cacciarlo di casa. Michele trova accoglienza presso l’industriale Carla, donna d’affari cafona e virile che lo lascia non appena scopre che l’uomo flirta anche con la marchesa Agnese Trescori. La quale, però, gli muore tra le braccia durante un amplesso. Impaurito, Michele torna dai Crampugnani, dove è subito riaccolto da Achille e Carla, che però lo caccia nuovamente, quando si accorge che, in seguito allo shock dovuto alla morte di Agnese, è diventato impotente. A Michele non resterà che tornare dal barbiere Tano e sposare la sua bellissima figlia Concettina, cui aveva precedentemente tolto l’onore.

BIBLIOGRAFIA: Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 18.9.1971; Vice, «L’Unità», Roma, 18.9.1971; Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 2.10.1971; Anonimo, «New Cinema», ott. 1971; Sandro Casazza, «La Stampa», 4.11.1971; D. Sauvaget, «Saison ‘72», 1972; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 72, 1972; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Poco importa se il regista vi ha sbrigliato, non senza qualche lungaggine, il suo disinvolto mestiere, quando il tutto è segnato irrimediabilmente dalla trivialità e dal gusto più pecoreccio. […]

Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 2.10.1971

NON COMMETTERE ATTI IMPURI (1971)

Regia, sogg. e scen. Giulio Petroni; coll.scen. Marco Zavattini; dir.fot. Toni Secchi (Eastmancolor); mus. Riz Ortolani; mo. Roberto Colangeli; scg. Luciano Puccini; o.g. Nino Masini; d.pr. Enzo Merlini; s.ed. Silvia Petroni; op. Giorgio Regis; tr. Adele Sisti; parr. Ettore Tarquini; fo. Enrico Blasi; mix. Sandro Ochetti, Fausto Achilli. Interpreti: Barbara Bouchet (Nadine), Dado Crostarosa (Pino), Luciano Salce (Damiano, suo padre), Simonetta Stefanelli (Maria Teresa), Claudio Gora (zio Giacomo), Marisa Merlini (sua madre), Gigi Ballista (padre Spiridione), Franco Balducci (frate contabile), Fausta Rotelli (la nonna di Maria Teresa), Stefano Oppedisano, Bruno Dolfin. Produzione: Giulio Petroni per Azalea Film; durata: 95’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 25.8.1971, n. 5052 – Stabilimenti di produzione: Safa Palatino – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 2601 – Data inizio lavorazione: 21.6.1971 – Prima proiezione: 2.11.1971, al Supercinema di Rimini (FO) – Programmazione: 15 città capozona, 434 giorni, £ 206.052.000 – Incasso: £ 672.033.000. Girato ad Assisi.

TRAMA: Ad Assisi, il maturo Damiano, ateo e rivoluzionario, ha cresciuto il figlio Pino in modo anticonformista; ma loro vicine di casa sono tre donne – la giovane Maria Teresa, sua madre e sua nonna – timorate e credenti. Pino si innamora di Maria Teresa e le si propone come insegnante di latino: i due giovani sono ben presto attratti l’uno dall’altra, e le due donne della casa ne approfittano per cercare di convertire Pino. Il quale, per amore della bella Maria Teresa, accetta di buon grado, impegnandosi anche ad andare a catechismo da un fratacchione omosessuale. L’arrivo dello zio di Maria Teresa pone però fine alla relazione tra i due giovani: sarà lo zio a fare da insegnante a Maria Teresa. Pino cerca inutilmente di riprendere contatto con Maria Teresa ed entra in crisi: per aiutarlo, suo padre lo fa entrare in contatto con un gruppo di contestatori e lo convince a tirare una bomba carta contro un ministro in visita ad Assisi. La mattina del’attentato, però, Pino trova Maria Teresa nuda tra le braccia dello zio e sarà a loro che tirerà la bomba. Poi minaccia di suicidarsi, ma troverà consolazione nella bellissima amante del padre, Nadine.

BIBLIOGRAFIA: Stefano Reggiani, «La Stampa», 5.11.1971; Lino Miccichè, «Avanti!», 26.11.1971; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 26.11.1971; Vice, «Il Messaggero», 26.11.1971; R. B., «Corriere della Sera», 26.1.1972; M. Giustiniani, «Cinesex», 57, 29.2.1972; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», 72, 1972; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Il pubblico non si raccapezza troppo: vede due personaggi di Moguy (Domani è troppo tardi) trasportati in una farsa scollacciata. Poiché la mano del regista è debole e divagante, non ne esce nemmeno lo stridore grottesco che potrebbe nascere dal confronto tra le mistificazioni pudibonde di ieri e quelle epidermiche di oggi. A Luciano Salce è affidato il compito (ahi, quanto difficile) di far ridere, ogni tanto.

Stefano Reggiani, «La Stampa», 5.11.1971

[…] Sorvoliamo sulla caricatura tutt’altro che fine di un poco raccomandabile frate, sulle preoccupazioni del filmetto di apparire imparziale nel beffeggiare tanto le inguaribili beghine, quanto i contestatori, per ricorrere ai più vieti luoghi comuni. Rimangono gli sforzi degli attori, che sono Luciano Salce, il giovane Dado Crostarosa, Claudio Gora e Gigi Ballista; e rimangono, generosamente messe in evidenza, le grazie di Barbara Bouchet e Simonetta Stefanelli. Assisi meritava di meglio.

B., «Corriere della Sera», 26.1.1972

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ETTORE LO FUSTO (1972)

Regia Enzo G. Castellari; sogg. dal romanzo Il re dei Mirmiduti di Henri Viard e Bernard Zacharias; scen. Sandro Continenza, Lucio Fulci, Enzo G. Castellari, Leonardo Martin, Steno (n.a.); dir.fot. Guglielmo Mancori (Eastmancolor); mus. Francesco De Masi; mo. Vincenzo Tomassi; ass.mo. Rita Antonelli; a.mo. Franco Persico; sup.scg. Alberto Boccianti; scg. Ramiro Gomez; ass.scg. Emilio Ruiz Del Rio, Carlo Ruiz Del Rio; arr. Ezio Del Monte, Lorenzo Baraldi; co. Walter Patriarca; a.co. Rosanna Andreoni; d.pr. Julio Parra; i.p. Paolo Gargano; s.p. Pasquale Vannini; s.ed. Marisa Merci; a.re. Adriano Incrocci; op. Mario Sbrenna; ass.op. Renato Palmieri; m. armi Rocco Lerro; tr. Michele Trimarchi; parr. Giancarlo De Leonardis; eff.sp. Eugenio Ascani; fo. Carlo Palmieri; mic. Alvaro Orsini; rum. Tonino Cacciuottolo; mix. Gianni D’Amico; dir.dopp. Ferruccio Amendola; uff.st. Maria Rühle. Interpreti: Giancarlo Giannini (Ulisse), Vittorio Caprioli (Menelao), Aldo Giuffré (Agamennone), Philippe Leroy (Ettore), Luciano Salce (Mercurio), Vittorio De Sica (Giove), Rosanna Schiaffino (Elena), Mike Forrest (Achille), Orchidea De Santis (Briseide), Haydée Politoff (Criseide), Giancarlo Prete (Patroclo), Franca Valeri (Cassandra), Gianrico Tedeschi (Priamo), Caterina Boratto (sua moglie), Pepe Calvo (prof. Nestore), Gigi Rizzi (Polite), Gerry Bruno (“Frankenstein”), Luis Gallardo (Paride), Massimo Vanni (“Latte e miele”), Franco Cianfriglia (“Cherubino”), Pietro Torrisi (scagnozzo di Achille), Rosa Torosh, Alan Gérard, Luis Suarez, Franco Persico, Edoardo Nevola, Umberto Di Grazia, Armando Bottin, Franco Perrini, Bruno Vaerini, Elio Bonadonna, Franco Moruzzi. Produzione: Empire Films (Roma), Labrador, Studio du Dragon (Parigi), Star Film (Madrid); durata: 109’.

NOTE: Non risulta iscritto al P.R.C. – Stabilimenti di produzione: – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2593 – Data inizio lavorazione: – Prima proiezione: – Programmazione: 16 città capozona, 567 giorni, £ 372.551.000 – Incasso: £ 1.251.693.000 – Titoli stranieri: El rapto de Elena, la decente italiana (Spa), Hector the Mighty (Gb). Rieditato nel 1975 come Il drittone.

TRAMA: Per rendere edificabile un terreno lottizzato dal Pio Istituto, il cardinale Giove ed il conte Mercurio devono costringere ad andarsene Ettore Lo Fusto, che sul posto ha aperto un bordello di lusso, la “Troika”. Mercurio mette in atto un piano molto ingegnoso, facendo scontrare Ettore con un bordello rivale, il “Motel Due Re”, gestito dagli scassatissimi Menelao ed Agamennone: fa rapire da Paride, fratello di Ettore, la bellissima e facile Elena, moglie di Menelao e costringe i due a dichiarargli “guerra” per riconquistarla. I fratelli Due Re si fanno aiutare da Achille e dalla sua banda di motociclisti, dapprima restii ad intervenire, perché scottati da uno sgarbo dei due fratelli (che hanno scippato due prostitute, Briseide e Criseide destinate a loro), poi convinti da Ulisse ad allearsi a loro dopo la morte di Patroclo, amico particolare di Achille. La “guerra” finirà con la “Troika” in fiamme, la morte di Ettore in un cubo di cemento, la partenza di Ulisse e Mercurio e Giove trionfanti, mentre posano la prima piena di un grande appartamento residenziale per datori di lavoro.

BIBLIOGRAFIA: Vice, «Il Messaggero», 7.1.1972; Vice, «L’Unità», Roma, 7.1.1972; Vice, «Avanti!», 8.1.1972; Claudio G. Fava, «Corriere Mercantile», 24.1.1972; Piero Perona, «La Stampa», 6.2.1972; Vice, «Il Giorno», 1.4.1972; R. B., «Corriere della Sera», 2.4.1972; Anonimo, «Corriere d’Informazione», 5.4.1972; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 72, 1972; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Il regista Enzo G. Castellari ambienta la storia nella Roma delle borgate, tra mantenuti, sbruffoni e donne da vendere. I suoi intenti sono modesti, la vena goliardica […]. Gli attori sono stati scelti con avvedutezza. […] Luciano Salce è Mercurio, re dei traffici possibilmente disonesti […]. Tutto Ettore Lo Fusto si compendia nell’interminabile serie di beffe e di scaramucce, senza troppi momenti umoristici e con assoli degli attori.

Piero Perona, «La Stampa», 6.2.1972

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ANCHE SE VOLESSI LAVORARE, CHE FACCIO? (1972)

Regia Flavio Mogherini; sogg. e scen. Flavio Mogherini; coll.sogg. Enzo Cerusico; dir.fot. Arturo Zavattini (Eastmancolor); mus. Ennio Morricone dir. da Nicola Samale; mo. Mario Morra; ass.mo. Ida Cruciani; scg. e arr. Daniele Mogherini; co. Ida Francesca Fossa; d.pr. Lucio Orlandini; i.p. Enzo Merlini; s.p. Lillo Capoano; s.ed. Marisa Agostini; a.re. Stefano Rolla; op. Roberto Brega; ass.op. Giuseppe Bonaurio; tr. Maria Cristina Rocca; fo. Leopoldo Rosi; mo.eff.so. Aurelio Pennacchia, Ezio Marcorin; uff.st. Edoardo Pizzi. Interpreti: Enzo Cerusico (Girasole), Ninetto Davoli (Riccetto), Giovanni Barbato (Lallo), Paolo Rosani (Asvero), Adriana Asti (Pasquina), Fiorenzo Fiorentini (lo zio di Pasquina), Maurizio Arena (Garrone), Leopoldo Trieste (Capriotti), Luciano Salce (Dorigo), Vittorio Caprioli (“Due Novembre”), Francesca Romana Coluzzi (Tilde), Orchidea De Santis (la prostituta), Ugo Fangareggi (Don Cosimo), Ettore G. Mattia (il “dottore”), Tiberio Murgia (“Faccia di porco”), Lino Coletta (“Grimaldello”), Giovanni Filidoro (“Agonia”), Giacomo Rizzo (Boteon), Livio Galassi (Santolin), Nerina Montagnani (Sora Delizia), Giorgio Dolfin (Dolfin), Ermelinda De Felice (Nadia), Marcello Di Falco (Fernando Cerutti), Goffredo Pistoni (Agostino). Produzione: Eurovision Cin.ca. Durata: 99’.

NOTE: Iscritto, in data 27.11.1971, al P.R.C., n° 5122. Formato: panoramico. Stabilimenti di produzione: Incir – De Paolis, Roma. Data inizio lavorazione: 21.10.1971. Lunghezza film: m. 2676. Prima proiezione: 28.4.1972 al cinema Supercinema di Roma.  Incasso: £ 214.512.000.

TRAMA: Girasole, Riccetto, Lallo e Asvero sono quattro giovani laziali senza famiglia che vivono di espedienti. Fanno i “tombaroli”, rubano cioè i cocci dalle necropoli etrusche per rivenderli al migliore offerente. Il loro ricettatore è l’opportunista Garrone. Stanchi delle sue mancate promesse, decidono di sistemarsi facendo un colpo al Museo d’Arte Etrusca. Per una migliore attuazione del piano, si rivolgono ad un importante “tombarolo” della zona, Due Novembre, ma costui fa la spia e denuncia la prossimità del colpo alla Guardia di Finanza ed ai Carabinieri. I comandanti delle forze dell’ordine, invece di arrestare i quattro ragazzi, decidono di infiltrare i propri agenti nella banda, per riuscire ad arrestare i fantomatici mandanti del colpo. Quando tutto è pronto, i quattro giovani, che non hanno il coraggio necessario, si ritirano, lasciando compiere la rapina agli inconsapevoli agenti. Tornano ai loro vagabondaggi di sempre, ma un fatale equivoco costerà la vita al pavido Girasole.

BIBLIOGRAFIA: Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 29.4.1972; M. F., «Il Popolo», 29.5.1972; R. Mar., «Il Tempo», 29.4.1972; Aggeo Savioli, «L’Unità», 29.4.1972; Aldo Scagnetti, «Paese Sera», 29.4.1972; Lino Miccichè, «Avanti!», 1.5.1972; Vice, «Il Giornale di Sicilia», 20.5.1972; Gianni Castellano, «Il Resto del Carlino», 23.5.1972; Vittorio Ricciuti, «Il Mattino», 26.5.1972; Vice, «Il Secolo XIX», 27.5.1972; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 3.6.1972; Morando Morandini, «Il Giorno», 3.6.1972; Piero Virgintino, «La Gazzetta del Mezzogiorno», 14.6.1972; L. Fhon, «Cinestop», 1, giu. 1972, con 3 foto; Achille Valdata, «La Stampa», 5.7.1972; Maria Fotia, «Rivista del cinematografo», VII, lug. 1972; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 73, 1972; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Zanichelli, Bologna 2005; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] A causa di una struttura esile e disarticolata (e lo si vede nel finale così gratuitamente drammatico) il film procede a balzelloni, un po’ casualmente saltabeccando da un luogo comune all’altro della commedia di gergo romanesco, ma nelle pause – là dove s’affida ai gesti più che all’azione – non manca di simpatia né di grazia; se la sua comicità soffre di anemia, nel quartetto dei protagonisti fanno spicco Cerusico e Davoli; efficace è il contributo macchiettistico di Caprioli, Salce e Trieste. Adriana Asti disegna con brio la figuretta di una pimpante e aggressiva zitellina, ma purtroppo è doppiata. Un peccato per chi ha dato la voce a tante Cardinale, Sandrelli e altre dive afone del cinema italiano.

Morando Morandini, «Il Giorno», 3.6.1972

Maria Fotia

[…] Una storia condotta dall’esordiente Mogherini con piglio scanzonato e con spiccato senso dell’umorismo, non disgiunti da una padronanza dei mezzi tecnici non comune in un regista alle prime armi e che la lunga esperienza di scenografo ha senz’altro favorito. Divertente soprattutto la caratterizzazione dei personaggi, a cominciare dal gruppetto dei quattro “tombaroli” uniti dalla comune impostazione di vita all’insegna dell’espediente, in un avvicendarsi di trovate per sbarcare il lunario e in una continua ricerca che non prende, comunque, nemmeno in considerazione il lavoro […] E forse il film è soprattutto una galleria di tipi resi con immediatezza e tratto particolarmente felice e un insieme di gustosi bozzetti, risultando spesso frammentario, slegato e privo di vera unità, sebbene non manchi un motivo centrale, che è la considerazione divertita e pensosa al tempo stesso di questo mondo particolare di ladruncoli ai margini della società ma del tutto estranei, e per obiettivi e per metodi, dall’autentica malavita, pericolosa e organizzata. Ed a questa mancanza di vera unità, difetto indubbiamente imputabile alla pratica di scenografo della quale invece la competenza tecnica è un positivo corollario, va ricondotto anche quel tanto di forzato e di costruito che può riscontrarsi a tratti nel film, diretto con uno stile asciutto, ma con un chiaramente avvertibile ritmo spezzato che accentua, nel complesso, l’impressione di un tutto faticosamente messo insieme.

Degno, comunque, di rilievo, pur con questi limiti, per serietà ed impegno nella trattazione e per agile e dinamico piglio della narrazione, Anche se volessi lavorare, che faccio? resta sempre un’interessante dimostrazione di indubbie qualità e di tecnica sicura e smaliziata.

Ottimi gli interpreti tutti, da Ninetto Davoli, il notissimo protagonista dei film di Pasolini, ad Adriana Asti ed a Cerusico, con una particolare menzione per Caprioli nel ruolo del pericoloso “Due novembre” e per Salce che ha creato una esilarante macchietta di piccolo funzionario di polizia deciso a qualunque macchinazione pur di ottenere con una fortunata impresa l’ambita promozione.

«Rivista del cinematografo», lug. 1972

BISTURI LA MAFIA BIANCA (1973)

Regia Luigi Zampa; sogg. e scen. Dino Maiuri, Massimo De Rita; dir.fot. Giuseppe Ruzzolini (Technicolor); mus. Riz Ortolani; mo. Franco Fraticelli; ass.mo. Sergio Fraticelli, Enzo Meniconi; a.mo. Rosetta Narducci; scg. Flavio Mogherini; co. Emilio Baldelli; arr. Daniele Mogherini; o.g. Angelo Jacono; i.p. Lillo Capoano; s.p. Giuseppe Mangogna, Carlo Cucchi; a.re. Tony Brandt, Sofia Scandurra; op. Elio Polacchi; ass.op. Marcello Mastrogirolamo; tr. Giuseppe Capogrosso; a.tr. Cristina Rocca; parr. Mirella Ginnoto; fo. Mario Faraoni, Giancarlo Laurenzi; eff.so. Luciano Marinelli; ediz. Lillo Capoano; uff.st. Lucherini, Rossetti, Spinola. Interpreti: Gabriele Ferzetti (prof. Daniele Vallotti), Enrico Maria Salerno (dr. Giordani), Senta Berger (suor Maria), Luciano Salce (Enrico), Claudio Gora (prof. Calogeri), Tina Lattanzi (madre di Vallotti), Enzo Garinei (dr. Betti), Antonella Steni (moglie di Enrico), Sandro Dori (dr. Casati), Ernesto Colli (un operaio), Ezio Sancrotti (dr. Fabiani), Luciano Rossi (figlio di un paziente), Roberto Bisacco (avv. Donati), Tom Felleghy (prof. alla riunione), Claudio Nicastro (industriale farmaceutico), Giancarlo Cortesi, Carlo Foschi (studenti universitari), Pier Luigi Modesti (Marco Loris), Gino Pernice (un dottore), Gabriella Boccardo (una suora), Piera Degli Esposti (sig.ra Marchetti), Francesco D’Adda (giornalista tv), Enrico Marciani (il dottore di Enrico), Aldo Vasco, Emilio Marchesini, Giuliana Rivera (la donna che protesta), Giorgio Sammartin, Federico Scrobogna (Ricky), Franca Scagnetti (una paziente in ambulatorio), Guido Spadea (Tanzi), Vito Passeri (il segretario amministrativo), Fausto Tommei (il paziente sportivo), Pia Velsi (sua moglie), Paolo Rosani (il marito di una paziente), Vittorio Mezzogiorno (il giornalista Laurenzi), Gino Pagnani (malato in ambulatorio), Sergio Fiorentini (prof. Bonanni), Fernando Cerulli (un pazzo), Jimmy il Fenomeno (pazzo nella cella imbottita). Produzione: Roberto Loyola per Roberto Loyola Cin.ca; pr.es. Raimondo Castelli; durata: 100’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 3.11.1972, n. 5373 – Stabilimenti di produzione: Cinecittà – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 2767 – Data inizio lavorazione: 18.9.1972 – Prima proiezione: 25.8.1973, al cinema Ar. Italia di Cesenatico (FO) – Programmazione: 16 città capozona, 819 giorni, £ 532.225.000 – Incasso: £ 1.435.885.000 – Titolo di lavorazione: La mafia bianca – Titoli stranieri: Secret of a Nurse (USA). Luigi Zampa nominato per la Palma d’oro come miglior regista al Festival di Cannes 1973.

TRAMA: Il prof. Daniele Vallotti è un barone della medicina che opera in un ospedale approfittando dei pazienti più facoltosi e, per darsi un manto carità, visita gratis una volta alla settimana i pazienti più indigenti in un ambulatorio. Vallotti è un uomo corrotto ed irresponsabile, disposto a mandare in malora un’operazione pur di risolvere i suoi guai fiscali. È circondato di medici servili e succubi, disposti a tutto pur di entrare nelle sue grazie. Solo il dottor Giordani, uomo di mezz’età senza ambizioni e dedito all’alcool, gli fa da fronda, anche perché, oltre ad essere un ottimo professionista, è costituzionalmente onesto. Sarà proprio Giordani a denunciare Vallotti dopo l’ennesima malefatta del medico, ma Vallotti, aiutato dai medici dell’ospedale, tende una trappola a Giordani, costringendolo a sbagliare un’operazione. Per non essere accusato di omicidio colposo, Giordani ritira la denuncia. Ma Vallotti non riuscirà a godersi il trionfo.

BIBLIOGRAFIA: R. Saltarelli, «Cinesex», 26, 15.5.1973; Dario Zanelli, «Il Resto del Carlino», 7.9.1973; Maurizio Cavagnaro, «Corriere Mercantile», 14.9.1973; V. Rossi, «Il Secolo XIX», 14.9.1973; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 15.9.1973; M. Cipolla, «Il Lunedì», 17.9.1973; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 19.9.1973; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 19.9.1973; Vice, «Avanti!», 22.9.1973; Giacomo Gambetti, «Rivista del cinematografo», 8-9, ago.-set. 1973; Tullio Kezich, «Panorama», 4.10.1973; Mino Argentieri, «Rinascita», 12.10.1973; Leo Pestelli, «La Stampa», 28.10.1973; Antonio Mazza, «Rivista del cinematografo», 10, ott. 1973; Gregorio Napoli, «Il Domani», 15.11.1973; Mino Argentieri, «Cinema 60», 94, 1973J. Lajeunesse, «Saison ‘73», 1973; Anonimo, «Film Spiegel», 18, 1978; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Al di là delle reazioni emotive, il film costituisce un utile spunto di dibattito sulle strutture sociali che consentono il mercato della salute e della speranza. Su questo versante Zampa dunque si guadagna rispetto e simpatia. Peccato però che la efficacia della denuncia sia molto indebolita dalla rozzezza dell’architettura drammatica. […] Quasi incredibile è infine che Zampa, uomo di gusto, sia caduto nella trappola tesagli dagli sceneggiatori con l’inventare prima un amore impossibile fra Giordani e una suora (Senta Berger) e poi un consulto a un miliardario (Luciano Salce) che soffre di priapismo.

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 15.9.1973

[…] La principale cura di Zampa di procurare svolte, imprevisti e suspense alla vicenda, non gli ha tuttavia impedito di far sentire, in forma sia pure romanzesco-divulgativa, l’urgenza d’una riforma sanitaria in Italia. Ferzetti, che sfiorò il premio a Cannes, è l’eccellente protagonista, sfortunato solo in quanto il contesto non è dei più puri: secondandolo bene Salerno (Giordani), la bella Senta Berger, Gora, Salce e gli altri.

Leo Pestelli, «La Stampa», 28.10.1973

LA SIGNORA È STATA VIOLENTATA (1973)

Regia, sogg. Vittorio Sindoni; scen. Ghigo De Chiara; coll.scen. Vittorio Sindoni; dir.fot. Safai Teherani (Eastmancolor); mus. Greenfield and Cook; mo. Mariano Faggiani; ass.mo. Anna Pallante; scg. e arr. Giorgio Luppi; co. Adriana Berselli; d.pr. Franco Casati; i.p. Fabrizio Giubilo; s.p. Bruno Ricci; amm. Amerigo Santini; s.ed. Egle Guarino; a.re. Aldo Bruno; op. Wolfango Alfi; ass.op. Luigi Cecchini, Sergio Tolli; tr. Giulio Mastrostefano; parr. Aldo Signoretti; sarta Edwige Franco; fo. Franco De Chiara; mic. Roberto Soffiatti; mix. Alberto Bartolomei; c.s.m. Aldo Martella; c.s.e. Alfredo Colantuoni; attr. Aniello Coppola; uff.st. Nino Venditti. Interpreti: Pamela Tiffin (Pamela), Carlo Giuffré (Sandro Traversa), Enrico Montesano (padre O’Connor), Ninetto Davoli (Palla), Luciano Salce (il monsignore), Franco Fabrizi (il fotografo), Gigi Ballista (ing. Parini), Dominique Boschero (Viviane), Leopoldo Trieste (prof. Baroni), Giuseppe Maffioli (prof. Valenti), Liù Bosisio (sua moglie), Armando Bandini (Lama), Enzo Robutti (investigatore), Orazio Stracuzzi (Mauro il “gobbo”), Carlo Sabatini (infermiere), Filippo De Gara (segretario del monsignore), Teresa Gatta e Paolo Gatti (cantanti in trattoria), Gino Pagnani (Tommasino), Carla Mancini (“Cantanapoli”), Tommaso Palladino, Angela Pagano, Giorgio Gusso, Luigi Gatti, Consuelo Pilar, Willy Mores. Produzione: Vittorio Sindoni e Roel Bos [Glenn Saxson] per Megavision; pr.es. Enzo Giulioli; durata: 90’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 19.10.1973, n. 5613 – Stabilimenti di produzione: Dear Film – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 2769 – Data inizio lavorazione: 13.8.1973 – Prima proiezione: 30.11.1973, al cinema Mediolanum di Milano – Programmazione: 16 città capozona, 396 giorni, £ 212.459.000 – Incasso: £ 894.659.000 – Titoli stranieri: The Lady Has Been Raped (Gb).

TRAMA: Dopo aver ingerito accidentalmente droga durante una cena tra amici ed aver partecipato ad un’orgia, la giovane irlandese Pamela non vuole più avere rapporti sessuali con il marito Sandro, perché convinta di essere stata sodomizzata dal diavolo. Uno psicanalista le spiegherà che è stata violentata sì, ma da un essere molto più terreno di un diavolo: un invitato alla cena. Se Pamela tornerà ad avere un rapporto con il violentatore, sicuramente si sbloccherà. Sandro parte così alla ricerca degli invitati alla festa e cerca di spingere sua moglie tra le loro braccia: ma l’ing. Parini è mutilato proprio lì, l’indiano Samai è omosessuale, il prof. Valenti è un satiro, e nessuno di loro è il colpevole della violenza. Sandro prova anche con un garzone di bar ed il portiere del palazzo, di passaggio nell’appartamento la sera della violenza, senza risultato. Non rimarrebbe che padre O’Connor, confessore spirituale della signora: Sandro e Pamela riescono ad avere addirittura la dispensa del vescovo, ma padre O’Connor fugge. A Sandro non resta che separarsi dalla moglie e partire per Amsterdam, dove scoprirà su una rivista pornografica le foto della moglie nuda. Risalirà al fotografo e scoprirà che quelle foto sono state “rubate” proprio la sera della violenza: ed il violentatore di Pamela è proprio Sandro. Tutto tornerà a posto.

BIBLIOGRAFIA: Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 1.12.1973; David Grieco, «L’Unità», Roma, 1.12.1973; Vice, «Il Messaggero», 1.12.1973; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», 76, 1974; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Ideata e diretta da Vittorio Sindoni senza le discutibili ambizioni dei suoi film precedenti, ma tuttavia debole e insipida. A una sceneggiatura […] alquanto stiracchiata si aggiunge la scarsa vivacità della recitazione […].

Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 1.12.1973

[…] Basato su una comicità grassoccia e a sfondo sessuale il film raggiunge spesso il suo scopo che è quello di far ridere lo spettatore. Ciò grazie anche alla disinvolta regia di Vittorio Sindoni e al brio degli interpreti […].

Vice, «Il Messaggero», 1.12.1973

NIPOTI MIEI DILETTI (1974)

Regia, sogg. Franco Rossetti; scen. Franco Rossetti, Francesco Milizia; dir.fot. Roberto Girometti (Eastmancolor); mus. Gianni Marchetti; mo. Giuseppe Baghdighian; ass.mo. Maurizio Tedesco; amb. e co. Gaia Romanini Rossetti; a.co. e scg. Anna Donati; d.pr. Gianni Minervini; i.p. Stefano Bolzoni; s.ed. Vincenza D’Amico; a.re. Amanzio Todini; consul.rip.esterne Mario Fè; op. Domenico Ciampanella; ass.op. Marcello Anconetani; tr. Manlio Rocchetti; parr. Renata Magnanti; fo. Enrico Blasi; mic. Ennio Coccia; mix. Adriano Taloni; dir.dopp. Mario Maldesi. Interpreti: Adriana Asti (zia Elisabetta), Marc Porel (Marco), Antonio Falsi (Nazzareno), Gian Luigi Chirizzi (Ippolito), Maurizio Bonuglia (Andrea), Mattia Sbragia (Giovannino), Luciano Salce (don Vittorio), Romolo Valli (il professore), Renzo Palmer (Menico), Pina Cei (domestica di Elisabetta), Jole Silvani (la tenutaria), Ettore Ribotta (il federale Pacini), Gennarino Pappagalli (zio Gualtiero), Enzo Spitaleri (medico alla visita di leva), Renato Cortesi, Clemente Baccarini, Aurelio Egidi, Andrea Picchioni, Alessandro Perrella, Carla Mancini, Nancy Lecchini, Teresa Passante. Produzione: Gianni Minervini per Pan Hubris; durata: 100’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 18.12.1973, n. 5658 – N.O. n. – Stabilimenti di produzione: Vides – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 2629 – Data inizio lavorazione: 19.11.1973 – Prima proiezione: 22.4.1974, al cinema Ariston di Pessano Bornago (MI)– Programmazione: 14 città capozona, 182 giorni, £ 65.663.000 – Incasso: £ 463.355.000 – Titolo di lavorazione: I nipoti della lupa – Titoli stranieri: My Dear Nephews (Gb).

TRAMA: Lucca, 1935. In una villa di campagna vive Elisabetta Cenci Lisi, nel culto del padre Ippolito, invalido e scienziato, e circondata dall’affetto di tre nipoti: l’aitante Marco, l’efebico Ippolito, il timido Giovannino. Sono gli anni del fascismo in ascesa ed un quarto nipote, Andrea, del tutto estraneo alla dolcezza della zia, tenta di farla interdire per assicurarsi le sue proprietà e fare della villa un albergo. Mussolini dichiara la guerra in Abissinia e per impedire che i suoi tre nipoti prediletti partano volontari, Elisabetta si concede loro sessualmente. La donna confessa il proprio peccato allo sbigottito don Vittorio e promette che, appena finita la guerra, si allontanerà dai nipoti. Nel frattempo scopre che il servitore Nazzareno è in realtà anch’esso suo nipote ed è il vero erede dell’ingegno di suo nonno. Senonché, scoppia la guerra civile in Spagna e stavolta i nipoti decidono di partire davvero volontari: anche Nazzareno, costretto a partire da un inganno del malefico Andrea. Impazzita dal dolore, Elisabetta si presenta in stazione e si denuda di fronte al treno dei volontari, in un ultimo disperato tentativo di trattenere i giovani. Verrà interdetta e condotta in manicomio dai parenti.

BIBLIOGRAFIA: R. A., «L’Unità», Roma, 25.4.1974; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 25.4.1974; M. F., «Il Popolo», 25.4.1974; S. E., «Paese sera», 26.4.1974; Salvatore Piscicelli, «Avanti!», 27.4.1974; Enrico Rossetti, «L’Espresso», 5.5.1974; Sandro Casazza, «La Stampa», 19.5.1974; Gregorio Napoli, «Il Domani», 30.5.1974; F. A., «Il Giorno», 8.6.1974; Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 9.6.1974; Piero Virgintino, «La Gazzetta del Mezzogiorno», 30.6.1974; Mauro Manciotti, «Il Secolo XIX», 28.7.1974; Claudio G. Fava, «Corriere Mercantile», 29.7.1974; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Bertolino, Ettore Ridola, Vizietti all’italiana, Igor Molino Editore, Firenze 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

Davvero una sorpresa. […] Ora all’interno di un racconto risolto senza inutili forzature e senza compiacenze in stile grottesco, Franco Rossetti elabora un convincente pamphlet antifascista, non generico, ma sulla base di molte e efficaci notazioni comico-satiriche che finiscono per offrire un’immagine sociologico-politica impietosa di un ambiente di un momento storico. […]

A., «L’Unità», 25.4.1974

[…] Nonostante le buone intenzioni, il film è rimasto tutto in superficie, sia come edificante quadretto d’epoca, sia come curioso studio psicologico. Il racconto non prende l’aire a causa di un assai povero senso del grottesco, che impedisce alle immagini di acquistare il necessario mordente e alle situazioni di avviarsi dinamicamente verso persuasive soluzioni tragicomiche. Né può smuovere le acque l’impegno della pur generosa protagonista Adriana Asti e di quanti la circondano […] Luciano Salce e Romolo Valli, rispettivamente in quelli di un interdetto confessore e di un presago professore ebreo. […]

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 25.4.1974

UOMINI DURI (1974)

Regia Duccio Tessari; sogg. e scen. Luciano Vincenzoni, Nicola Badalucco; dir.fot. Aldo Tonti (Technicolor); mus. Isaac Hayes; coord.mus. Lester Snell; mo. Mario Morra; ass.mo. Giancarlo Tiburzi; scg. Francesco Bronzi; arr. Franco Fumagalli; co. Marina De Tullio; d.pr. Carlo Bartolini; i.p. Emanuele Spatafora, Giuseppe Della Pria; s.p. Lucia Nolano a.re. Gianni Cozzo; m.armi Nazzareno Zamperla; op. Luciano Tonti; tr. Giannetto De Rossi; parr. Mirella Sforza; sarta Elise Servet; fo. Rocco Roy Mangano, Paul Oddo; f.sc. Alfonso Avincola. Interpreti: Lino Ventura (padre Charlie), Isaac Hayes (Lee Stevens), Fred Williamson (Joe Snake), Vittorio Sanipoli (Mike Petralia), Paula Kelly (Fay Collins), William Berger (cap. Ryan), Lorella De Luca (Anna Lombardo), Luciano Salce (il vescovo), Jacques Herlin (“Tequila”), Guido Leontini (serg. Sam), Mario Erpichini (Gene Lombardo), Jess Hahn (il barista), Thurman E. Scott (Tony), Joel Cory (camionista), Dutchell Smith (autostoppista), Ira Rogers (Lou), Margot Novick (prostituta), Tommy Brubaker (Hood), Buddy Stein (tassista), Max Klevin (l’omaccione), Walt Scott (uno sgherro di Petralia), Frank Grimaldi (Blinky), Emanuele Spatafora (Joe Bell), Hans Jung Bluth (il meccanico), Claudio Ruffini (Roy), Romano Puppo. Produzione: Dino De Laurentiis per Inter.Ma.Co. (Roma), Columbia Film (Parigi); durata: 92’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 24.8.1973, n. 5576 – Stabilimenti di produzione: – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2500 – Data inizio lavorazione: 13.8.1973 – Prima proiezione: 13.8.1974, al cinema Ritz di Roma – Programmazione: 16 città capozona, 268 giorni, £ 172.590.000 – Incasso: £ 761.271.000 – Titoli stranieri: Three Tough Guys (Usa). Duccio Tessari sostituisce alla regia Michele Lupo.

TRAMA: A Chicago, padre Charlie (ex detenuto ed ex malavitoso) indaga sulla morte di un suo parrocchiano italoamericano, Gene Lombardo, investigatore assicurativo sulle tracce dell’autore di una rapina in banca da un miliardo. Padre Charlie è aiutato nelle sue indagini da Lee Stevens, ex capitano di polizia, espulso dal corpo perché considerato colpevole della rapina. Nel tentativo di rintracciare il colpevole, i due si imbattono in un alto numero di morti, negli scagnozzi del boss mafioso Mike Petralia – anche lui sulle tracce del caso – e finiscono per essere sospettati dal capitano Ryan come i veri colpevoli degli omicidi. Ma alla fine, anche grazie all’aiuto del vescovo di Charlie, riescono a scoprire l’insospettabile (?) colpevole.

BIBLIOGRAFIA: Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 24.8.1974; Morando Morandini, «Il Giorno», 24.8.1974; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 24.8.1974; Vice, «Il Messaggero», 24.8.1974; Franco Cordelli, «Paese Sera», 25.8.1974; Mauro Manciotti, «Il Secolo XIX», 25.8.1974; Sa. Pet., «Avanti!», 25.8.1974; Piero Virgintino, «La Gazzetta del Mezzogiorno», 30.8.1974; Vice, «Il Resto del Carlino», 30.8.1974; Leo Pestelli, «La Stampa», 6.9.1974; G. Allombert, «Saison ‘74», 1974; Anonimo, «Stars e Cinéma», 11, 1974; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Lento e noioso negli sviluppi del racconto, scarso di mordente nelle scene d’azione. Queste cose bisogna, almeno, lasciarle fare agli americani. Da Tessari, tuttavia, ci saremmo aspettati qualcosa di più divertente. […]

Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 24.8.1974

[…] Il racconto è piuttosto debole di reni, non evita lentezze e ripetizioni, non rispetta sempre il buon gusto. Per contro la fotografia d’Aldo Tonti prospetta saporiti recessi di Chicago, e Ventura […], anche se non all’apice della persuasione, è però sempre Ventura, e la sua carica di simpatia non fallisce del tutto neppure questa volta. Gli fa da spalla, oltreché Salce (il vescovo), il compositore Isaac Hayes che ha firmato la colonna musicale.

Leo Pestelli, «La Stampa», 6.9.1974

IL DOMESTICO (1974)

Regia Luigi Filippo D’Amico; sogg. e scen. Sandro Continenza, Raimondo Vianello; dir.fot. Sandro D’Eva (Eastmancolor); mus. Piero Umiliani; mo. Renato Cinquini; ass.mo. Carlo Marino; a.mo. Mario Recupito; scg. e arr. Ennio Michettoni, Franco Velchi; ass.arr. Enrico Luzzi; co. Luciana Fortini; ass.co. Elisabetta Poccioni; d.pr. Agostino Pane; i.p. Aldo Buzzanca; s.p. Paolo Vandini; amm. Renato Pecoriello; s.ed. Maria Pia Rocco; a.re. Massimo Manasse; ass.re. Mario Garriba; op. Giuliano Grasselli; ass.op. Gianni Bonivento; tr. Franco Di Girolamo; parr. Rosetta Luciani. Interpreti: Lando Buzzanca (Rosario Cavaduni), Martine Brochard (Rita Peligotti), Luciano Salce (il regista), Arnoldo Foà (ing. Ambrogio Peligotti), Enzo Cannavale (commendator Sparano), Silvia Monti (creatrice di moda), Eleonora Fani (Martina), Femi Benussi (Bruna), Erika Blanc (Silvana), Paolo Carlini (Andrea Donati), Nanda Primavera (maîtresse), Renzo Marignano (Giacomo), Antonino Faà Di Bruno (principe Eugenio Marescalli), Josiane Tanzilli (amichetta della creatrice di moda), Gordon Mitchell (gen. Von Werner), Camillo Milli (direttore carcere), Mico Cundari (capo polizia carcere), Empedocle Buzzanca (ufficiale in caserma), Malisa Longo (Ester), Elena Tricoli (governante di Badoglio), Franco Cirino (se stesso), Sandro D’Eva (se stesso), Antonio Pesce, Carla Mancini. Produzione: Medusa Distribuzione; pr.es. Renato Jaboni; durata: 104’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 26.6.1974, n. 5807 – Stabilimenti di produzione: Dear-Incom, via Nomentana, 833 – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 2823 – Data inizio lavorazione: 10.6.1974 – Prima proiezione: 4.10.1974, al cinema Edison di Treviso – Programmazione: 16 città capozona, 800 giorni, £ 668.312.000 – Incasso: £ 1.946.734.000.

TRAMA: È la storia di Rosario Cavaduni, detto Sasà, domestico nato. Nominato attendente di Pietro Badoglio proprio l’8 settembre del 1943, è condotto in Germania dove fa da domestico al generale Von Werner, e poi, dopo la liberazione, passa a servire un ufficiale americano. Nei primi anni del dopoguerra diventa domestico del produttore cinematografico Sparano e di sua moglie, l’attrice Bruna: è convinto da un regista neorealista ad improvvisarsi attore, con esiti disastrosi. Passa quindi al servizio di un nobile romano, paralitico ma puttaniere, che muore d’un colpo al momento dell’approvazione della Legge Merlin. Negli anni del boom economico diventa domestico di un architetto e di una disegnatrice di moda dai gusti sessuali molto particolari, e si licenzia per sopravvenuto schifo. Per ritrovarsi al servizio di un ingegnere e di sua moglie Rita, un’ex prostituta che aveva conosciuto dentro un bordello. Il giorno dello sbarco della Luna, Sasà riesce a guarire la figlia di lei, fortemente strabica, ma anche molto attratta dal domestico. Per riconoscenza, l’ing. Peligotti lo nomina segretario e lo usa come paravento per corrompere industriali e ministri. Scoperto, Sasà finirà in prigione, dove continuerà a servire la sua vocazione.

BIBLIOGRAFIA: Rodolfo Berger, «Il Giornale», 11.10.1974; Pietro Bianchi, «Il Giorno», 11.10.174; Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 11.10.1974; Mirella Acconciamessa, «L’Unità», Roma, 12.10.1974; Franco Cordelli, «Paese Sera», 12.10.1974; Vice, «Il Messaggero», 12.10.1974; M. F., «Il Popolo», 15.10.1974; Piero Virgintino, «La Gazzetta del Mezzogiorno», 20.10.1974; Sandro Casazza, «La Stampa», 27.10.1974; Anonimo, «Il Secolo XIX», 3.11.1974; M. Cipolla, «Il Lunedì», 4.11.1974; Claudio G. Fava, «Corriere Mercantile», 4.11.1974; Vice, «Il Resto del Carlino», 6.12.1974; M. Tessier, «Ecran», 83, set. 1979; A. Garel, «Saison ‘80», 1980; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Se è innegabile che l’idea di Luigi Filippo D’Amico era gustosa e intelligente, altrettanto innegabile è che essa viene messa al servizio di una serie di episodi più o meno parodistici, viziati e consunti da un certo stile di commedia all’italiana. Cosicché le situazioni sono in gran parte previste e la satira vera e la tensione critica sono quasi del tutto assenti.

Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 11.10.1974

[…] Ne è scaturito un quadro, tuttavia, di modesta fattura, prevalendo in esso non già la satira efficace e la critica di costume sapiente, ma quel genere di parodia e di grassa comicità che conferiscono al film solo il carattere di divertimento lasciando poco spazio per serie riflessioni. E così come costruito, il divertimento non è certo lesinato, avendo la regia saputo sfruttare a dovere le molte situazioni umoristiche di cui il copione si avvale. […]

Vice, «Il Messaggero», 12.10.1974

AMORE MIO NON FARMI MALE (1974)

Regia Vittorio Sindoni; sogg. e scen. Ghigo De Chiara, Vittorio Sindoni; dir.fot. Safai Teherani (Eastmancolor); mus. Enrico Simonetti; mo. Mariano Faggioni; ass.mo. Gisella Nuccitelli; scg. Giorgio Luppi; co. Adriana Berselli; d.pr. Franco Casati; i.p. Adriano De Lorenzo; s.p. Bruno Ricci; amm. Ermete Santini; s.ed. Egle Guarino; a.re. Aldo Bruno; ass.re. Franco De Chiara; op. Wolfango Alfi; ass.op. Luigi Cecchini, Alessandro Casati; tr. Giulio Mastrantonio; parr. Patrizia Corridoni; sarta Lamberta Baldacci; fo. Tano Cuva, Mario Messina; mic. Valentino Signoretti; mix. Danilo Moroni; c.s.m. Eraldo Martella; c.s.e. Ennio Di Stefano; f.sc. Cesare Ferzi; uff.st. Nino Vendetti. Interpreti: Walter Chiari (Paolo De Simone), Luciano Salce (avv. Carlo Foschini), Macha Méril (Linda De Simone), Valentina Cortese (Sabina Maria Foschini), Leonora Fani (Anna De Simone), Roberto Chevalier (Marcello Foschini), Gabriella Giorgelli (Cicci), Leopoldo Trieste (avv. Musumeci), Ninetto Davoli (Ninetto), Pia Velsi (sora Teresa), Enzo Robutti (Laganà), Mico Cundari (il medico), Filippo De Gara (pubblico ministero), Sandra Mantegna (Wanda), Gino Pagnani (il tassista), Franca Scagnetti (la portiera), Angelo Pellegrino (il “ragioniere”), Valentino Simeoni (“Castagnola”), Giuliano Persico (“Nasone”), Gino Rocchetti, Carla Mancini, Renato Campese, Beppe Valenti, Orazio Stracuzzi. Produzione: Nicholas De Witt per Megavision Sepac; pr.es. Enzo Giulioli; durata: 100’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 17.9.1974, n. 5840 – Stabilimenti di produzione: Dear Spa – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 2700 – Data inizio lavorazione: 10.6.1974 – Prima proiezione: 15.10.1974, al cinema Ariston di Borgo S. Maria (LT) – Programmazione: 16 città capozona, 849 giorni, £ 578.871.000 – Incasso: 1.216.895.000.

TRAMA: I tentativi teneri ed esilaranti di Anna De Simone e Marcello Foschini, studenti all’ultimo anno del liceo classico, di avere il loro primo rapporto sessuale. Le ansie ed i tremori, tipici dei due ragazzi, sono amplificati dalle rispettive famiglie: soprattutto dal padre di lei, pilota d’aereo terrorizzato dall’ipotesi che la figlia possa cadere nelle mani di un mostro; e dalla madre di lui, bigotta e possessiva, convinta che il figlio possa perdersi definitivamente. Però, anche il padre del ragazzo, permissivo e contento del gran passo del figlio, non sa come regolarsi quando Marcello si scopre impotente: lo spinge tra le braccia di una prostitua, gli consegna le chiavi del suo ufficio di avvocato: con esiti tragicomici. Alla fine, però, la forza dell’amore tra i due ragazzi vincerà su tutto, ed anche le rispettive coppie di genitori usciranno migliorate dal sano rapporto tra i loro figli.

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «Il Giornale», 18.10.1974; R. P., «Corriere della Sera», 19.10.1974; Aurora Santuari, «Paese sera», 19.10.1974; Aggeo Savioli, «L’Unità», 19.10.1974; Vice, «Il Messaggero», 19.10.1974; B. S., «Il Giorno», 21.10.1974; S. P., «Avanti!», 22.10.1974; Maurizio Cavagnaro, «Corriere Mercantile», 29.11.1974; Anonimo, «Il Secolo XIX», 29.11.1974; Achille Valdata, «La Stampa», 2.1.1975; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Messo di fronte a una storia pulita (cosceneggiata con Sindoni da Ghigo De Chiara), correttamente impostata dal punto di vista psicologico, solo un po’ forzata nei toni comico-brillanti che tuttavia registrano diversi momenti di sicuro divertimento. […] Salce involgarisce il personaggio dell’avvocato padre del ragazzo.

Aurora Santuari, «Paese sera», 19.10.1974

Amore mio non farmi male di Vittorio Sindoni svolge tale delicato tema senza indulgere in alcun compiacimento pornografico: sicché alquanto assurdo risulta il divieto impostogli per i minori di anni diciotto. Esso si distrae però ogni tanto dal perseguimento della non futile morale per consentire allo spettatore di divertirsi in compagnia di interpreti più preoccupati del proprio personaggio che del quadro d’insieme. Walter Chiari da un lato e Valentina Cortese la fanno così da mattatori, assieme a Luciano Salce e Macha Meril. […].

Vice, «Il Messaggero», 19.10.1974

COMMISSARIATO DI NOTTURNA (1974)

Regia Guido Leoni; sogg. Guido Leoni, Giacomo Furia; scen. Guido Leoni, Giacomo Furia, Sergio Gobbi; dir.fot. Claudio Racca (Eastmancolor); mus. Renato Rascel; mo. Marcello Malvestito; ass.mo. Massimo Latini; scg., arr. e co. Luciano Vincenti; d.pr. Silvio Siano; i.p. Sergio Parrinello; a.re. Ettore Mosca; ass.re. Diego Chialant; tr. Lamberto Marini; parr. Marcello Longhi; sarta Teresa Morelli; fo. Ignazio Bevilacqua; mic. Rolando Parrinello; mix. Venanzio Biraschi; c.s.e. Gaetano Coniglio; c.s.m. Teodorico Memè; f.sc. Mauro Paravano. Interpreti: Gastone Moschin (comm. Emiliano Borghini), Rosanna Schiaffino (Sonia, la prostituta), Giacomo Furia (brigadiere Santini), Leopoldo Trieste (brigadiere Spanò), Luciano Salce (on. Luigi Colacioppi), Giorgio Ardisson (Amedeo Furlan, detto il “laureando”), Maurice Ronet (Littorio Cazzaniga), Antonio Casagrande (Gennaro, il capo famiglia), Carlo Giuffré (Antonio Cannavale, detto “Teodoro Mezzarecchia”), Emma Danieli (Lucia Bencivenga), Liana Trouché (Luisa Borghini), Mario Valdemarin (dott. Ferrari), Gisela Hahn (la turista tedesca), Aldo Bufi Landi (l’appuntato), Michele Gammino (brigadiere Frascà), Nerina Montagnani (donna che vuole sparare ai ladri), Luciano Rossi (marinaio polacco), Vittorio Stagni (brigadiere Cacace), Bruno Scipioni (brigadiere Valentini), Alfredo Varelli (agente Esposito), Any [Annie] Cordy (Pupa), Jean Lefèvre (Dindino), Roger Coggio (Cristoforo), Christian Marin (il guardiano notturno), Lorenzo Piani, Sergio Parri, Ada Pometti, Anne Roger, Gely Genca, Clara Bindi. Produzione: Paolo Prestano, Anselmo Parrinello per Naxos Film (Roma), Paris Cannes Productions (Parigi); durata: 95’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 7.6.1973, n. 5517 – N.O. n. 63198 del 3.8.1973 – Stabilimenti di produzione: Dear Spa – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 2860 – Data inizio lavorazione: 19.3.1973 – Prima proiezione: 18.10.1974, al cinema Astra di Cosenza – Programmazione: 1 città capozona, 13 giorni, £ 7.949.000 – Incasso: £ 57.556.000 – Titoli stranieri: Commissariat de nuit (Fra). La canzone «9 di sera in città» (G. Leoni – R. Rascel) è cantata dai 4+4 di Nora Orlandi, la canzone «Addio sera» (G. Leoni – R. Rascel) da Renato Rascel. Esce a Milano l’11.8.1976: due giorni di programmazione.

TRAMA: È il racconto della prima notte del commissario Borghini alla Questura di Roma. Tra un industriale derubato del suo portafoglio mentre cerca di vendere una partita di S. Gennaro in India, tre adulteri che cercano di coprire la loro lite sfociata in una sparatoria, una famiglia napoletana che s’è insediata in un autobus notturno, un onorevole toscano con il figlio drogato, un via vai di prostitute, papponi e travestiti, aiutato dall’inflessibile brigadiere Spanò e dal pasticcione brigadiere Santini (costretto continuamente a cambiarsi d’abito), il commissario Borghini cerca di risolvere il caso di una prostituta accoltellata nei pressi di Villa Borghese: scoprirà l’assassino, ma sarà costretto a lasciare libero il vero “colpevole”.

BIBLIOGRAFIA: Piero Virgintino, «La Gazzetta del Mezzogiorno», 1.12.1974; Gi. Piacentino, «Il Giornale», 12.8.1976; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] È dunque un film leggerino (come la maggior parte di quelli finora diretti da Leoni) che, comunque, si fa seguire, alla stregua delle commedie italiane degli anni Cinquanta, per un certo garbo e per un rilevante apporto degli interpreti. Tra l’altro la struttura del film ad episodi ha concesso al regista di disporre di molti noti attori, anche se i veri «numeri uno» non sono che un paio.

Gi. Piacentino, «Il Giornale», 12.8.1976

UN UOMO, UNA CITTA’ (1974)

Regia Romolo Guerrieri; sogg. dal romanzo Il commissario di Torino di Riccardo Marcato e Piero Novelli; scen. Mino Roli [Erminio Pontiroli], Nico Ducci [Domenico Comanducci]; dir.fot. Aldo Giordani (Eastmancolor); mus. Carlo Rustichelli; mo. Antonio Siciliano; ass.mo. Lina Caterini; scg. Eugenio Liverani; co. Andrea Zani; d.pr. Antonio Girasante; i.p. Renato Panetuzzi, Elio Ottaviani; s.p. Pietro Salerno; amm. Fernanda Ventimiglia; s.ed. Marisa Agostini; a.re. Renato Rizzuto; op. Sergio Bergamini; tr. Raffaele Cristini; parr. Marcella Favella; fo. Ettore Cappa; mix. Gianni D’Amico; f.sc. Enzo Falessi. Interpreti: Enrico Maria Salerno (comm. Michele Parrino), Luciano Salce (Paolo Ferrero), Françoise Fabian (Cristian Cournier), Paola Quattrini (Anna), Francesco Ferracini (agente Balistrieri), Monica Monet (Luisa Crami), Raffaele Curi (Franco), Paolo Carlo Puri (Vittorio Garotti), Bruno Zanin (Sergio), Gipo Farassino (maresciallo Olinto Polito), Tino Scotti (il “cavaliere” Battista), Loris Bazzocchi (Lo Curcio), Maria D’Incoronato (Maria), Attilio Dottesio (medico della polizia scientifica), Vittorio Duse (agente Ragusa), Antonino Faà Di Bruno (col. Peretti), Anna Campori (madre di Sergio), Dino Emanuelli (“Flash”), Igino Bonazzi, Maria Grazia Bosco, Pio Buscaglione, Gianni Cagnazzo, Antonio Cardullo, Carla Mancini, Gianni Mantesi, Bob Marchese, Cinzia Romanazzi, Angelo Sacco, Gino Sovilla, Orazio Stracuzzi, Giuseppe Tammaro, Paulin (il posteggiatore), Egidio Irato. Produzione: Luigi Rovere per Goriz Film; durata: 115’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 4.4.1974, n. 5734 – Stabilimenti di produzione: Safa Palatino – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 3119 – Data inizio lavorazione: 8.4.1974 – Prima proiezione: 25.10.1974 – Programmazione: 16 città capozona, 525 giorni, £ 172.590.000 – Incasso: £ 1.309.698.000 – Titoli stranieri: City Under Siege (Usa).

TRAMA: La vita del commissario di Torino Michele Parrino, coscienzoso nei metodi d’indagine e democratico nei modi e nella condotta, si confronta con i diversi casi che gli presenta la città: il suicidio di una ragazza imputata di aver “sedotto” un minorenne; la rapina da un treno postale ad opera di tre ragazzi della Torino “bene, risolta in una carneficina; il caso di un ex-operaio della Fiat, impazzito dopo essere stato pensionato; il suicidio di un ragazzo meridionale non integrato. Sostenuto dalla dolce fidanzata Anna e dall’amico Paolo, giornalista scettico e dedito alla bottiglia, il commissario Parrino deve risolvere il caso di una ragazza strangolata e violentata, appartenente alla borghesia alta della città: indagando, scopre un giro di droga, di pornografia e di prostituzione che coinvolge una grossa fetta della Torino “bene”. Per questo verrà promosso e sollevato dall’incarico, ed all’amico Paolo verrà impedito di scrivere un articolo sull’argomento. I due si vendicheranno, facendo passare la documentazione del caso ad una prima teatrale al Teatro Regio. Poi Parrino, stanco ed ammalato, si avvierà, solo, nella notte.

BIBLIOGRAFIA: Leo Pestelli, «La Stampa», 1.11.1974; David Grieco, «L’Unità», Roma, 16.11.1974; Aurora Santuari, «Paese sera», 16.11.1974; Vice, «Il Messaggero», 16.11.1974; Rodolfo Berger, «Il Giornale», 17.11.1974; Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 17.11.1974; C. R., «Il Giorno». 19.11.1974; Claudio G. Fava, «Corriere Mercantile», 30.11.1974; A. Ma., «Rivista del Cinematografo», 12, 1974; Davide Pulici, «Nocturno Dossier», 30, gen. 2005; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LA TESTIMONIANZA

Romolo Guerrieri

[…

] Bel film, un film corposo, un film pieno di cose, con un Salerno bravo, con un Salce strepitoso e con Françoise Fabian matura, brava. C’ho messo tanto a girarlo, undici settimane, a Torino, una città che ho amato perché mi ha accolto molto bene […].

Davide Pulici, «Nocturno Dossier», 30, gen. 2005

LE RECENSIONI

[…] Dentro i suoi ristretti confini, questo film sulla «Torino bollente» che non riusciamo a sentire sotto i piedi, potrà essere un po’ balordo, ma non è mogio, non annoia. Provvedono alla bisogna battute tra pepate e scurrili, molte macchiette tra le quali il «giornalista scettico» di Salce e quella di Tino Scotti […].

Leo Pestelli, «La Stampa», 1.11.1974

[…] Salce dà una mano, con la sua interpretazione, a involgarire il personaggio […].

Aurora Santuari, «Paese sera», 16.11.1974

[…] Il film non vuole essere scambiato per un poliziesco di corrente confezione, che si esaurisce con la banale scoperta del colpevole. Pur fra la zavorra di figure e particolari superflui […] o semplicemente patetici, tenta l’analisi dei nostri tempi irrequieti e ambigui e d’una società che minaccia di dissolversi anche laddove appare sgargiante e tronfia. […] Ben servito da dialoghi non sciatti, Enrico Maria Salerno disegna con accortezza la figura del protagonista, assai ben secondato da Luciano Salce nel ruolo d’un cronista cinico, ma non antipatico […]

Rodolfo Berger, «Il Giornale», 17.11.1974

[…] Specie nella seconda parte […] non si può negare una certa scioltezza di narrazione. Ma pervaso dall’ambizione di denunciare tutto e subito, il regista ha trascurato vistosamente i dialoghi e la psicologia dei personaggi, cadendo spesso e facilmente in un facile qualunquismo. […]

Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 17.11.1974

[…] Qui c’è Salerno come perno ideale e tutta una serie di personaggi satellite che a lui comunque fanno riferimento: il giornalista falasamente cinico e caustico ma in realtà resipiscente e di buon cuore, interpretato in maniera eccellente da Luciano Salce; la fidanzata borghese e “semplice” (Paola Quattrini), la tentazione sentimentale rappresentata dall’appetibile Françoise Fabian […].

Davide Pulici, «Nocturno Dossier», 30, gen. 2005

SON TORNATE A FIORIRE LE ROSE (1975)

Regia Vittorio Sindoni; sogg. e scen. Ghigo De Chiara, Vittorio Sindoni; dir.fot. Safai Teherani (Eastmancolor); mus. Enrico Simonetti; mo. Mariano Faggioni; ass.mo. Gisella Nuccitelli; scg. Giorgio Luppi; arr. Stefano Provinciali; co. Adriana Berselli; d.pr. Franco Casati; i.p. Adriano De Lorenzo; s.p. Bruno Ricci; a.s.p. Maarten De Witt; amm. Ermete Santini; cass. Maria Rosaria Bologna; s.ed. Egle Guarino; a.re. Aldo Bruno; ass.re. Franco De Chiara, Vincenzo D’Errico, Stefano Petruzzellis; op. Wolfango Alfi; a.op. Sergio Tolla; ass.op. Luigi Cecchini; tr. Giulio Mastrantonio; a.tr. Giorgio Mastrantonio; parr. Patrizia Corridoni; sarta Lamberta Baldacci; eff.sp. Sergio Basili, Aldo Ciorba; fo. Remo Ugolinelli; mic. Valentino Signoretti; mix. Alberto Bartolomei; c.s.e. Remo Carmosino; elettr. Eolo Tramontani, Maurizio Beccacci, Ennio Di Stefano, Claudio Verdenelli; c.s.m. Eraldo Martella; macch. Giorgio Ventura, Antonio Tomaino, Benito Fabriani; attr. Mauro Vitturini; grupp. Renato Nebolia; f.sc. Antonio Casolia. Interpreti: Walter Chiari (Paolo De Simone), Luciano Salce (avv. Carlo Foschini), Macha Méril (Linda De Simone), Valentina Cortese (Sabina Maria Foschini), Leonora Fani (Anna De Simone), Roberto Chevalier (Marcello Foschini), Leopoldo Trieste (col. Salvatore Pattavina), Enzo Robutti (Laganà), Armando Bandini (commissario di polizia), Pino Ferrara (prof. Fossati), Franca Scagnetti (una popolana), Cinzia Monreale (Gioia), Giuliano Persico (Procacci, detto “Nasone”), Renato Campese, Enrica Saltutti, Rita Orlando, Antonio Maronese, Giuseppe Tuminelli, e con Enrico Simonetti, Safai Teherani, Franco Casati, Adriana Berselli, Giorgio Luppi, Eraldo Martella, Ghigo De Chiara, Vittorio Sindoni ed il resto della troupe (se stessi). Produzione: Luciano Giotti per Megavision Sepac; durata: 105’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 12.9.1975, n. 6030 – Stabilimenti di produzione: Cinecittà – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2832 – Data inizio lavorazione: 16.6.1975 – Prima proiezione: 17.10.1975, al cinema Ariston di Borgo S. Maria (LT) – Programmazione: 16 città capozona, 524 giorni, £ 422.229.000 – Incasso: £ 1.166.858.753.

TRAMA: Anna e Marcello si sposano ed hanno una bambina. I loro rispettivi genitori, seppure entusiasti della nipote, entrano però in crisi, costretti a misurarsi col loro ruolo di nonni e quindi con l’avvicinamento della vecchiaia. Se Sabina e Linda cercano di ringiovanirsi attraverso cure di bellezza, Paolo e Carlo cercano nuove avventure con ragazze molto più giovani di loro, uscendone ogni volta scornati. Capiranno che il gioco è pericoloso quando Paolo, a caccia di una giovane, rischierà di farsi rapire la nipote. Le due coppie usciranno dal loro stato di crisi quando riusciranno a ritrovare un equilibrio sessuale ed a dare alla luce dei nuovi figli, anche se ormai cinquantenni.

BIBLIOGRAFIA: David Grieco, «L’Unità», 12.11.1975; Leo, «Il Messaggero», 12.11.1975; Salvatore Piscicelli, «Avanti!», 13.11.1975; Paolo Fabbri, «Il Giornale», 14.12.1975; Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 14.12.1975; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Eccoli ora qui, Walter e Valentina, che da decenni mantengono e superano quelle loro promesse. Quanto al divertente Luciano Salce, ci fa ascoltare nel finale una battuta contro questa società «vietata ai minori di quarant’anni». Largo ai vecchi? Nessuno di loro lo è, tanto meno la brava Macha Méril, e nemmeno Leopoldo Trieste, impagabile nel ruolo di un colonnello da manicomio. […]

Paolo Fabbri, «Il Giornale», 14.12.1975

[…] Se il film di Sindoni offre occasione d’ilarità, ed alcune ci sono, pur nella caparbia ovvietà dell’insieme, lo si deve alle esibizioni a tutto tondo di tre presenze «sicure» come quelle di Walter Chiari, Valentina Cortese e Luciano Salce: il primo trasformando la sceneggiatura di Sindoni e De Chiara in una serie di «gag» estemporanee e personali, la seconda ironizzando con una grinta e con uno spirito di ottima lega sulla donna travolta dal destino quotidiano (arriva, alla fine, a citare Cecov), il terzo assumendo l’ironico grottesco del suo personaggio. […]

Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 14.12.1975 […]

DI CHE SEGNO SEI? (1975)

Regia Sergio Corbucci; sogg. e scen. Sabatino Ciuffini, Sergio Corbucci, Rodolfo Sonego, Castellano e Pipolo, Bruno Corbucci, Massimo Franciosa, Alberto Sordi; dir.fot. Claudio Cirillo (Technospes); mus. Lelio Luttazzi; mo. Eugenio Alabiso; ass.mo. Giuseppe Romano; scg. Giantito Burchiellaro; arr. Bruno Amalfitano; co. Wayne Finkelman, Bruna Parmesan; o.g. Bruno Altissimi; d.pr. Gianni Cecchin; i.p. Nereo Salustri, Claudio Cuomo; s.p. Vivien Boden; amm. Claudio Saraceni; s.ed. Patrizia Zulini; a.re. Gianni Manganelli, Giorgio Scotton; op. Oddone Bernardini, Enzo Tosi; ass.op. Maurizio Zampagni, Maurizio Cipriani; m.armi. Roberto Alessandri; sc.acrob. Marcello Verziera; tr. Gianfranco Mecacci; a.tr. Marcello Meniconi; parr. Paolo Franceschi; sarta Maura Zuccherofino; fo. Vittorio Massi; mic. Corrado Volpicelli; mix. Romano Checcacci; c.s.e. Bruno Angeletti; c.s.m. Luigi Jetto; f.sc. Paul Ronald. Interpreti: ep. Acqua: Paolo Villaggio (Dante Bompazzi), Giuliana Calandra (Maria), Gino Pernice (medico), Lello Bersani (speaker Tv), Gil Cagné (ballerino night), Luca Sportelli (marito al night), Carmen Russo (ragazza importunata), Barbara Magnolfi (ragazza nella sauna); ep. Aria: Adriano Celentano (Alfredo Astarita, detto Fred Astaire), Mariangela Melato (Clarchette), Maria Antonietta Beluzzi (Maria Vincenzoni), Angelo Pellegrino (Lorenzo), Jack La Cayenne (Enea Giacomazzi, detto Bolero), Lilli Carati (“Chewing-gum”), Dino Emanuelli (uomo seduto sull’auto), Claudio Ruffini (avversario di King Kong), Raf Di Sipio (giurato); ep. Terra: Renato Pozzetto (Basilio), Giovanna Ralli (Cristina), Luciano Salce (il conte Leonardo), Massimo Boldi (amico di Basilio), Enzo De Toma (pendolare che gioca a carte); ep. Fuoco: Alberto Sordi (Nando Moriconi), Ugo Bologna (commendator Ubaldo Bravetti), Lucia Alberti (se stessa), Marcello Di Falco (Cosimo), Marilda Donà (Carolina), Jack La Cayenne (il capo dei gorilla), Ettore G. Mattia (on. Capoccia), Patricia Shirley Corrigan (segretaria tedesca di Bravetti), Flavia Fabiani [Sofia Dionisio] (amante di Bravetti), Alberto Postorino (Agostini); altri interpreti: Mafalda Berri, Roberto Brivio. Produzione: Vides Cin.ca, Primex Italiana; durata: 135’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 4.7.1975, n. 5991 – Stabilimenti di produzione: Vides Cin.ca – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 3641 – Data inizio lavorazione: 21.4.1975 – Prima proiezione: 23.10.1975, al cinema Ideal di Torino – Programmazione: 16 città capozona, 1291 giorni, £ 1.665.594.000 – Incasso: £ 4.380.246.090 (3°).

TRAMA: ep. Terra: Basilio è un pendolare, costretto ad alzarsi tutte le mattine alle quattro per fare il muratore: con sua moglie, però, ha il sogno di farsi prestare cinque milioni per aprire una tabaccheria. Una sera sembra presentarglisi l’occasione: costretto a dormire fuori per un errore, si imbatte nel conte Leonardo e nella sua amante Cristina: Cristina ha bisogno di fumare ed il conte, pur di farsi dare le 200 lire che servono a Basilio, è disposto a pagargliele cinque milioni. In un soprassalto di dignità, Basilio rifiuterà, ma avrà la possibilità di passare una notte con Cristina.

BIBLIOGRAFIA: Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 24.10.1975; Gianni Castellano, «Il Resto del Carlino», 24.10.1975; Sandro Casazza, «La Stampa», 24.10.1975; Paolo Fabbri, «Il Giornale», 24.10.1975; Sergio Frosali, «La Nazione», 24.10.1975; Renato Ghiotto, «Il Giornale d’Italia», 24.10.1975; David Grieco, «L’Unità», Roma, 24.10.1975; Morando Morandini, «Il Giorno», 24.10.1975; Mauro Manciotti, «Il Secolo XIX», 24.10.1975; Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 24.10.1975; Salvatore Piscicelli, «Avanti!», 29.10.1975; Piero Virgintino, «La Gazzetta del Mezzogiorno», 31.10.1975; Maurizio Cavagnaro, «Corriere Mercantile», 1.11.1975; Tullio Kezich, «Panorama», 13.11.1975; Gregorio Napoli, «Il Domani», 13.11.1975; S. R., «Rivista del cinematografo», 2, feb. 1976; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Non manca qua e là qualche gustosa trovata, che la regia di Corbucci, vecchia volpe, mette debitamente in rilievo. Ma nessuna delle quattro storielle ha sufficiente respiro né giunge ad avere un interesse men che epidermico […]. Pesa su tutto la coltre della futilità.

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 24.10.1975

[…] Renato Pozzetto, muratore pendolare e ciclista, presenta una delle sue filastrocche collaudate dal repertorio cabarettistico e televisivo, affiancato da Giovanna Ralli e Luciano Salce. […]

Paolo Fabbri, «Il Giornale», 24.10.1975

PERDUTAMENTE TUO… MI FIRMO MACALUSO CARMELO FU GIUSEPPE (1976)

Regia Vittorio Sindoni; sogg. e scen. Ghigo De Chiara, Vittorio Sindoni; dir.fot. Safai Teherani (Eastmancolor); mus. Enrico Simonetti; mo. Mariano Faggioni; ass.mo. Gisella Nuccitelli; a.mo. Wilma Dell’Antonia, Domenico De Pietro; scg. Vittorio Sindoni; arr. Mario Sertoli, Maurizia Narducci; co. Adriana Berselli; i.p. Adriano De Lorenzo; s.p. Bruno Ricci; a.s.p. Maarten De Witt; amm. Ermete Santini; cass. Maria Rosaria Bologna; rel. pubbl. Tano Cuva; s.ed. Egle Guarino; a.re. Aldo Bruno; ass.re. Franco De Chiara, Vincenzo D’Errico, Stefano Petruzzellis; op. Wolfango Alfi; ass.op. Sergio Tolla; tr. Giulio Mastrantonio; parr. Patrizia Corridoni; sarta Lamberta Baldacci; eff.sp. Sergio Basili, Aldo Ciorba; fo. Remo Ugolinelli; mic. Valentino Signoretti; mix. Danilo Moroni; c.s.e. Ennio Di Stefano; c.s.m. Antonio Tomaino; attr. Mauro Vitturini; f.sc. Antonio Casolini. Interpreti: Stefano Satta Flores (Carmelo Macaluso), Macha Méril (Valeria Lamìa), Luciano Salce (barone Alfonso Lamìa), Cinzia Monreale (Jessica), Leopoldo Trieste (Calogero Liotti), Umberto Orsini (avv. Vito Buscemi), Marisa Laurito (Tindara), Deddi Savagnone (sua madre), Pino Ferrara (avvocato), Renato Pinciroli (don Saverio), Giuliano Persico (Antonino Gemma), Roberto Bonacini (direttore di banca), Peppe Valenti, Lucio Papa, Vito Cipolla, Giuseppe Tuminelli, Alfio Romano, Marina Pizzi. Produzione: Franco Casati per Megavision – Sepac; durata: 100’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 24.12.1975, n. 6103 – Stabilimenti di produzione: Pasquino – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2782 – Data inizio lavorazione: 20.10.1975 – Prima proiezione: 11.2.1976 al cinema Ariston di Borgo S. Maria (LT)– Programmazione: 14 città capozona, 304 giorni, £ 267.524.000 – Incasso: £ 563.153.393 – Titolo di lavorazione: Disperatamente tuo….

TRAMA: Carmelo Macaluso torna in Sicilia dalla Germania con cento milioni, una Mercedes Benz e la voglia di farsi onorare da tutto il paese. Affronta pubblicamente davanti alla chiesa lo svanito barone Lamìa, cui restituisce con gli interessi le cinquecentomila lire di debito che causarono il suicidio di suo padre Giuseppe; poi si fa attrarre dalle grazie di Valeria, la figlia del barone, che ha sognato fin da quando era bambino, piccolo mezzadro alla corte dei Lamìa. Quando tutto è pronto per il matrimonio con Valeria, grazie ad una soffiata di Calogero Liotti, Carmelo scopre che Valeria è l’amante dell’avvocato Buscemi, suo sedicente amico, e che il matrimonio era solo una combinazione per accaparrarsi il patrimonio dei cento milioni. Carmelo così si rivolge all’amico Calogero, ricco possidente terriero, e pensa di sposarne sua figlia Tindara: Calogero è così interessato al matrimonio da spingere sua figlia nel letto di Carmelo, quando si accorge che Valeria e l’avv. Buscemi cercano di irretire Carmelo con le grazie della figlia sedicenne di lei, Jessica. Carmelo cade nella trappola: si fa sorprendere a letto con Jessica da Valeria accorsa con i carabinieri, è denunciato e per evitare il carcere è costretto a patteggiare, consegnando alla famiglia Lamìa l’intero suo patrimonio. Abbandonato da tutti, senza più un soldo, se ne ritorna in Germania a fare l’emigrante.

BIBLIOGRAFIA: Maurizio Cavagnaro, «Corriere Mercantile», 20.2.1976; Mauro Manciotti, «Il Secolo XIX», 20.2.1976; M. F., «Il Popolo», 27.2.1976; Renzo Fegatelli, «La Repubblica», 27.2.1976; Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 27.2.1976; G. Piacentino, «Il Giornale», 27.2.1976; C. R., «Il Giorno», 27.2.1976; C. B., «Avanti!», 28.2.1976; Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 28.2.1976; David Grieco, «L’Unità», Roma, 28.2.1976; Gregorio Napoli, «Il Domani», 4.3.1976; Leo Pestelli, «La Stampa», 9.3.1976; Anonimo, «Il Tempo», 14.3.1976; Piero Virgintino, «La Gazzetta del Mezzogiorno», 17.6.1976; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», 80, 1976; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] L’incisività dei personaggi, la trama lineare e disadorna, il rifiuto dei materiali della farsa siciliana rendono Perdutamente tuo… un film interessante, che pur non avendo la compiutezza di tante commedie americane lascia intravedere un talento cha va lentamente maturando. Né va dimenticato che Sindoni si è avvalso di un gruppo di attori sperimentati: Stefano Satta Flores è il candido Carmelo; Umberto Orsini l’amico-nemico; Leopoldo Trieste il suocero per interesse; Luciano Salce un vecchio barone intronato, appassionato di araldica. […]

Renzo Fegatelli, «La Repubblica», 27.2.1976

[…] Perdutamente tuo è […] un film amabile e spiritoso, più agrodolce che piccante, più pietoso che sarcastico. […] Un attendibile ritratto delle cose siciliane che s’allarga a grottesco lamento sulla vita moderna, dominata dalla maledizione del denaro, e a saporita galleria di figure, tratteggiate in giusto equilibrio tra apologo e farsa. Sindoni s’indirizza tuttora alle grandi platee, e quindi talvolta scivola nel facile, ma sa mandare contenti un po’ tutti con la vivacità delr acocnto, la sveltezza del ritmo, l’arguzia venata d’amaro. […] Un Luciano Salce francamente gustoso nella macchietta del barone […].

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 27.2.1976

[…] Il film mostra un impegno servito con sincerità anche se con mezzi narrativi assai semplici o semplicistici. Non c’è una vera rinuncia ai consueti effetti della commediola all’italiana, versione sicula. Il gioco è scoperto da troppo frequenti ammiccamenti alla meno esigente platea. Ma in cimpenso lo studio degli ambienti e dei caratteri va più a fondo del solito, specie nella descrizione della nequizia umana, padronale o no, contemplata con amarezza. Un’amarezza che nella sequenza finale si fa fitta, pungente. Stefano Satta Flores veste i panni del protagonista con pittoresca, ma talora anche sottile, vivacità. La suadente Macha Méril e l’attraente Cinzia Monreale sono le due aristocratiche, madre e figlia: facendo loro rispettivamente da padre e da nonno un colorito Luciano Salce. […]

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 28.2.1976

I PROSSENETI (1976)

Regia, sogg. e scen. Brunello Rondi; dir.fot. Gastone Di Giovanni (Telecolor); mus. Luis Enriquez Bacalov; mo. Marcello Malvestito; ass.mo. Lidia Pascolini; scg. Elio Micheli; ass.scg. Maria Antonietta Calfiore; co. Anna Maria Fea; d.pr. Anselmo Parrinello; i.p. Sergio Bottiglieri; s.p. Giuseppe Fonti, Stefano Polca; amm. Giuseppe Carciulo, Giuseppe Franciosi; s.ed. Sonia Bencini; a.re. Giancarlo Mucci; op. Giuseppe Di Biase; ass.op. Marcello Anconetani; tr. Lamberto Marini; parr. Anna Cristofani; fo. Ignazio Bevilacqua; mic. Rolando Parrinello; sc.tecn. Celeste Battistelli, Claudio Battistelli; c.s.m. Teodorico Memè; c.s.e. Antonio Rinaldi; dir.dopp. Renao Izzo; f.sc. Mauro Paravano. Interpreti: Alain Cuny (conte Davide), Juliette Mayniel (contessa Gilda), Luciano Salce (Giorgio, il regista), Stefania Casini (Odile), José Quaglio (José, l’ambasciatore), Silvia Dionisio (Silvia), Jean Valmont (Aldobrando), Ilona Staller (Liv), Consuelo Ferrara (Linda), Sonia Jeanine (Jules), Gabriella Lepori (la segretaria), Flavia Fabiani [Sofia Dionisio] (la massaggiatrice), Maria Tedeschi (duchessa Consuelo), Marina Pierro, Sergio Valentini, Ruth Anderson, Giovanna D’Amore Perillo, Anna Marianini, Eros Buttaglieri, Maria Rosa La Fauci, Mattea Grillo, Maurizio Streccioni, Libero Sansavini, Gianfranco Principe, Bruno Arias, Stefano Ferrara, Amedeo Salomon, Antonio D’Aniello. Produzione: Helvetia Cin.ca; durata: 95’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 21.11.1975, n. 6082 – Stabilimenti di produzione: Cave Film Studio (Cave) – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 2756 – Data inizio lavorazione: 15.9.1975 – Prima proiezione: 28.4.1976, al cinema Astra di Novara – Programmazione: 10 città capozona, 68 giorni, £ 31.222.000 – Incasso: £ 117.425.911.

TRAMA: Il conte Davide e sua moglie Gilda si dedicano al nobile mestiere dei ruffiani: vanno alla ricerca di disinvolte fanciulle in fiore e le offrono agli ospiti più strani, cui aprono la loro villa. C’è un ex mercenario e trafficante d’armi che si diverte a torturare una ragazza dall’infelice passato; un regista teatrale che sogna un’avventura conradiana con un’avvenente selvaggia nelle isole Molucche; un mabasciatore che non riesce a dimenticare la moglie che l’ha lasciato e preferisce la sua effigie ad una hostess bene in carne; c’è una ragazza presa dalla strada, irretita e fatta prostituire con l’inganno; una giovane baccante che trasforma la festa di compleanno della padrona di casa in un’orgia.

BIBLIOGRAFIA: David Grieco, «L’Unità», Roma, 27.5.1976; Massimo Pepoli, «Il Messaggero», 27.5.1976; C. B., «Avanti!», 30.5.1976; Giovanna Grassi, «Corriere della Sera», 3.6.1976; Gi. Piacentino, «Il Giornale», 3.6.1976; Sandro Casazza, «La Stampa», 15.6.1976; Vittorio Spiga, «Il Resto del Carlino», 6.7.1976; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] I prosseneti […] nel tentativo di tradurre il più sfrenato erotismo in immagini, imbottisce la sceneggiatura di squallidi e interminabili monologhi ora perversi ora moraleggianti.

Il risultato è un film privo di struttura narrativa, paragonabile a quei vestiti patchwork confezionati con tanti pezzi di stoffa diversi. […] Brunello Rondi, nel tentativo di costruire un patchwork della nostra sconquassata società, ha cucito un prodotto di pessimo gusto dove si fa fatica a collegare i diversi aneddoti, a stabilire rapporti tra gli scollati personaggi. […]

Giovanna Grassi, «Corriere della Sera», 3.6.1976

[…] La generale impressione, comunque, è che I prosseneti si trasformi per il suo autore in una temibile gabbia, quella dell’involuzione intellettualistica, in grado di rinchiudere anche le più sincere ambizioni. […]

Gi. Piacentino, «Il Giornale», 3.6.1976

L’AFFITTACAMERE (1976)

Regia Mariano Laurenti; sogg. e scen. Bruno Corbucci, Paolo Brighenti; dir.fot. Federico Zanni (Telecolor); mus. Ubaldo Continiello; mo. Alberto Moriani; ass.mo. Massimo Cataldo; scg. e co. Claudio Cinini; ass.scg. Giovanni Dionisi Vici; ass.co. Carolina Ferraro, Alessandra Cardini; d.pr. Fabio Diotallevi; i.p. Lamberto Palmieri; s.p. Maria Del Carmen Quadrata; amm. Paolo Romano; s.ed. Maria Teresa Caruffo; a.re. Carmine D’Antuono; op. Elio Polacchi, Michele Pensato; a.op. Mauro Pastorini; tr. Franco Di Girolamo, Antonio Maltempo; parr. Luciano Vito, Gerardo Raffaelli; fo. Goffredo Salvatori; mic. Luigi Salvatori; f.sc. Franco Vitale. Interpreti: Gloria Guida (Giorgia Mainardi), Lino Banfi (Lillino), Enzo Cannavale (Pasquale Esposito), Vittorio Caprioli (on. Vincenzi), Luciano Salce (prof. Edoardo Settebeni), Adolfo Celi (giudice Damiani), Giancarlo Dettori (avv. Armando Mandelli), Fran Fullenwider (Angela Mainardi), Giuseppe Pambieri (Anselmo Bresci), Marilda Donà (Rosaria Damiani), Giuliana Calandra (Adele Bazziconi), Dino Emanuelli (notaio), Francesco D’Adda (Orazio), Vincenzo Crocitti (paziente in sala operatoria), Flora Carosello, Artemio Antonini (il giornalaio), Ettore G. Mattia (il pubblico accusatore), Maria Pia Attanasio (contessa Mainardi). Produzione: Galliano Juso per Cinemaster; durata: 100’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 16.7.1976, n. 6230 – Stabilimenti di produzione: De Paolis – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 2740 – Data inizio lavorazione: 3.5.1976 – Prima proiezione: 13.8.1976, al cinema Ritz di Alassio (SV) – Programmazione: 16 città capozona, 260 giorni, £ 144.193.000 – Incasso: £ 865.894.715.

TRAMA: Giorgia ed Angela ereditano dalla defunta zia, la contessa Mainardi, una grande villa di risistemare, poco fuori Bologna. Le ragazze restaurano la villa e la trasformano in pensione, poi vanno in cerca di clienti. Sfruttando la propria bellezza, Giorgia fa credere che la pensione sia equivoca, così da riempirla dei personaggi più strani: un maresciallo dei carabinieri che deve disintossicare il proprio cane, antidroga ma tossicodipendente; un avvocato fiorentino che deve difendere un medico chirurgo che ha castrato un paziente durante un’operazione di appendicite; il medico in questione; un integerrimo onorevole che si eccita sessualmente firmando i corpi nudi. Un moralista giudice locale si insospettisce del traffico e tende un agguato alle pensionanti, ma è costretto a mettere tutto a tacere quando, in una camera, troverà sua moglie con un tipografo. Tutto si risolverà con la vendita della villa al medico, che la trasformerà in una clinica. Giorgia ed Angela si trasferiranno in Puglia e ricominceranno il loro gioco.

BIBLIOGRAFIA: Cer., «Il Messaggero», 27.8.1976; Piero Virgintino, «La Gazzetta del Mezzogiorno», 27.8.1976; Anonimo, «Il Secolo XIX», 28.8.1976; R. P., «Corriere della Sera», 4.9.1976; Paolo Fabbri, «Il Giornale», 7.9.1976; Paolo Mereghetti, «Il Giorno», 8.9.1976; Achille Valdata, «La Stampa», 10.9.1976; Vice, «Il Domani», 21.10.1976; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Marco Bertolino, Ettore Ridola, Vizietti all’italiana, Igor Molino Editore, Firenze 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Discretamente congegnata, la commediola offre, tra l’altro, anche momenti piacevoli grazie ad una comicità espressa con buoni accenti da Mariano Laurenti. […].

Cer, «Il Messaggero», 27.8.1976

[…] Il cast de L’affittacamere, sproporzionatamente nutrito, comprende fra gli altri Lino Banfi, Vittorio Caprioli, Adolfo Celi, Luciano Salce, Giuseppe Pambieri, al centro dei quali campeggia una Gloria Guida ormai avviata a salutare per sempre i brevi benefici della «bellezza dell’asino».

P., «Corriere della Sera», 4.9.1976

Malgrado il titolo e la presenza di Gloria Guida […] L’affittacamere non è il solito film-sexy o, perlomeno, si limita ad accennare ciò che in tante altre pellicole viene esplicitamente fatto vedere. […] Caprioli […] disegna la figura di un onorevole in incognito che, in cerca di piaceri proibiti, non fa che aggiungere equivoci all’equivoco. Altrettanto azzeccata la figura di moralista non proprio di ferro che offre Adolfo Celi, mentre Salce rappresenta uno svagato chirurgo che, però, sa molto bene quello che vuole. In definitiva una vicenda senza capo né coda, ma che riesce a tenersi alla larga dalla plateale volgarità.

Paolo Fabbri, «Il Giornale», 7.9.1976

MASCHIO LATINO… CERCASI (1977)

Regia, sogg. e scen. Giovanni Narzisi; dir.fot. Angelo Lotti (Vistavision); mus. Lelio Luttazzi; mo. Raimondo Crociani, Marcello Malvestito; ass.mo. Franco Gillia; co. Orietta Nasalli Rocca; scg. Armando Grossi; ass.co. Maria Di Renzo; o.g. John H. Schmeding; d.pr. Bruno Liconti; i.p. Enzo Tacchia; s.p. Anna Tacchia; op. Adolfo Bartoli; Claudio Morabito; ass.op. Roberto Marsigli, Antongiulio Lotti; tr. Fernanda De Rossi; parr. Liliana Dulac; fo. Gaetano Carito; mic. Tullio Scanni; mix. Romano Pampaloni; f.sc. Carlo Carradri; uff.st. Studio Guida. Interpreti: ep. Accadde a Napoli: Vittorio Caprioli (Don Carmine), Gianfranco D’Angelo (Von Mayer), Brigitte Petronio (la prostituta), Aristide Caporale (ladro di valigie), Mauro Vestri (il travestito), Salvatore Furnari (Nanninella); ep. Stanotte o mai più: Gino Bramieri (ing. Bubi Bislecchi/Otto Himmel), Gloria Guida (Igia, la sua amante), Leo Valeriano (Giovanni); ep. L’amnistia: Aldo Maccione (Milcare), Dayle Haddon (l’avvocatessa), Luciano Salce (col. Guido Fiasconi, suo marito); ep. Gennarino l’emigrante: Orazio Orlando (Gennarino Esposito), Stefania Casini (Anna); ep. Scambio made in Germany: Carlo Giuffré (barone Nicolino di Castropizzo), Adriana Asti (Sisina), Anna D’Amico. Produzione: Giulio Scanni per Staff Professionisti Associati, Pelican Film, Capitol International; durata: 112’ (L’amnistia: 16’).

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 15.10.1976, n. 6289 – Stabilimenti di produzione: Elios – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 2894 – Data inizio lavorazione: 12.7.1976 – Prima proiezione: 28.2.1977, al cinema Stella di Bressanone (BZ) – Programmazione: 13 città capozona, 124 giorni, £ 56.576.000 – Incasso: £ 263.961.000 – Titolo di lavorazione: L’amante latino. Rieditato come L’affare s’ingrossa!!! Maschio latino…cercasi.

TRAMA: L’amnistia: l’ex attendente di un colonnello si rivolge alla moglie di lui, suo avvocato, per sapere come sfuggire ad una condanna dopo aver violentato una donna, approfittando della prossima amnistia. Il reato non è ancora stato commesso ma sta per compiersi: l’ex attendente violenterà l’avvocatessa (compiacente) sotto gli occhi del marito, legato ed allibito…

BIBLIOGRAFIA: Paolo Mereghetti, «Il Giorno», 14.3.1977; David Grieco, «L’Unità», Roma, 11.6.1977; Massimo Pepoli, «Il Messaggero», 12.6.1977; Vice, «Corriere Mercantile», 3.12.1977; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», 83, 1978; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Marco Bertolino, Ettore Ridola, Vizietti all’italiana, Igor Molino Editore, Firenze 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] E neanche a dire che ci troviamo di fronte a un vero e proprio pecoreccio nostrano […] perché di osé c’è assai poco, tranne le nudità mostrate però sempre nei limiti dell’incensurabile, delle sexy simbol del momento […]. Qualche risata per merito di Bramieri, Salce, Caprioli e Carlo Giuffré. Per il resto, l’impostazione è quella cabarettistica, a parte la consueta schematizzazione della donna come oggetto sessuale infernale e perverso. […]

Massimo Pepoli, «Il Messaggero», 12.6.1977

[…] La pellicola non difetta certo per l’originalità (alcune delle situazioni presentate sono davvero bizzarre), ma pecca in tutto il resto: le storie traballano da ogni parte, l’umorismo è particolarmente greve, i tentativi di satira (la presa in giro de L’impero dei sensi, ad esempio, nell’episodio dell’emigrante) risultano sovente penosi: non c’è da stupirsi che il signor Narzisi, autore del soggetto e regista del film, non abbia fatto molta fortuna nell’universo di celluloide. Se le prove di D’Angelo e Caprioli sono di media statura, Bramieri sembra impacciato e fuori parte in un episodio poco riuscito (anche se raramente si è vista Gloria Guida così fulgida). E se Maccione e Salce non eccellono, la recitazione di Orazio Orlando è davvero sotto tono.

Marco Bertolino, Ettore Ridola, Vizietti all’italiana, Igor Molino Editore, Firenze 1999

RIDE BENE…CHI RIDE ULTIMO (1977)

Dir.fot. Safai Teherani (Gevacolor); mus. Enrico Simonetti; mo. Gisella Nuccitelli; a.mo. Eloisa Camilli; scg. Giorgio Luppi; a.scg. Maurizia Narducci; co. Barbara Pugliese; i.p. Fabrizio Giubilo; s.p. Maarten De Witt; amm. Ermete Santini; s.ed. Egle Guarino; a.re. Tano Cuva; op. Wolfango Alpi; ass.op. Sergio Tolla; tr. Giulio Mastrantonio; parr. Patrizia Corridoni; eff.sp. Sergio Basili, Aldo Ciorba; fo. Remo Ugolinelli; mic. Valentino Signoretti; f.sc. Antonio Casalini. Produzione: Megavision, P.A.C.; durata: 95’.

Ep. Sedotto e violentato. Regia, scen. Pino Caruso; sogg. Ghigo De Chiara. Interpreti: Pino Caruso (Giuseppe Tarluto), Anna Orefice, Adriana Falco, Livia Romano (le tre turiste straniere), Gabriella Pallotta (Maria Tarluto), Luciano Salce (il maresciallo), Leo Gullotta (il domestico omosessuale), Renato Chiantoni (il giornalista), Luigi Leoni (un paesano), Renato Lupi (il dottore), Ettore G. Mattia (l’avvocato), Stefano Gragnani (altro paesano), Clara Demichelis, Peppe Valente.

Ep. La visita di controllo. Regia, sogg. e scen. Marco Aleandri [Vittorio Sindoni e Luciano Salce]. Interpreti: Luciano Salce (Bepi Pastorino), Orchidea De Santis (Teresa Franzolin), Armando Bandini (Armandino), Giorgio Gusso (il medico), Enrico Maisto (Tony Franzolin).

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 4.8.1977, n. 6427 – Stabilimenti di produzione: De Paolis-I.N.C.I.R. – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2676 – Data inizio lavorazione: 14.6.1977 – Prima proiezione: 27.9.1977, al cinema Palazzone di Borgo Podgora (LT) – Programmazione: 16 città capozona, 374 giorni, 176.412 spettatori, £ 369.000.000 – Incasso: £ 1.066.811.788 – Titolo di lavorazione: Italiano come me. Gli altri episodi sono Arriva lo sceicco (re. Gino Bramieri), Prete per forza (re. Walter Chiari).

TRAMA: Sedotto e violentato: un sacrestano siciliano timorato e bigotto viene abbordato e violentato per gioco da tre turiste scandinave. Il poveretto denuncia il fatto ai carabinieri, ma non viene creduto e viene sbeffeggiato e perseguitato da tutto il paese finché non affermerà di essere

stato lui a violentare le tre donne. A quel punto, sarà un trionfo. La visita di controllo: un viaggiatore di commercio fa una visita di lavoro ad una giovane donna il cui marito è appena andato a caccia, saltando la giornata di lavoro. Quando arriva la visita fiscale, la donna convince il viaggiatore a fingersi suo marito e farsi visitare. Ma quando tornerà a casa il vero marito, ingelosito da un compagno di caccia, sarà difficile per l’uomo spiegare la situazione…

BIBLIOGRAFIA: Vincenzo Bassoli, «Il Resto del Carlino», ?.10.1977; David Grieco, «L’Unità», Roma, 18.11.1977; Leo, «Il Messaggero», 19.11.1977; Anonimo, «Il Giornale», 24.12.1977; Anonimo, «La Stampa», 24.12.1977; Giovanna Grassi, «Corriere della Sera», 28.12.1977; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Tranne il terzo sketch, realizzato da tal Marco Aleandri, tutto il resto il film è opera degli stessi interpreti, improvvisatisi registi. Bando al sesso, alla violenza, al turpiloquio: sulla carta, Ride bene chi ride ultimo dovrebbe essere un perfetto prodotto di evasione. Invece, la mediocità dilaga, non si ride mai, la miseria mentale dà scandalo peggio di un baccanale.

David Grieco, «L’Unità», Roma, 18.11.1977

[…] Si tratta in realtà di quattro brevi sketches (il quarto è diretto da Marco Aleandri e interpretato da Luciano Salce) informato nello stile del cabaret e in cui la simpatia degli interpreti prevale sulle altre componenti. […] La comicità è un po’ corriva, buona per un pubblico di facile contentatura, nonostante qualche tentativo di satira di costume, specie nell’episodio di Caruso.

Leo, «Il Messaggero», 19.11.1977

Il film è composto da quattro episodi pensati, diretti e interpretati secondo tutte le regole del repertorio ridanciano-provinciale-sboccato delle nostre peggiori produzioni pretenziosamente «comiche». Tre dei protagonisti di queste barzellette sceneggiate hanno pensato bene di autodirigersi […], mentre Luciano Salce si è affidato a Marco Aleandri, che l’ha trasformato senza alcuna ironia nel solito rappresentante di commercio in bilico, per una serie di equivoci, tra situazioni boccaccesche. […]

Giovanna Grassi, «Corriere della Sera», 28.12.1977

TANTO VA LA GATTA AL LARDO… (1978)

Regia Marco Aleandri [Vittorio Sindoni e Luciano Salce]; sogg. e scen. Ghigo De Chiara, Vittorio Sindoni; dir.fot. Alfio Contini (Telecolor); mus. Enrico Simonetti; mo. Gisella Nuccitelli; scg. e co. Massimo Lentini; ass.co. Maria Bologna; d.pr. Franco Casati; i.p. Fabrizio Giubilo; s.p. Maarten De Wit; a.s.p. Gianni Altobelli; amm. Ermete Santini; s.ed. Egle Guarino; a.re. Franco De Chiara; ass.re. Attilio Cucari; op. Sandro Tamborra; ass.op. Sandro Grossi; tr. Giulio Mastrantonio; parr. Patrizia Corridoni; fo. Roberto Alberghini. Interpreti: ep. Le tre verginelle: Luciano Salce (Dino Chini), Macha Méril (Vera), Valentina Cortese (Vilma), Orchidea De Santis (la sorella minore), Fiorenzo Fiorentini (altro commesso viaggiatore), Attilio Cucari (il commissario); ep. Fuga nella valigia: Franca Valeri (Maria Pertichini), Fiorenzo Fiorentini (Oreste), Attilio Cucari (il maresciallo), Roberto Bonacini (l’appuntato), Franca Scagnetti; ep. Amore coniugale: Walter Chiari (Teodoro Casadei), Valentina Cortese (Bosco Casagrande); ep. Processo per direttissima: Stefano Satta Flores (“Forza Napoli”), Luciano Salce (Amilcare Terreni, magistrato), Carlo Hinterman (conte Filiberto Amedeo Alighiero Siloni, generale), Cecilia Polizzi (Mariangela Curti Rava, vedova Vinci), Attilio Cucari (il reverendo), Pino Lorin (lo studente di Legge). Produzione: Megavision, P.A.C., Rai; durata: 85’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 16.2.1978, n. 6488 – Stabilimenti di produzione: I.N.C.I.R.-De Paolis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2282 – Data inizio lavorazione: 28.11.1977 – Prima proiezione: 14.2.1978, al cinema Max di Pontinia (LT) – Programmazione: 7 città capozona, 60 giorni, 23.821 spettatori, £ 60.000.000 – Incasso: £ 243.078.787 – Titolo di lavorazione: Tempi nostri.

TRAMA: Le tre verginelle: nella campagna toscana, tre zitelle di mezz’età scambiano un furbo commesso viaggiatore per un maniaco sessuale e si lasciano violentare con piacevole accondiscendenza. Processo per direttissima: in uno scompartimento ferroviario di prima classe viene messo in atto un processo d’ufficio contro un tifoso napoletano da parte di cinque passeggeri “perbene” che non sopportano la degradazione plebea del loro compagno di viaggio. Ma le cinque persone “perbene” si riveleranno tutt’altro che tali.

BIBLIOGRAFIA: Maurizio Cavagnaro, «Corriere Mercantile», 22.4.1978; E. G., «Il Giorno», 22.5.1979; Roberto Chiti, «Rivista del cinematografo», 5, mag. 1979; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

Vittorio Sindoni

Fu Salce a segnalarci Orchidea. Scegliemmo lo pseudonimo Marco Aleandri senza un motivo preciso, per il suo suono da romanzo d’appendice. La regia dell’episodio di Ride bene…chi ride ultimo la facemmo io e Salce […] e l’episodio di Tanto va la gatta al lardo fu sempre diretto da me e Salce. Ogni episodio veniva girato in una settimana. Cedemmo i diritti alla PAC che poi li vendette alle emittenti private ricavandone un sacco di soldi. […]

Fabio Melelli, Orchidea De Santis, Piemme, Perugia 2003

RIDENDO E SCHERZANDO (1978)

Regia, sogg. e scen. Marco Aleandri [Vittorio Sindoni]; dir.fot. Alfio Contini (Eastmancolor); mus. Enrico Simonetti; mo. Angelo Curi; ass.mo. Aloisa Camilli; a.mo. Wilma Dell’Antonia; scg. e co. Massimo Lentini; ass.co. Maria Bologna; d.pr. Franco Casati i.p. Fabrizio Giubilo; s.p. Valentino Signoretti, Maarten De Witt; amm. Ermete Santini; s.ed. Marisa Rosen; a.re. Franco De Chiara; op. Sandro Tamborra; ass.op. Sandro Grossi; tr. Giulio Mastrantonio; parr. Patrizia Corridoni; fo. Remo Ugolinelli; mic. Giulio Viggiani; eff.so. Aldo Ciorba, Sergio Basile, Italo Cameracanna; f.sc. Antonio Casolini; uff.st. Tano Cuva. Interpreti: ep. Nozze d’argento: Luciano Salce (Lucio Sartori), Didi Perego (Lina Brocaccina), Licinia Lentini (Tania), Armando Bandini (il commissario), Fabrizio Capucci (Ciro Baldelli), Renato Lupi (impiegato anziano), Bruno Scipioni (un agente), Sofia Lusy (sig.ra Cini); ep. Per favore ammazzami il marito: Macha Meril (Susy), Fiorenzo Fiorentini (Peppino), Carlo Hintermann (marito di Susy); ep. Corpi separati: Stefano Satta Flores (Michele Sintona), Marisa Laurito (Maria), V. Lorenzi (loro figlia), Sergio Ciulli (questurino), Ezio Marano (capo carabinieri), Carlo Sabatini (funzionario della finanza); ep. Costi quel che costi: Gino Bramieri (Carletto), Orchidea De Santis (Dalia Casali), Roberto Bonacini (rag. Casali), Adolfo Belletti (padre di Carletto); ep. Melodramma della gelosia: Walter Chiari (Giorgio), Olga Karlatos (Irene), Enrico Simonetti (Pennelli). Produzione: Megavision, P.A.C.; durata: 98’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 18.4.1978, n. 6501 – Stabilimenti di produzione: De Paolis-I.N.C.I.R. – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 2654 – Data inizio lavorazione: 6.2.1978 – Prima proiezione: 21.7.1978, al Supercinema di Sezze (LT) – Programmazione: 16 città capozona, 219 giorni, 72.500 spettatori, £ 124.646.000 – Incasso: £ 533.654.024 – Titolo di lavorazione: Tra moglie e marito….

TRAMA: Nozze d’argento: In occasione delle nozze d’argento, la sig.ra Sartori fa a suo marito, notaio con il pallino delle riviste pornografiche, una grossa sorpresa. Il suo regalo è una notte d’amore con Tania, una coniglietta di «Playboy» recapitata in un grosso pacco-dono. Dopo i primi entusiasmi, però, Sartori è colto da gelosia: ma sua moglie, in quel momento, con chi sta passando la notte? Chiama la suocera che, nel frattempo avverte la polizia. Al commissariato scoprono la sig.ra Sartori in un albergo turistico. La donna, convocata, si fa accompagnare da un giovane cameriere. È l’amante? Al commissariato scoppia una rissa, i due coniugi torneranno a casa pesti e dubbiosi sui loro rispettivi amanti…

BIBLIOGRAFIA: Vittorio Bassoli, «Il Resto del Carlino», lug. 1978; Piero Perona, «La Stampa», 13.8.1978; Giovanna Grassi, «Corriere della Sera», 30.9.1978; Anonimo, «Almanacco Cinema», 2, Il Formichiere, 1979; Anonimo, Il Patalogo Due. Vol. 2, Ubulibri, Milano 1980; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Ridendo e scherzando offre poche occasioni di risate e gli eventuali sorrisi degli spettatori sono dovuti più al riconoscimento, sotto i trucchi e i travestimenti, di alcuni «ragazzi invecchiati» della commedia all’italiana che non al grottesco satirico rivoltato in farsetta dozzinale delle anemiche barzellette-sketches […].

Giovanna Grassi, «Corriere della Sera», 30.9.1978

Una serie di sketches non troppo nuovi, dove gli attori si confrontano con le non troppe risorse di una sceneggiatura che è molto lontana dalle esperienze recenti della commedia all’italiana e che pesca piuttosto nella soffitta delle situazioni comiche degli anni Cinquanta, debitamente riaggiornate con un pizzico di sesso in più.

Anonimo, «Almanacco Cinema», 2, Il Formichiere, 1979

VOGLIA DI DONNA (1978)

Regia, sogg. e scen. Franco Bottari; dir.fot. Maurizio Gennaro; mus. Ubaldo Continiello; mo. Gianfranco Amicucci; scg. Francesco Cuppini; co. Sandro Bellomia; a.re. Angelo Vicari; op. Marcello Anconetani; tr. Giuseppe Ferranti. Interpreti: Gianni Cavina (Gesuino), Laura Gemser (principessa africana), Carlo Giuffré (avv. Caimano), Rena Niehaus (Luisa), Luciano Salce (lo scienziato matto), Ilona Staller (Cicciolina), Gabriele Tinti (Bruno), Stefano Amato (Paolo), Armando Brancia, Antonio Di Leo, Mauro Vestri, Alberto Squillante, Mario Squillante, Pietro Joan Boom, Vinicio Diamanti, Cesare Di Vito, Giovanna Conti, Joëlle Maria Coullouvrat. Produzione: Vincenzo Salviani per Asa Cin.ca; durata: 95’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 6.6.1978, n. 6515 – Stabilimenti di produzione: Dear Film – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 2573 – Data inizio lavorazione: 13.2.1978 – Prima proiezione: 22.7.1978, al cinema Jolly di Bologna – Programmazione: 15 città capozona, 116 giorni, 30.100 spettatori, £ 54.165.000 – Incasso: £ 305.905.641 – Titolo di lavorazione: La pipì.

TRAMA: Tre avventure eroticomiche collegate da un personaggio, l’ingenuo Gesuino, che fa da filo conduttore. Nel primo caso (Domenica con…), due coniugi riprendono i loro amplessi per rivederseli poi al videoregistratore; per un errore tecnico, però, il loro filmino è visto da tutto il caseggiato. Nel secondo caso (La pipì), il geloso Paolo vuole scoprire se la sua fidanzata Luisa sia l’amante dell’avvocato cui fa da segretaria. Nel terzo caso (Il miracolo) il protagonista è proprio il gelataio Gesuino che, grazie ad uno scienziato folle, riesce a materializzare le immagini televisive ed a vivere un’avventura erotica con Cicciolina.

BIBLIOGRAFIA: Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 3.11.1978; Anonimo, «Almanacco Cinema», 2, Il Formichiere, 1979; Anonimo, Il Patalogo Due. Vol. 2, Ubulibri, Milano 1980; B. Minard, «Saison ‘81», 1981; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

Composto di tre striminziti episodi a livello di barzelletta, è difficile dire se questo improvvisato filmetto sia più desolante per la volgarità delle immagini o per lo sfacciato dilettantismo del suo ideatore e «regista», Franco Bottari. […] Il tutto con il dubbio conforto di alcune maliarde disinibite (Laura Gemser e Rena Niehaus, oltre alla Staller) e col supporto sconsiderato di Luciano Salce, Carlo Giuffré e Gianni Cavina. […]

Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 3.11.1978

BELLI E BRUTTI RIDONO TUTTI (1979)

Regia Domenico Paolella; sogg. e scen. Teodoro Agrimi, Antonio Fiore, Ghigo De Chiara, Domenico Paolella (n.a.), Cochi Ponzoni (n.a.), Sergio Nasca (n.a.); dir.fot. Sergio Rubini (Gevacolor); mus. Giacomo e Gianni Dell’Orso; mo. Amedeo Giomini; ass.mo. Ornella Chistolini, Tommaso Gramigna; a.mo. Angelo Bufalino; arr. Franco Calabrese, Natalia Verdelli; co. Anna Penna White, Andrea Zani; o.g. Teodoro Agrimi; d.pr. Gino Soldi; i.p. Giuseppe Brizzi; s.p. Giuseppe Cecconi, Gianni Cinus; amm. Enrico Savelloni; s.ed. Antonietta Giannesin; a.re. Massimo Carocci; op. Michele Pensato; ass.op. Luigi Bernardini; tr. Delia Prima; parr. Elena Zanellato; sarte Irene Parlagreco, Gianna Ravera; fo. Domenico Pasquadibisceglie; mic. Giuseppina Sagliano; c.s.e. Luciano Luisetti; c.s.m. Onofrio Coppola; attr. Elvio Fossali; ediz. Claudio Razzi; dir.dopp. Mimmo Palmara; f.sc. Giorgio Trenti. Interpreti: ep. L’amore è cieco: Jack La Cayenne (Ernesto Rossi), Maria Baxa (moglie del direttore), Riccardo Billi (Capocchia); ep. Un pane sicuro: Luciano Salce (presidente Santucci), Gemana Carnacina (Margherita), Gianfranco Funari (Carlo), Enzo De Toma (Peppe); ep. Un bisogno urgente: Cochi Ponzoni (Franco Pennacchi), Patrizia Gori (sua moglie), Gianni Cajafa (il presidente), Daniela Poggi (ragazza squillo), Enzo De Toma (il portiere); ep. L’eredità: Walter Chiari (don Enzo), Olga Karlatos (contessa Ada Bisi), Walter Valdi (il notaio Guidi), Gastone Pescucci (Francesco Sbardella). Altri interpreti: Irene Mori, Regina Dainelli, Mario Borelli, Bruno Guidazzi, Amedeo Torricella, Carlo Faita, Francesco Guerra, Salvatore Lo Monaco, Franca Mantelli, Giorgio Prenna, Maddalena Pisoni, Amedeo Torricella. Produzione: P.A.C.; durata: 92’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 2.12.1978, n. 6597 – Stabilimenti di produzione: Elios RPA – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2525 – Data inizio lavorazione: 11.12.1978 – Prima proiezione: 28.3.1979, al cinema Max di Pontinia (LT) – Programmazione: 9 città capozona, 56 giorni, 12.048 spettatori – Incasso: £ 242.000.000 – Titolo di lavorazione: Ridiamo assieme.

TRAMA: ep. Un pane sicuro: Eccitato da Margherita mentre fa le pulizie nel suo ufficio, l’industriale Santoni decide di portarsela nella propria villa di campagna per passare una notte con lei, al riparo da sua moglie. Una volta in camera da letto, scopre un uomo sotto il letto. Compresa la situazione, il ladro ricatta l’industriale per non svelare a tutti il suo adulterio: chiede un posto nella fabbrica di Santoni, per sé ed i suoi due complici. In realtà è stata tutta una messinscena architettata da Margherita: il ladro è suo marito ed i complici di lui sono suo padre e suo fratello. Quando i tre, una volta avuta la certezza del posto, cominciano a litigare tra di loro, l’industriale chiama la polizia e li fa arrestare. Ma i pericoli non sono finiti…

BIBLIOGRAFIA: Renzo Fegatelli, «La Repubblica», 22.4.1979; Franco Fossati, «Corriere Mercantile», 29.5.1979; Giovanna Grassi, «Corriere della Sera», 20.8.1979; Anonimo, «Il Giornale», 21.8.1979; Anonimo, Il Patalogo Due. Vol. 2, Ubulibri, Milano 1980; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999.

LE RECENSIONI

[…] Lasciati i commissari armati sino ai denti dei film polizieschi e le monache lascive di una sua ben nutrita serie, Domenico Paolella tenta il recupero di una episodica cinematografica basata su barzellette e doppi sensi affidati alla mimica dei primi attori e all’anatomia di qualche bella figliola. Il risultato umilia i comici vecchi e nuovi dei nostri palcoscenici […].

Giovanna Grassi, «Corriere della Sera», 20.8.1979

[…] Poco più di uno sketch è Un pane sicuro, interpretato da Luciano Salce […].

Renzo Fegatelli, «La Repubblica», 22.4.1979

UNA MOGLIE, DUE AMICI, QUATTRO AMANTI (1980)

Regia Michele Massimo Tarantini; sogg. Alessandro Capone, Michele Massimo Tarantini [liberamente ispirato a Le pillole di Ercole di Hennequin e Bilhaud]; scen. Alessandro Capone, Michele Massimo Tarantini, Victor Andres Catena, Jaime Comas Gil; dir.fot. Raul Peres Foyon (Telecolor); mus. Franco Campanino; mo. Eugenio Alabiso; ass.mo. Erminia Marani; scg. e co. Oscar Capponi; arr. Luis Vasquez Carcamo; d.pr. Roberto De Laurentiis, Mario Mroales Melida; s.p. Nadia Billi; amm. Marcello Nusca; s.ed. Maria Luisa Dubini; a.re. Alvaro Forque Vasquez Vigo; op. Enrico Lucidi; ass.op. Bruno Cascio; tr. Lamberto Marini; parr. Agnese Panarotto; sarta Luciana Mancini; fo. Domenico Dubbini; mix. Franco Bassi; attr. Vittorio Ferrero, Agatino Fonti; c.s.m. Matteo Giordano; c.s.e. Armando Moreschini; f.sc. Firmino Palmieri. Interpreti: Renzo Montagnani (dott. Luigi Frontoni), Luciano Salce (dott. Paolo Lavetti), Olga Karlatos (Angelica Frontoni), Veronica Miriel (Antonella Bigotti), Trini Alonso (sig.ra Bigotti), Franco Angrisano (Gennaro Visentin), Lucio Montanaro (il factotum), Marina Frajese (Lady Brakson), Roger Browne (Harry Brakson), Andrea Cuzon (Sidonia), Thomas Rudy (il poliziotto), Vera Drudi (contessa Martana). Produzione: Ladan International Film (Roma), Arco Film (Madrid); durata: 90’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 19.6.1980, n. 6827 – N.O. n. – Stabilimenti di produzione: – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 2453 – Data inizio lavorazione: 25.3.1980 – Prima proiezione: 9.8.1980, al cinema Odeon di Viareggio (LU) – Programmazione: 13 città capozona, 109 giorni, 20.400 spettatori, £ 52.142.000 – Incasso: £ 365.900.000 – Titoli stranieri: Doctor, estoy buena?.

TRAMA: In un convegno di medici, il dott. Paolo Lavetti annuncia di aver trovato un potentissimo afrodisiaco naturale, il pamango, capace di risvegliare l’attività sessuale di ogni individuo. Per dimostrarne la validità, decide di sperimentarne l’efficacia su un suo amico, il dott. Frontoni, fedelissimo alla propria moglie Angelica: dopo aver assunto inconsapevolmente due gocce di pamango, Frontoni ha immediati rapporti sessuali con una sua paziente, Lady Brakson. Qui cominciano i guai per il povero Frontoni: il marito della paziente, Harry Brakson, chiede di rendere pan per focaccia, andando a letto con la moglie del dottore… Aiutato da Lavetti, pentito di averlo messo in una simile situazione, Frontoni fa passare per sua moglie una ballerina di facili costumi e se ne parte con lei per Martina Franca, dove offrirà “sua” moglie a Brakson. Solo che, a Martina Franca, è raggiunto in albergo dalla sua vera moglie, Angelica, e Brakson si innamora subito di lei… Le cose si complicano perché in albergo è ospite anche un comandante di marina che riconosce nella madre della ballerina una sua vecchia fiamma e crede Frontoni suo genero. Alla fine sarà Lavetti con il suo pamango a risolvere l’intricata situazione.

BIBLIOGRAFIA: C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», 91, 1981; Anonimo, Il Patalogo 4. Cinema+Televisione, Ubulibri, Milano 1982; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Marco Bertolino, Ettore Ridola, Vizietti all’italiana, Igor Molino Editore, Firenze 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

La commediaccia all’italiana incontra la via coproduttiva con la Spagna. Ma non c’è nulla di fine, a parte un cast alquanto bizzarro che unisce le stelline Veronica Miriel (qualche esperienza nell’hard?) e Andrea Cuzon alla pornostar Marina Frajese e alla bella Olga Karlatos, mentre Luciano Salce prende un ruolo alla Banfi e Lucio Montanaro, nella più grande prova della sua vita, è costretto a farsi in quattro per coprire tutti i ruoli comici minori legati al servizio alberghiero. […]

Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999

QUASI QUASI MI SPOSO (1982)

Regia, sogg. e scen. Vittorio Sindoni; coll.scen. Raoul Giordano; dir.fot. Safai Teherani (colori); mus. Mimmo Cavallo; mo. Angelo Curi; ass.mo. Maria Pia Appetito; a.mo. Lucilla Andreozzi; o.g. Giorgio Morra; i.p. Maarten De Witt; a.s.p. Maria Di Giulio; s.ed. Egle Guarino; a.re. Raoul Giordano; ass.op. Sergio Tolla; tr. Roberta Petrini; sarta Italia Santucci; fo. Domenico Dubbini; mic. Claudio De Medici; c.s.m. Antonio Tomaino, Benito Fabbriani; c.s.e. Ennio Di Stefano, Claudio Verdenelli; grupp. Aldo Gentili; attr. Agatino Fonti; tit. Marco Sabbatini, Nico Spano; f.sc. Italo Tonni. Interpreti: Fabio Traversa (Leo Mariani), Benedetta Buccellato (Roberta Balsamo), Enrico Maria Salerno (Remo Mariani), Luciano Salce (lo psicanalista), Gabriele Ferzetti (ing. Fiordipinto), Renzo Arbore (se stesso), Luciano De Crescenzo (Nicola Balsamo), Mario Marenco (il professore con la mamma), Massimo Lopez (Marcello), Nerina Montagnani (la mamma del professore), Armando Bandini (impiegato all’ufficio di collocamento), Roberto Della Casa (il bidello), Armando Brancia (dott. Münter), Ennio Antonelli (il macellaio-direttore), Guido Sagliocca, Franca De Stradis, Mike Morris, Aurora Cancian, Micaela Giustiniani, Carlo Allegrini, Margherita Sestito. Produzione: Vittorio Sindoni e Luciano Giotti per Megavision Film TV, MSD Cin.ca, I.C.E.C.; pr.ass. Massimo Saraceni; durata: 96’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 2.2.1982, n. 7034 – Stabilimenti di produzione: I.N.C.I.R.-De Paolis – Censura: Tutti – Lunghezza: m. 2652 – Data inizio lavorazione: 26.10.1981 – Prima proiezione: 25.3.1982, al cinema Odeon di Capo d’Orlando (ME) – Programmazione: 10 città capozona, 70 giorni, 10.400 spettatori, £ 41.029.000.

TRAMA: Leo ha ventisei anni, un padre scapestrato e contestatore, una laurea in Lettere antiche con 110 e lode, ed in attesa di insegnare a scuola vende enciclopedie porta a porta. Roberta ha i suoi stessi anni, un padre che vende scarpe al Corso, una laurea in Biologia con 110 e lode e conta le macchine per strada per un istituto di statistiche. Uno è compassato, tranquillo, granitico; l’altra è esuberante, estrosa e bugiarda. I due si incontrano per caso in un taxi e si innamorano, nonostante tutte le resistenze di lei. Si sistemano in casa di Leo, dormono nella camera del padre e finalmente trovano un lavoro: lui come insegnante in una scuola serale di recupero, lei come analista ad un ospedale. Per colpa degli orari, però, i due non si incontrano mai se non la domenica. Finché Leo ha l’occasione di diventare ricco, facendo l’imitazione di una gallina per uno spot televisivo. Il giovane è bravissimo ed il produttore sarebbe disposto a pagargli un contratto di settanta milioni, ma Leo rifiuta, per conservare la propria dignità ed il rispetto di se stesso. Roberta accetta la sua scelta con amore, i due ripartiranno daccapo.

BIBLIOGRAFIA: Gi. Piacentino, «Il Giornale», 13.4.1982; Leonardo Autera, «Corriere della Sera», Roma, 24.4.1982; Massimo Pepoli, «Il Messaggero», 24.4.1982; Renzo Fegatelli, «La Repubblica», 25.4.1982; L. P., «L’Unità», Roma, 25.4.1982; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Nonostante le buone intenzioni, non giureremmo sull’esemplarità del caso, sia per l’eccessivo quanto anacronistico rigore in cui è mantenuta la figura di Leo, sia per la facilità con cui vengono risolte le contraddizioni di Roberta. In un racconto, oltre tutto, squilibrato tra una prima parte ripetitiva, e dispersiva (magari tanto per sfruttare le partecipazioni di Renzo Arbore, Mario Marenco, Gabriele Ferzetti e Luciano Salce) e una seconda parte consumata alla svelta. […]

Leonardo Autera, «Corriere della Sera», Roma, 24.4.1982

Con questo suo decimo film, Vittorio Sindoni, regista sfortunato che non vede mai premiati i suoi sforzi per dimostrarsi engagé (ricordate Il concorrente), dimostra come il «morettismo» vada di pari passo col riflusso. Egli si è accorto, infatti, che i sopravvissuti del ’68 ora vogliono un lavoro sicuro, una casa, una famiglia e salvare la propria dignità. […] Fabio Traversa […] e Benedetta Buccellato […] sono bravi e giusti nei loro ruoli dei due protagonisti. Enrico Maria Salerno, il padre «underground» del ragazzo, sfodera la sua sicurezza da mattatore; si avvertono tutte le altre volpi dello spettacolo inserite nel cast, da Ferzetti a Salce, da Arbore a De Crescenzo a Marenco.

Massimo Pepoli, «Il Messaggero», 24.4.1982

[…] Meno ispirato del precedente e suddiviso in due momenti stilisticamente differenti, Quasi quasi mi sposo è un film divertente, a tratti un film comico. Per alcuni aspetti, potrebbe essere inserito nel discorso sulla nuova comicità nel cinema italiano, per altri, invece, rasenta la farsa: si vedano le macchiette fornite da Luciano Salce e da Renzo Arbore […].

Renzo Fegatelli, «La Repubblica», 25.4.1982

IL MANTENUTO (1961)

Regia Ugo Tognazzi; sogg. e scen. Giulio Scarnicci, Renzo Tarabusi; coll.scen. Luciano Salce, Castellano e Pipolo, Ugo Tognazzi; dir.fot. Marco Scarpelli; mus. Armando Trovajoli; mo. Franco Fraticelli; ass.mo. Sergio Fraticelli; scg. Giancarlo Bartolini Salimbeni; a.scg. Aldo Scimonelli; co. Giuliano Papi; d.pr. Otello Cocchi; i.p. Renato Panetuzzi, Marcello Luchetti; s.ed. Franca Franco; a.re. Emilio Miraglia, Gastone Ramazzotti; op. Vittorio Storaro; ass.op. Edoardo Vio; tr. Andrea Riva; parr. Ettore Cerchi; sarta Assunta Martini; fo. Fernando Pescetelli, Raffaele Nardelli; ediz. Mario Milani; f.sc. Alfio Quattrini. Interpreti: Ugo Tognazzi (Stefano Garbelli), Ilaria Occhini (Daniela), Mario Carotenuto (presidente Losi), Marisa Merlini (Amalia), Margret Robsham (Carla), Pinuccia Nava (amica di Clara), Franco Giacobini (il commissario), Gianni Musy (Nando), Olimpia Cavalli (Clara), Armando Bandini (Bandini), Mario Castellani (Virgilio), Consalvo Dell’Arti (Leonardi), Franco Ressel (René), Leopoldo Valentini (uomo che guarda le donne), Renato Mambor (un cliente), Aldo Berti, Arrigo Peri, Massimo Righi, Vera Gambaccioni, Franco Ciuchin, Gabriella De Vito, Franco Morici, Nino Nini, Renato Ravazzini, Miriam Pisani, Raimondo Vianello (l’uomo in automobile), Mimmo Poli (un bagnante insabbiato). Produzione: Aldo Calamarà, Achille Filo Della Torre per Mec Cin.ca, Cinerad; durata: 98’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 28.9.1961, n. 2582 – N.O. n. 36356, del 22.12.1961 – Stabilimenti di produzione: Titanus – Censura: v.m. 16 anni – Lunghezza: m. 2806 – Data inizio lavorazione: 23.8.1961 – Prima proiezione: 26.12.1961, al cinema Excelsior di Pescara – Incasso: £ 386.561.000 – Titoli stranieri: His women (GB).

TRAMA: Stefano Garbelli, impiegato presso la società Farmamed presieduta dal conte Losi, vive col cane Alfredo e con una passione platonica per Carla, la segretaria del suo presidente. Una sera, durante una delle sue solite passeggiate con Alfredo viene indicato da Daniela, una prostituta che cerca di liberarsi di due importuni, come il suo protettore. Improvvisamente, la vita di Stefano cambia. Avvicinato da Daniela, se ne innamora, ma, ignaro dell’attività della donna, comincia ad essere perseguitato da altri protettori, che lo considerano un concorrente, e da un commissario che non lo crede un impiegato. Anche il suo presidente lo crede un ruffiano e gli chiede di combinare un appuntamento con la sua segretaria, Carla. Stefano rischia l’arresto, finché Daniela lo scagiona, raccontando tutto l’equivoco alla polizia. Stefano si licenzia dal lavoro e si accasa con la sua padrona di casa, la fresca vedova Amalia, che lo sistema nel suo supermercato: così, ancora una volta, agli occhi degli altri sarà un mantenuto…

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «Fiera del Cinema», 10, ott. 1961; Franco Valobra, «Cinema Domani», 1, gen-feb. 1962; Anonimo, «Corriere della Sera», 3.1.1962; Franco Colombo, «L’Eco di Bergamo», 3.1.1962; Vice, «Avanti!», 3.1.1962; Vice, «La Stampa», 3.1.1962; Valentino De Carlo, «La Notte», 4.1.1962; Vice, «Corriere d’Informazione», 4.1.1962; Franco Maria Pranzo, «Corriere Lombardo», 5.1.1962; Anonimo, «Giornale di Brescia», 23.1.1962; Giacinto Ciaccio, «Rivista del Cinematografo», 2, feb. 1962; Anonimo, «Nuovo Spettatore Cinematografico», 30/31, apr. 1962; Anonimo, «Cinema 60», 19-20, 1962; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 51, 1962; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Con Scarnicci e Tarabusi, autori del soggetto, figurano tra gli sceneggiatori Luciano Salce e la équipe del Federale che evidentemente si sono adoperati e spremuti in favore dell’esordiente regista senza peraltro ottenere i discreti risultati di quel film. Anche se è superiore a certe penose e sgangherate commediole nelle quali è spesso coinvolto il nome di Tognazzi, Il mantenuto è velleitario e confuso, le sue palesi ambizioni essendo rimaste nel limbo dei buoni propositi. Baluginano qua e là spiritose invenzioni, scoppiettano talvolta fulminanti battute e trovate (e il pubblico allora ride, e di gusto) ma il film è slegato e incoerente, incerto come esso è tra la satira e la farsa, tentato ogni momento dai più disparati stili, senza, in definitiva, averne nessuno.

Vice, «La Stampa», 3.1.1962

LE BAMBOLE (1965)

IL TRATTATO DI EUGENETICA

Regia Luigi Comencini; sogg. Luciano Salce, Steno; scen. Tullio Pinelli; dir.fot. Mario Montuori; mus. Armando Trovajoli; mo. Roberto Cinquini; scg. Gianni Polidori; co. Piero Gherardi; o.g. Fausto Saraceni; i.p. Egidio Quarantotto; s.p. Ennio Di Mejo, Sergio Martino, Mario Milani; cass. Orlando Garbuglia; s.ed. Ilde Muscio; a.re. Leopoldo Machina; op. Danilo Desideri; tr. Sergio Angeloni, Franco Freda; parr. Vitaliana Patacca, Anna Gherardi, Liliana Celli; fo. Mario Amari, Fernando Pescetelli. Interpreti: Elke Sommer (Ulla), Piero Focaccia (Valerio), Maurizio Arena (Massimo). Produzione: Gianni Hecht Lucari per Documento Film (Roma), Orsay Film (Parigi); durata: 28’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 29.10.1964, n. 3387 – Stabilimenti di produzione: – Censura: v.m. 18 anni – Lunghezza: m. 3340 – Data inizio lavorazione: 18.9.1964 – Prima proiezione: 27.1.1965, al cinema Capitol di Bolzano – Incasso: £ 723.074.000 – Titolo di lavorazione: Le vipere – Titoli stranieri: Four Kinds of Love (Gb), Les poupées (Fra), The Dolls (Usa).

TRAMA: La tedesca Ulla è in Italia per una ricerca di eugenetica: è alla ricerca del maschio italiano perfetto, con cui congiungersi per procreare un figlio altrettanto perfetto. È accompagnata nelle sue ricerche da un autista romagnolo e bruttarello, Valerio, che subito si innamora di lei e si ingelosisce. Ulla crede di trovare il maschio italiano perfetto in Massimo, un romano rozzo ma gentile, ma quando è in procinto di fare l’amore con lui, se ne scappa con Valerio. Con cui avrà tanti figli, magari non proprio perfetti…

BIBLIOGRAFIA: Pietro Bianchi, «Il Giorno», 29.1.1965; Leo Pestelli, «La Stampa», 29.1.1965; Aggeo Savioli, «L’Unità», Roma, 29.1.1965; Vice, «Avanti!», 29.1.1965; Vice, «Paese Sera», 29.1.1965; Vice, «Corriere della Sera», 29.1.1965; Onorato Orsini, «La Notte», 30.1.1965; Mario Soldati, «La Rivista del Cinematografo», 3, mar. 1965; Anonimo, «Cinema Nuovo», 174, mar/apr. 1965; J. A. Fieschi, «Cahiers du Cinéma», 169, ago. 1965; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», vol. 57, 1965; Anonimo, «Monthly Film Bulletin», n. 383, vol. 32, dic. 1965; Giorgio Gosetti, Luigi Comencini, La Nuova Italia, Firenze 1988; Laura, Luisa, Morando Morandini, Il Morandini, Dizionario dei film 1999, Zanichelli, Bologna 1998; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

LE RECENSIONI

[…] Il trattato di eugenetica […] è nella regola della barzelletta sceneggiata, ma narrata con il necessario garbo.

Vice, «Corriere della Sera», 29.1.1965

OH DOLCI BACI E LANGUIDE CAREZZE (1970)

Regia Mino Guerrini; sogg. Elvy Bayardo, Marino Onorati; scen. Elvy Bayardo, Marino Onorati, Mino Guerrini, Luciano Salce; dir.fot. Carlo Carlini (Telecolor); mus. Peppino De Luca, Carlo Pes; mo. Ornella Micheli; ass.mo. Bruno Micheli; scg. Franco Bottari; a.co. Antonella Ibba; o.g. Silvio Battistini; d.pr. Alfonso Donati; s.p. Loredana Pagliano; i.p. Alfredo Di Santo, Maurizio Marvisi; cass. Pietro Speziali; s.ed. Lina D’Amico; a.re. Gianfranco Battistini; op. Luigi Filippo Carta, Sergio Martinelli; ass.op. Ruggero Radicchi; tr. Marisa Tilli; parr. Anna Fabrizi; eff.sp. Aldo Frollini, Silvio Braconi; fo. Massimo Jaboni, Fernando Pescetelli; mic. Massimo Donati. Interpreti: Luciano Salce (ing. Carlo Valcini), Isabella Rey (Bimbi), Rita Calderoni (Alessandra), Gioia Desideri (Emma Valcini), Fiorenzo Fiorentini (il maggiordomo), Giuliana Rivera (amica di Valcini), Enzo Liberti (un dirigente della Petrolchim), Tullio Altamura (avvocato di parte civile), Lino Banfi (detenuto omosessuale), Loris Zanchi (avvocato), Giulio Massimini (un agente), Daniela Goggi (figlia di Valcini), Luisa Di Gaetano, Gualtiero Isnenghi, Corrado Sonni, Monica D’Ambrogio, Carmelo Speranza, Rita Guerrieri, Nicolas Ladenius, Rosa Toros, Stefano Oppedisano. Produzione: Fulvio Lucisano per Italian International Film, Transeuropa Film; durata: 92’.

NOTE: Iscritto al P.R.C. il 3.2.1970, n. 4689 – Stabilimenti di produzione: De Paolis – Censura: v.m. 14 anni – Lunghezza: m. 2738 – Data inizio lavorazione: 30.6.1969 – Prima proiezione: 29.1.1970, al cinema Odeon di Riccione (FO) – Programmazione: 12 città capozona, 99 giorni, £ 27.829.000 – Incasso: £ 82.401.000– Titoli stranieri: Sweet Kisses (Filippine), Sweet Kisses and Languid Caresses (Gb).

TRAMA: L’ing. Carlo Valcini è un alto dirigente della Petrolchim con ambizioni di presidenza: ha due beibambini, una moglie affascinante, fa vita di società ed è addirittura intervistato dalla Tv. Un giorno, davanti alla sua società, si installa un circolo culturale alternativo, a metà tra un Filmstudio ed un Workshop. Carlo fa conoscenza con Alessandra e Bimbi, di cui si innamora. Si trova così coinvolto nel mondo dei figli dei fiori, degli amori liberi, della marijuana. Il capriccio per Bimbi diventa un vero e proprio infatuamento e Carlo segue la ragazza nei raduni amorosi, si taglia i baffi, si fa la moto, si veste da hippy e si compra una garçonniere, trascurando famiglia e lavoro. Però non transige di fronte alla marijuana, che nascosta da Bimbi nella sua macchina, finisce per caso nella garçonniere. Per recuperarla, Bimbi ed Alessandra vanno a casa di Carlo e lo convincono a fumarla insieme a loro. Vengono sorpresi dalla polizia, Carlo viene arrestato ed al processo viene condannato a quattro anni e mezzo per detenzione di stupefacenti e corruzione di minori.

BIBLIOGRAFIA: Anonimo, «King Cinema», nov. 1969; Vice, «Avanti!», 28.2.1970; Vice, «Il Messaggero», 28.2.1970; Vice, «L’Unità», Roma, 28.2.1970; Lino Cavicchioli, «Domenica del Corriere», 24.3.1970; Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 15.5.1970; Vice, «La Stampa», 24.5.1970; Anonimo, «Cinesex», 12, apr. 1970; C.C.C., «Segnalazioni cinematografiche», 1970; Marco Giusti, Stracult!, Sperling & Kupfer, Milano 1999; Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2006, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.

Luciano Salce

Quando mi hanno proposto di lavorare in O dolci baci e languide carezze come attore […] mi son risentito addosso “la voglia matta”. Voglio dire il desiderio del quarantenne che si dà da fare con le ragazzine. Alcuni anni fa, si ricorderà, avevo girato come regista un film intitolato La voglia matta nel quale si anticipavano molte cose del comportamento dei giovani di oggi. Quel mio film non l’ho dimenticato. Leggendo il soggetto di Marino Onorati e Elvy Baiardo, che nel nuovo film, diretto da Mino Guerrini, racconta le peripezie di un quarantenne irretito da una minorenne, mi son detto: questo fa proprio per me; recitare certe parti è sempre piacevole…

Anonimo, Voglia matta fra gli hippies, tamburino dell’ufficio stampa

LE RECENSIONI

In tono decisamente scherzoso e con un pizzico di ironia ecco affrontato un caso che riflette, in particolare, il nostro tempo. […] Pur concepito in chiave umoristica, si risolve in una satira di costume che non manca sovente di cogliere nel segno in quanto ben puntualizzata da Mino Guerrini il quale ha diretto con garbo anche se talvolta con accentuata involutezza. Degli attori convincente l’esordio di Luciano Salce […].

Vice, «Il Messaggero», 28.2.1970

[…] Lo squallore della pellicola è tale che oscura qualsiasi considerazione di merito e ogni reazione psicologica. Confezionato a colori come un carosello di quart’ordine, il film non cela la sua sostanza profondamente reazionaria che si colora spesso di patetiche venature senili. La pubblicità avverte che il film («moderno») «insegna soprattutto agli uomini dai quaranta in su… come si trasforma un integerrimo cittadino in un “turpe individuo”». Infatti […].

Vice, «L’Unità», Roma, 28.2.1970

[…] Lo spunto vetusto non va molto più in là dell’enunciato nel film di Mino Guerrini […]. Una sceneggiatura grossolana e priva di immaginazione ha ridotto il conflitto fra generazioni a semplicistica caricatura. L’aggravante di una regia disordinata e senza estro impedisce persino a Luciano Salce e Isabella Rey (la rivelazione de La bambolona) di dar tono e vivacità alla recitazione. In secondo piano si fa notare Giuliana Rivera.

Leonardo Autera, «Corriere della Sera», 15.5.1970

Quale giusta e indispensabile avvertenza circa la provenienza del materiale oggetto di questo sito, i curatori precisano che la più parte delle fotografie e delle stampe sono state acquisite dal ricchissimo archivio lasciato dallo stesso Luciano Salce.
Per quanto ci è stato possibile, davvero senza lesinare sforzo alcuno, abbiamo cercato di risalire al nome degli autori di tutte le foto pubblicate in questo sito, per offrirne doverosa segnalazione. Altre volte invece, pur avendo ritrovato il nome dell’autore non ci è stato possibile rinvenirne un recapito o un plausibile personale riferimento  Ed è pertanto con vivo rammarico che chiediamo scusa di eventuali errori, lacune od omissioni, dichiarandoci fin d’ora disposti a revisioni in sede di ristampa e al riconoscimento di eventuali relativi diritti ai sensi della legge vigente, ribandendosi in ogni caso il carattere assolutamente non lucrativo della presente iniziativa, a carattere meramente celebrativo e con intenti di divulgazione storica, artistica e di costume.